Nati dopo l’89

Sono passati ormai trent’anni dal crollo del Muro di Berlino. Da allora, l’Europa è profondamente cambiata. Non c’è più la guerra fredda e non ci sono più gendarmi alle frontiere; esiste una moneta comune e lo spazio europeo si è allargato a Paesi un tempo sotto l’influenza sovietica; si può circolare da un Paese all’altro dell’Unione europea senza subire noiosi controlli al confine.

Ma come vivono questa Europa i ragazzi nati dopo la caduta del Muro di Berlino? Che percezione hanno della storia pre-’89? Cosa sanno del Muro? Come vorrebbero l’Unione di domani? Per scoprirlo mi sono messo in viaggio con il fotografo Ignacio Maria Coccia. Dresda, Bonn, Trieste e Bari le città toccate.

Nati dopo l’89 - così si chiama il progetto - è sostenuto dal Goethe-Institut Italien (GI). Il progetto avrà due sbocchi concreti.

  • Un reportage in quattro puntate, in italiano e in tedesco, per il sito del GI.

  • Una mostra fotografica corredata da testi che verrà inaugurata l’8 novembre, contemporaneamente, presso la sede centrale e in altri luoghi del network Goethe.

Intanto, qui di seguito, ritratti e impressioni di alcuni dei giovani sentiti per il progetto.


Judith, 27 anni

Judith Beckerdorf studia presso la Hochschule für Musik di Dresda, una prestigiosa università per la musica. È originaria di Amburgo. «Quando mi sono trasferita a Dresda non ho di certo pensato “Oh no, sto andando nella ex Germania Est”. Ormai tra noi giovani non ci sono muri nella testa. Qui a Dresda trovo un po’ di differenze con Amburgo, comunque sia. Per esempio, a livello architettonico. Di grandi condomini come quelli costruiti durante il periodo comunista, ad Amburgo non ce ne sono. E poi, forse, la mentalità della gente di Dresda è un po’ più chiusa, diffidente. Ma dire che non dipende dal fatto che Dresda è nell’est, quanto piuttosto dalla nostra indole tedesca».

 

Philip, 23 anni

Philip Werner è un giovane architetto dello studio Alexander Pötzsch di Dresda. Lui invece crede che la mentalità dell’Est, retaggio della lunga epoca della Ddr, sopravviva in qualche modo nella coscienza di chi vive da questo lato del vecchio confine tedesco-tedesco. «Succede anche tra chi, come la mia famiglia, visse con distacco l’esperienza comunista. I miei nonni non partecipavano alla vita di partito. Semplicemente, accettavano la realtà per quello che era».

E l’Europa? «Credo sia molto importante vivere in uno spazio caratterizzato da libertà, ma personalmente l’ho capito davvero solo quando ho visto le fatiche burocratiche che un mio amico, di nazionalità albanese, deve affrontare per vivere qui. In quel momento ho realizzato i privilegi di cui godo come cittadino europeo».

 

Joshua, 29 anni

Joshua Bung è un giovane redattore del General-Anzeiger, quotidiano di Bonn. Qualche tempo fa ha fatto un esperimento - vivere per tre mesi tentando di non utilizzare plastica - riportandolo in forma di inchiesta. «Ho constatato che è possibile ridurre drasticamente l’uso di plastica, e adesso cerco nella mia vita privata di continuare a farlo». Per Joshua i grandi tempi dell’ambiente possono essere un collante per la sua generazione, a livello nazionale come europeo.

Quanto alle divisioni tra Wessis (i tedeschi dell’Ovest) e Ossis (quelli dell’Est), non ne vede molte, non tra i giovani. «Al massimo a livello di inflessione, di accento regionale!». E lui, ragazzo dell’Ovest, nato e cresciuto nella vecchia capitale pre-riunificazione, che pensa della Ddr? C’è qualcosa che salverebbe? «L’attenzione al sociale della Ddr potrebbe servire per contrastare, oggi, le differenze tra ricchi e poveri».

 

Hannah, 18 anni

Hannah Stegmeier è una studentessa del Tannenbuch Gymnasium di Bonn. Nata e cresciuta nella Germania riunificata, non ha un’idea molto chiara di cosa fosse l’epoca della guerra fredda e del Muro nel suo Paese. «Sembra come un racconto di fantascienza. Per fortuna, ci sono dei buoni film che aiutano a capire quel periodo. Uno è Le vite degli altri. Mi suona incredibile che nel mio Paese, a quel tempo, potessero accadere quelle cose».

Oggi, secondo Hannah, la principale differenza tra ex Germania ovest ed ex Germania Est, a livello politico e di mentalità, non passa del retaggio del Muro. Sta, piuttosto, nella percezione dell’immigrazione. «Qui a Bonn, come nel resto dell’Ovest, c’è popolazione straniera da tanti anni. Invece nell’Est è un fenomeno recente, che spiazza».

 
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Agata, 19 anni

Agata Otranto studia Lettere all’Università di Bari. E la letteratura, ci spiega, è una formidabile lente per capire che l’Europa esiste da prima dell’Europa, intesa come Ue. «Il romanticismo è nato in Germania, ma poi si è diffuso in tutto il continente. Ed è stato così anche con il verismo italiano e il positivismo francese, che hanno superato i confini dei Paesi in cui nacquero». Eppure l’Europa, che pur si era contaminata in mille modi, nel 1939-1945 si auto-distrusse. «Il Muro è caduto da trent’anni, la seconda guerra mondiale è finita da 75, ma ancora oggi i valori per cui l’Europa è rinata e si è riunificata sono disattesi da qualcuno. Dobbiamo essere vigili».

Anche Agata è molto sensibile all’ambiente. Insieme ad altri ragazzi, anima di Fridays for Future di Bari. E di Greta Thunberg dice: «Uno di quei santi moderni che arrivano e danno l’esempio per tutti noi ragazzi».

 

Federica, 25 anni

Federica Calabrese sta facendo un dottorato di ricerca in Storia del cristianesimo antico. Si divide tra Bari, la sua città; Iași, in Romania, dove formalmente svolge il dottorato; e Glastonbury, in Inghilterra, dove si trova il sito archeologico oggetto dei suoi studi. Una vera e propria “pendolare europea”.

«Frequentando la Romania ho avuto modo di superare i pregiudizi che gravano su quel Paese. In Inghilterra, dove prima di queste ricerche ho fatto l’Erasmus, ho rafforzato, grazie a queste esperienze la mia coscienza europea. Quando sono tornata dall’Erasmus ho detto ai miei genitori: “Sono fiera di essere italiana, ma sono fiera, ugualmente, di essere europea”. L’Europa non è conflitto, come spesso la stampa ce lo trasmette. L’Europa è una cosa molto seria, non dobbiamo mai sottovalutarla».

 

Milica, 29 anni

Milica Marković è nata in Serbia. A dire il vero si chiamava ancora Jugoslavia. E verso quel Paese, che non ha potuto conoscere, perché poco dopo la sua nascita si sarebbe estinto, prova una sorta di nostalgia. «Mi piacebbe tornare indietro nel tempo per poter vivere un giorno nell’ex Jugoslavia. Sarebbe curioso viaggiare in quel Paese, perché oggi i Balcani sono pieni di frontiere, mentre una volta non ce n’erano: si viaggiava senza passaporto, come nell’Unione europea oggi».

Milica è giunta in Italia - di cui ora è cittadina - nel 2000. Trieste è stata una scelta obbligata, per la sua famiglia. «C’è una storica comunità serba, e questo ti aiuta, ti fa sentire sin da subito come a casa». Trieste è nota per il retaggio della guerra fredda; per essere stata sul crinale che separava il mondo occidentale da quello comunista. Ma Trieste è anche questo: una città aperta, plurale, inclusiva. E anche questo è un retaggio, ma di altra epoca: quella austro-ungarica.

 

Nikola, 25 anni

Nikola Sandić, pure lui nato in Serbia, pure lui residente a Trieste. Da poco è cittadino italiano e, dunque, europeo. Per lui il 1989 ha un sapore un po’ amaro. «Sono stato da poco in viaggio a Berlino, e lì ho visto una mostra sul 1989. Ho pensato che mentre in quei mesi i tedeschi e gli europei festeggiavano la fine della guerra fredda, in Jugoslavia si respirava ormai un clima di conflitto. La guerra tra i Paesi dell’ex Jugoslavia rappresenta una delle pagine più buie dell’intera storia dei Balcani».