Il '39 visto dalle due Polonie

Il memoriale ai difensori della Westerplatte, a Danzica, uno dei luoghi simbolo dell’inizio dell’offensiva nazista del ‘39 in Polonia.

Il memoriale ai difensori della Westerplatte, a Danzica, uno dei luoghi simbolo dell’inizio dell’offensiva nazista del ‘39 in Polonia.

Domenica si sono tenute a Varsavia le commemorazioni per gli ottant’anni dell’inizio della Seconda guerra mondiale, dovuto all’invasione della Polonia da parte della Germania hitleriana. A quell’assalto ne seguì un altro: il 17 settembre del ‘39 il territorio polacco fu violato anche dall’Unione Sovietica, che diede esecuzione al patto di non aggressione - e per la spartizione della Polonia - firmato in agosto dai ministri degli esteri dei due Paesi, Joachim von Ribbentrop e Vjaceslav Molotov.

Per la Radio svizzera italiana ho seguito la cerimonia di Varsavia. Mi ha colpito molto il discorso del presidente polacco Andrzej Duda, tutto concentrato sul martirio polacco e sulla Polonia che non si arrende, Paese di guerrieri che cadono ma sanno rialzarsi. Una sintesi perfetta del culto della nazione, per come inteso dalla destra oggi al potere, di cui Duda fa parte.

Sia chiaro, le cose ricordate dal capo dello stato polacco sono tutte vere. La Polonia fu laboratorio per l’annientamento; fu colpita dal nazismo e anche dal comunismo; ha avuto sei milioni di morti (un polacco su cinque), e tre milioni erano ebrei; è stata tradita da Francia e Regno Unito, che non l’hanno protetta dall’assalto nazista; ha mandato i suoi uomini sul fronte occidentale, per difendere la Manica, per liberare Francia e Italia; è stata costretta a subire dopo il ‘45 un’altra occupazione: quella sovietica. Sono tutte vicende storicamente indiscutibili, ampiamente condivise dall’opinione pubblica polacca e dai due grossi blocchi politici che si contendono da anni il potere: la destra populista e i liberali. Cambia però il registro, varia l’elaborazione.

La destra di Duda, del premier Mateusz Morawiecki e di Jaroslaw Kaczynski costruisce un racconto proiettato su un passato che non passa, utile a riproporre la storia della Polonia sotto assedio che non crolla. Da qui un confronto che continua con i vecchi aggressori. La Russia di Putin, questa potenza imperialista che sbrana Georgia e Ucraina: è quello il nuovo fronte della libertà/oppressione. E la Germania di Angela Merkel, che si rifiuta di riaprire - come chiede Varsavia - il tema delle riparazioni di guerra e vuole comandare in Europa, usando il potere economico e diffondendo il verbo liberale, del politicamente corretto, dell’Europa impero senza miti.

Nell’intervento di Duda non ho trovato un solo accenno all’Europa, alla sua costruzione e alla riconciliazione tedesco-polacca, che è una delle grandi direttrici di politica estera perseguite da Varsavia dopo il 1989. L’unico Paese verso cui Duda ha espresso gratitudine sono gli Stati Uniti d’America, anche loro a dirla tutta colpevoli di aver consegnato la Polonia all’Urss nel ‘45. E però a Varsavia c’era il vice presidente Mike Pence, una sponda gradita in vista delle elezioni politiche di ottobre, dove i populisti sembrano favoriti. Lo stesso Pence, nel suo discorso in Piazza Pilsudski a Varsavia, davanti alla tomba del milite ignoto, ha rimarcato il carattere bino della Polonia - Paese martire, paese libero - seguendo il solco tracciato da Duda.

I liberali polacchi (che poi sarebbero cristiano-democratici filo-europei), guidati a lungo da Donald Tusk, guardano invece alla guerra in chiave europea. La guerra, dunque, come momento di riflessione comune per vincitori e vinti, come cenere su cui ricostruire il continente, ovvero l’Unione europea. La guerra come evento tragico da denunciare, sempre, ma da superare. La guerra come mattone del riconciliazione con la Germania, su cui Tusk ma anche Lech Walesa hanno speso molte energie. La guerra persino come canale di dialogo con la Russia. I liberali lo hanno aperto, ci hanno provato. Quando Tusk era al potere ha invitato Putin a Danzica, per il settantennale della guerra. E insieme a Putin è stato a Katyn, dove i sovietici assassinarono ventimila e più membri dell’esercito polacco fatti prigionieri nel ‘39. Momenti intensi, svaniti dopo la crisi ucraina (non è vero che i liberali sono stati morbidi con Mosca).

Nella giornata ultra-patriottica di Varsavia, il più bel discorso ha toccato i temi cari ai liberali: riconciliazione, Europa. A pronunciarlo è stato il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier . Ha portato parole sagge e misurate, in una giornata di scarso contegno con retrogusto politico-elettorale. Cito, per chiudere, alcune frasi dal discorso di Steinmeier, riportato in inglese dal sito della presidenza tedesca:

In no other square in Europe do I find it more difficult to speak, to address you all in my native language of German.

As President of the Federal Republic of Germany, I, along with the Federal Chancellor, want to tell all Poles today that we will not forget. We will not forget the wounds that Germans inflicted on Poland. We will not forget the suffering of Polish families and nor will we forget the courage of their resistance. We will never forget. Nigdy nie zapomnimy (non dimenticheremo mai, in polacco).

Reconciliation is a blessing that we Germans could not demand, but one we want to live up to. You should measure us by the responsibility we take on .Europe is our responsibility! The united Europe is what saves us.

As a German guest, I stand barefoot before you on this square. I look gratefully to the Polish people’s fight for freedom. I bow in grief before the victims’ pain. I ask for forgiveness for Germany’s historical guilt. I recognise our enduring responsibility.