Muro orientale

Nel 2016 la Slovenia decise di innalzare un reticolato al confine con la Croazia, per lo stesso motivo per cui oggi il vice premier Matteo Salvini e il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, mediterebbero di chiudere alcuni tratti della frontiera italo-slovena: i (pochi) migranti in risalita dalla rotta balcanica. Tre anni fa feci un sopralluogo proprio lungo il confine croato-sloveno, a vedere l’impatto di quella barriera, nel territorio e nella testa della gente. Ne uscì un reportage per Pagina 99, all’epoca diretto da Luigi Spinola, che posto qui di seguito.


Il fiume Dragogna, sulla linea del confine, all’altezza del villaggio sloveno che porta il suo stesso nome, ha le sembianze di un torrente. Il letto è sassoso e l’acqua scivola via rapida. Sul lato sloveno si trova una piccola stazione di controllo idroelettrico. Su quello croato c’è la base della collina sulla cui sommità pianta le radici Buje, tipico borgo istriano. Campanile in stile veneziano, case pencolanti e stradine strette. Affaccio sontuoso sull’Adriatico.

Il Dragogna, separando Slovenia e Croazia, coincide anche con uno dei limiti dell’area Schengen. La Croazia non ne fa ancora parte, e alla dogana che campeggia al bivio tra la strada che si arrampica verso Buje e quella che conduce alle saline di Sicciole, seguendo la linea della frontiera, le pratiche sono pertanto quelle solite. I poliziotti sloveni controllano i documenti in entrata e in uscita. Oltre frontiera c’è una pattuglia di agenti croati. A un centinaio di metri dalla dogana, versante sloveno del confine, degli automobilisti compilano dei moduli in una piazzola di sosta. Si capisce, dal tono della loro voce, che c’è qualche disaccordo sulle formalità da espletare.

 

 Sospensione di empatia

Sarebbe tutto normale e ordinario, se non fosse che proprio in riva al fiume, lo scorso dicembre, i genieri sloveni hanno disposto dei rotoli di filo spinato. L’area del Dragogna è l’estremità occidentale del “muro” anti-rifugiati innalzato dalla Slovenia. Corre dall’uno all’altro lato della frontiera con la Croazia. Il primo segmento è stato tirato su a novembre, lungo la direttrice Zagabria-Ljubljana: il tratto più esposto alla processione dei profughi.

La misura presa dall’esecutivo sloveno, guidato da Miro Cerar, non meraviglia. «C’è stato un fenomeno di sospensione dell’empatia verso i rifugiati che contamina tutta l’Europa, Slovenia inclusa», suggerisce Stefano Lusa, giornalista di Radio Capodistria. I governi, con l’occhio ai sondaggi, si sono attrezzati. Hanno alzato muri burocratici e fisici, manifestando una voglia di controllo sulle frontiere che, azzarda qualcuno, potrebbe scaraventare nella ghiacciaia il principio europeo della libera circolazione di persone (in questo caso il processo di adesione croato si allungherebbe oltre modo). Per scongiurare questo scenario, l’Europa ha scelto di blindarsi, affidando alla Turchia, in cambio di molto denaro, il compito di tenere sul suo territorio i rifugiati in arrivo dal Medio Oriente e riprendersi indietro coloro che verranno rimpatriati. “La rotta balcanica si è effettivamente chiusa”: così Cerar ha interpretato il patto con Ankara, annunciando che nessun fuggiasco entrerà più in Slovenia, a meno che non faccia richiesta d’asilo.   

 

Confine colabrodo

Prima della dogana di Dragogna c’è un viottolo ghiaioso che, costeggiando degli orti, porta fino al lungofiume. Fino al filo spinato. «Uno spreco di soldi», taglia corto Silvano, un contadino. Procedendo a passo d’uomo sulle strade sterrate della valle del Dragogna si direbbe che non abbia torto. Il filo spinato sembra del tutto inadatto a contenere uomini e donne in marcia. «Cosa vuoi che siano tre rotoli di filo spinato? Se uno vuole, si arrampica e salta. Ma chi vogliono fermare? Questo confine è un colabrodo», dice Aris Milani, promotore, lo scorso gennaio, della 3 Nations Walk for Peace, piccola marcia lungo il Dragogna. Uno dei vari eventi di protesta contro il “muro” tenutisi in Istria, regione transfrontaliera e multiculturale che questo corso d’acqua seziona nel suo lembo più a ovest.

In un’altra occasione, sloveni e croati hanno improvvisato una partita di pallavolo usando il filo come rete. Circola poi un manuale, ha riportato Francesca Rolandi su Osservatorio Balcani e Caucaso, destinato a chi volesse tagliarlo e aprire varchi. Varchi che non servirebbero a facilitare il passaggio di rifugiati, ammesso che la via balcanica sia per loro ancora percorribile, per il semplice motivo che qui, in tutti questi mesi, nessuno ha scavalcato la frontiera. «Gli unici a venire sono stati quelli che protestano», afferma una signora la cui casa si trova proprio sulla riva del Dragogna. Queste iniziative la mettono un po’ a disagio, avvezza com’era alla quiete di questo confine che non faceva notizia.

 

Unità istriana

Non passano rifugiati e nulla è mutato nell’andare e nel venire da una parte e dall’altra del confine, a Dragogna e negli altri valichi istriani. Il filo spinato, tra l’altro, non infastidisce neanche il colpo d’occhio, mimetizzato com’è tra i boschi e gli appezzamenti che tappezzano i bordi del fiume, dove nessuno, salvo gli agricoltori, ha necessità di andare. Insomma: perché mobilitarsi? Contro chi e cosa?

C’è sicuramente una componente “generalista” rappresentata da quelle persone che sono sensibili alla causa dei rifugiati e si oppongono a ogni ostacolo pensato allo scopo di arrestarne il peregrinare. Ma c’è anche una forte carica localista, alimentata dalla specificità storico-culturale dell’Istria. Questa regione è disabituata ai confini. Al tempo di Venezia, dell’Austria, dell’Italia e della Jugoslavia è sempre stata un’entità unica. Il primo confine vero calato in questo fazzoletto di terra è stato proprio quello croato-sloveno, figlio della disgregazione jugoslava. «Questo filo spinato è un’assurdità, in un momento in cui abbiamo visto lo smantellamento dei confini, prima tra Italia e Slovenia, poi parzialmente tra Slovenia e Croazia. L’ingresso di Zagabria in Europa è stato il primo passo verso un’effettiva ricomposizione territoriale, da completare con l’allargamento di Schengen. Il filo spinato significa ritornare indietro», ragiona Kristjan Knez, vice presidente della comunità italiana di Pirano, cittadina adriatica della Slovenia.  

Gli italiani dell’Istria sono stati tra i più fermi oppositori della barriera. Si capisce il perché. L’essere minoranza, spalmata tra due Stati, con memorie novecentesche dolorose alle spalle, rende il filo spinato un simbolo cupo. L’apertura delle frontiere e la piena libertà di circolazione, a ogni modo, darebbero sollievo a tutta l’Istria, dato che il secolo scorso ha imposto passaggi drammatici anche a croati e sloveni. L’Europa e Schengen servirebbero anche a questo: a rendere meno legnosi, in crinali come questo, gli incroci del passato; a massaggiare i muscoli ancora tesi dei popoli.  

Andiamo a Buje, dove veniamo a sapere che la protesta ha anche una dimensione animalista. «È stato dimostrato che alcuni animali sono morti, perché mentre andavano alla ricerca di cibo sono rimasti impigliati nel filo», racconta Zoe, cameriera di una locanda. In rete circolano diverse foto di bestiole intrappolate. «A me dispiace soprattutto per la selvaggina. Gli animali non sanno; gli animali il filo spinato non lo riconoscono», le fa eco Luciano Franceschini, spiegando a modo suo che l’identità istriana, soprattutto nelle zone interne, passa anche da un rapporto speciale con la natura. «Le persone possono anche andarsene, ma le montagne e i boschi restano». 

 

La frontiera rassicurante

Scendiamo a valle e ritorniamo in Slovenia. Incontriamo Denis Fakin, presidente della comunità di Sicciole e membro del consiglio comunale di Pirano, di cui Sicciole è una frazione. Anche lui solleva dubbi sull’effettiva capacità di contenimento della barriera e ritiene, come molti altri, che sia «uno spreco di denaro». Al tempo stesso fa notare che il filo spinato è anche la conseguenza della polemica con la Croazia, accusata dalla Slovenia di non gestire adeguatamente il flusso di rifugiati e di farne passare troppi oltre frontiera. Addirittura, Fakin ipotizza una sovrapposizione con un altro contenzioso: quello sulla delimitazione dei confini tra i due paesi, contesa che riguarda proprio questo spicchio di territorio. La disputa va avanti da anni e verte sia sulla demarcazione della frontiera marittima nella baia che si apre tra Pirano e Capo Salvore, in Croazia, sia sul limes terrestre, all’altezza della foce del Dragogna, dove il governo di Ljubljana ritiene che il confine corra qualche metro a sud del fiume. Insomma, il filo spinato sarebbe anche una forma di pressione per indurre Zagabria a chiudere la vertenza. E comunque, lì dove la terra è litigata e reclamata, la barriera proprio non c’è. A conferma che chiunque, volendo, può prendersi gioco di questa frontiera.

Ma il vero senso di questo sterile rafforzamento del confine non è quello di fermare il passo dei rifugiati. Se mai si tratta di rassicurare, intercettando l’umore delle persone, il loro bisogno di quieto vivere. Le cronache dall’Istria hanno dato molto spazio alle iniziative anti-barriera, rimarcandone il carattere plurinazionale. Ma potrebbe darsi che esista una fetta di popolazione, magari quella che non vive a ridosso del confine, a cui il filo spinato, tutto sommato, sta bene. Qui – ragiona Denis Fakin – in tanti non lo vogliono. Però sai com’è, anche un po’ di sicurezza dev’essere garantita». Mentre Aris Milani ricorda che «quando abbiamo organizzato la marcia lungo il Dragogna ho parlato con cittadini croati e sloveni, realizzando che in questo territorio c’è anche molta gente spaventata, che vede nel confine un fattore stabilizzante».