Handke

Non ho mai letto i lavori di Peter Handke, il Nobel per la letteratura 2019, per cui non posso dare un giudizio (se non della meravigliosa sceneggiatura de Il cielo sopra Berlino di Wenders). Ma sulla sua visione del conflitto jugoslavo sì. Handke è un negazionista. Sostiene che a Srebrenica non ci sia stato alcun crimine e che a Sarajevo non fossero i cecchini serbi a sparare sugli abitanti della città, cinta d’assedio, bensì erano loro stessi, i sarajevesi, a uccidersi. Handke ritiene infine che Slobodan Milosevic - prese parte al suo funerale e lo visitò più volte all’Aja - non fosse un nazionalista. Piuttosto, tentò di salvare la Jugoslavia, implosa per via dell’indipendentismo croato e della scelta scellerata di Franjo Tudjman di privare i serbi di Croazia di diritti civili con la Costituzione del 1990.

Nulla di nuovo. Esiste - e sempre esisterà - un partito di giornalisti, scrittori e intellettuali che, stordito da fascinazioni tardo-jugoslave, si è auto-convinto che la Serbia non abbia fatto altro che difendere l’unità della federazione e il socialismo, messi a repentaglio da forze centrifughe manovrate dall’esterno. Sia chiaro: la Costituzione di Tudjman fu un disastro giuridico, e certamente vi fu chi spinse affinché Zagabria e Lubiana diventassero Stati indipendenti. Eppure, affermare che Milosevic e la Serbia difesero la federazione è assurdo. In Serbia era in corso da anni un processo neo-nazionalista costruito sulla tesi per cui la Jugoslavia aveva limitato la nazione serba. Va poi ricordato che uno dei momenti chiave per capire la caduta della Jugoslavia è il 1989 (un anno prima della Costituzione croata), quando Milosevic tolse l’autonomia al Kosovo: una scelta anch’essa scellerata; un colpo durissimo alla tenuta del Paese di Tito.

Su Srebrenica, l’assedio di Sarajevo e altre faccende mistificate da Handke c’è poco da dire, se non che questa rimozione meschina e senza prove è tipica di questo partito “turbo-serbo” costituitosi nell’Europa occidentale. E quando non nega, equipara (che in fondo è la stessa cosa): Srebrenica e Oluja hanno lo stesso tasso di gravità; non c’è differenza tra l’assedio di Sarajevo e le bombe Nato su Belgrado; tutti quanti aprirono i campi di concentramento negli anni della guerra; e così via.

Personalmente credo che questa fazione di scrittori e giornalisti occidentali, che usa le stesse categorie del nazionalismo di Belgrado, stia facendo un pessimo servizio alla Serbia, sollevandola dalla presa di coscienza sulle responsabilità durante il conflitto. Quella, e solo quella, può aiutarla a scrollarsi di dosso l’etichetta di Paese orco abitato da orchi attribuitale con fretta e superficialità da una corrente di intellettuali che, al pari di quella di Handke, si rifiuta di cogliere le tante tonalità di grigio presenti nella foto, cruda e terribile, dei Balcani in tempo di guerra.