Diario da Danzica

Cantieri navali di Danzica, 2011.

Cantieri navali di Danzica, 2011.

12 maggio 2019
Domani parto per la Polonia. Mi concentrerò su Danzica, e in particolare intorno a due anniversari: l’ottantesimo della Seconda guerra mondiale e il trentesimo della fine del comunismo nel Paese, il primo del vecchio blocco dell’Est a imboccare la strada della democrazia. Nell’uno e nell’altro caso tutto ebbe inizio proprio dalla città baltica. Nei prossimi giorni posterò qui alcune impressioni del viaggio.

14 maggio 2019
Sono arrivato a Danzica prendendo un bus notturno da Varsavia. Alle 9 ho intervistato Lech Wałęsa nel suo ufficio, al secondo piano del Centro europeo Solidarność, il grande museo dedicato al sindacato-movimento che Wałęsa fondò nel 1980: un passaggio decisivo per il percorso democratico polacco e dell’intera regione centro-europea.

Con Wałęsa ho parlato a lungo, più di un’ora. Gli ho chiesto degli scioperi del 1970, repressi nel sangue, e della differenza con quelli dell’80, che portarono alla legalizzazione di Solidarność; del ruolo di Giovanni Paolo II nella democratizzazione polacca e del rapporto con il generale Jaruzelski, che annientò Solidarność con la legge marziale nel dicembre del 1981, ma con il quale negli anni della democrazia Wałęsa si sarebbe confrontato, civilmente, recandogli visita tra l’altro in ospedale. Svilupperò questi temi in un’intervista che andrà in onda per la RSI.

Intanto, ascoltando i nastri, viene fuori la personalità di Wałęsa. Non è un intellettuale, non è un altro Vaclav Havel per intenderci, ma un uomo d'azione. Un uomo d'azione che ha consapevolezza del ruolo di leader avuto in un momento storico eccezionale, e che non ha il dente avvelenato con Jaruzelski (bellissime le considerazioni sul ruolo del generale). Ma Wałęsa è anche molto simpatico e ironico, devo dire. Ci sono diversi passaggi dell'intervista in cui alleggerisce il discorso, pur senza banalizzarlo, per poi tornare su un terreno serio, più riflessivo. Per esempio, quando gli chiedo del ruolo avuto da Giovanni Paolo II nella caduta del comunismo, racconta che durante il viaggio apostolico del Papa nel 1979, tra i milioni di polacchi che presero parte alle messe c'erano anche i comunisti e i membri dei servizi, e per lui fu stupefacente vederli pregare.

"Non sapevano recitare le preghiere, ma il segno della croce impararono a farlo! Sapevamo chi fossero queste persone, e vedevano ciò che stavano facendo! Erano rossi fuori, ma bianchi dentro!".

E poi, sul ruolo (spesso enfatizzato) di Wojtyla nel crollo del comunismo:

"Bisogna essere chiari: non è stato il Papa a fare la rivoluzione. Il Papa ci ha dato forza con la preghiera. Il Papa ci ha dato le parole, ma siamo stati noi a trasformarle in lampo. Senza il Papa, il comunismo sarebbe caduto lo stesso, ma sarebbe stato difficile immaginare quando a lungo sarebbe durato ancora, e quando altro sangue si sarebbe dovuto versare".

15 maggio 2019

Westerplatte.jpg

La Westerplatte è una striscia di terra stretta tra il Mar Baltico e la Vistola Morta, uno dei rami del delta del più grande dei fiumi polacchi. Il primo settembre del 1939, il giorno in cui la Germania nazista invase la Polonia, aprendo la Seconda guerra mondiale, si combatté anche qui. Di Danzica, come noto, Hitler rivendicava nuovamente il possesso, perso dalla Germania al termine della Grande guerra. La città era stata posta nel 1920 sotto il controllo della Società delle Nazioni. Restava a maggioranza tedesca, ma alla Polonia furono concesse prerogative importanti, soprattutto a livello portuale.

Intorno alle cinque del mattino del primo settembre del ‘39, la Schleswig-Holstein, una nave da guerra tedesca, aprì il fuoco sulle postazioni polacche alla Westerplatte. Quello viene considerato come il primo colpo sparato nella guerra.

Oggi sono stato alla Westerplatte prendendo il battello dal centro di Danzica. C’erano molte scuole. Sotto il grande memoriale che si solleva dalla collinetta che sorge all’estremità della penisola, ne ho incontrata una tedesca. Mi sono messo a parlare con i loro professori, scoprendo che i ragazzi stavano visitando la Westerplatte insieme a coetanei polacchi. Le loro scuole organizzano spesso gite comuni, nell’ambito di un gemellaggio stretto anni fa dalle rispettive municipalità (una non lontana da Varsavia, l’altra da Monaco di Baviera). Oggi questi giovani si sono ritrovati nel posto dove i loro Paesi, rispettivamente, aggredirono e furono aggrediti. Tra uno scherzo e l’altro, si spera, avranno assorbito un minimo di Storia, per se per questa generazione l’eco della Seconda guerra mondiale è flebile, lontanissima. Comunque sia, una buona vicenda di pratica della memoria e soprattutto di cooperazione europea.

16 maggio
Danzica ha dal 2017 un museo sulla Seconda guerra mondiale. L’idea di crearlo sorse durante gli anni dei governi liberali, guidati da Donald Tusk, l’attuale presidente del Consiglio europeo. Il principio ispiratore: rappresentare il punto di vista polacco sulla guerra, ovvero mettere la Polonia al centro del racconto sul conflitto e ribadire alcuni punti fondamentali. Ovvero il fatto che la Polonia fu il primo Paese aggredito e il primo che fece resistenza armata al nazismo; che non ebbe mai una forza collaborazionista e non consegnò ebrei ai nazisti; che la Polonia ha il più alto numero di Giusti tra le Nazioni; che i polacchi anche dopo la disfatta del 1939 continuarono a combattere, sia in patria, formando un esercito clandestino, sia in Europa, dando man forte agli Alleati.

Oggi l’amministrazione del museo è vicina a Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista al governo dal 2015. Il PiS aveva accusato la precedente gestione del museo - di orientamento liberale - di non aver dato la giusta rilevanza al punto di vista polacco sulla guerra; di averlo diluito, come dire, nel contesto complessivo del conflitto. E tutto questo fa parte del durissimo confronto tra populisti e liberali: la Storia ne è uno dei cambi di battaglia.

Il museo non mi ha convinto molto. Da un lato, è un po’ dispersivo. Dall’altro, il punto di vista polacco sulla guerra emerge a volte con un’enfasi che personalmente non mi piace. In una sala del museo, per esempio, ci sono due grandi foto dei primi giorni della guerra, messe l’una accanto all’altra. Quella a sinistra raffigura alcuni polacchi prima di essere giustiziati; quella a destra un ebreo sbeffeggiato da un nazista. L’intento è quello di ricordare che la Germania nazista iniziò a uccidere i polacchi da subito, mentre inizialmente gli ebrei non venivano mandati a morte. In altri termini, la guerra voluta da Hitler fu una guerra di annientamento non solo della nazione ebraica, ma anche di quella polacca, e in questo caso lo fu dal primo istante. Il che è assolutamente vero (come è vero che gli ebrei polacchi erano cittadini polacchi). Eppure, quelle due grandi foto a me trasmettono un messaggio diverso, e anche pericoloso, perché instaurano - mi viene da dire - una non necessaria competizione tra i dolori, una contrapposizione tra chi è morto prima e chi dopo. Quasi un accarezzare un certo vittimismo, un certo nazionalismo. La Polonia è un Paese che vuole giustamente ricordare come fu annientata dalla Germania durante la Seconda guerra mondiale (e cosa le toccò dopo); che pretende che il mondo non lo dimentichi (e spesso succede). Non c’è bisogno, però, di ricorrere a queste “tecniche” per farlo.

17 maggio
Cosa resta di Solidarnosc oggi? Che tracce ha lasciato nella Polonia odierna? Come vengono visti i due grandi momenti di rottura provocati dal sindacato fondato da Walesa, cioè il 1980 (nascita di Solidarnosc) e il 1989 (elezioni quasi libere e inizio del periodo democratico)? Nei giorni trascorsi a Danzica, parlando con Walesa, con il direttore del Centro Europeo Solidarnosc Basil Kerski, con gli esponenti del sindacato, ancora operativo, e con altre personalità, ciò che è emerso è che gli eredi del movimento che abbatté il comunismo si ritrovano sostanzialmente uniti sul valore del 1980 come momento fondante della lotta per la democrazia, ma del tutto divisi sul 1989.

L’ala moderata di Solidarnosc, quella vale a dire dei Walesa e dei Geremek, dei Mazowiecki e dei Michnik, ritiene che la Tavola Rotonda, la trattativa che Solidarnosc e il regime comunista condussero per dare al Paese una nuova via, fosse indispensabile. Al tempo stesso, pensano che la terapia d’urto economica che seguì alla nascita del primo governo democratico, presieduto da Tadeusz Mazowiecki, fosse necessaria per dare slancio a un Paese prostrato dalla lunga crisi economica degli anni Ottanta. La Polonia di oggi, Paese con fondamentali stabili, è a loro avviso il frutto di quelle scelte radicali - tanto mercato, tante privatizzazioni - che comportarono però inflazione galoppante, licenziamenti, squilibri, divari nel brevissimo periodo. Ma appunto, la Polonia in qualche modo doveva ripartire.

Dall’altro lato della barricata, gli altri eredi di Solidarnosc, i membri di Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista al governo, fondato da Jaroslaw Kaczynski, hanno una visione diversa. Per loro fu sbagliato fare il compromesso con il regime, perché dandogli potere di negoziare gli si permise di adattarsi all’era democratica, mantenendo una presenza in Parlamento (il Partito operaio unificato polacco divenne Alleanza della sinistra democratica) e partecipando alla grande fiera delle privatizzazioni. L’89 fu gestito male, sempre secondo i populisti, perché quelle riforme economiche furono ispirate da un’eccessiva enfasi liberista che non tutelò gli ultimi ed è all’origine delle disuguaglianza presenti oggi nel Paese.

Da Danzica per ora è tutto.