Un mestiere che cambia

Piazza Scanderbeg a Tirana, nel 2007.

Piazza Scanderbeg a Tirana, nel 2007.

Qualche giorno fa ho riaperto vecchi file di foto scattate durante i tanti viaggi che ho fatto in Europa Centrale, Balcani e area post-sovietica. È dal 2005 che seguo questa grossa regione di mezzo dell’Europa, e avevo voglia di recuperare un po’ di memoria visiva e di sensazioni.

Ma scorrendo queste foto mi sono soprattutto reso conto di quanto il mio lavoro, e il modo in cui lo faccio, siano cambiati nel corso di questi anni. Fino al 2014 ho prevalentemente scritto. Organizzavo le trasferte in modo tale che, una volta fissata qualche intervista, per il resto mi sentissi libero di esplorare, di perdere tempo a camminare, di perdermi nei posti in cui mi trovavo. E scattavo tante fotografie: perché mi è sempre piaciuto farle e perché, al ritorno da quei viaggi, mi aiutavano a recuperare suggestioni e a sviluppare una scrittura “fotografica”, capace di restituire - un minimo - il senso dei posti e delle persone che raccontavo. Quelle tre, quattro pennellate descrittive che danno movimento a un pezzo.

Vukovar, Croazia, 2010.

Vukovar, Croazia, 2010.

Il periodo tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 è stato molto duro. Chiusero nel giro di poco tempo Europa, con cui vantavo una collaborazione decennale, e Pagina 99, per il quale avevo iniziato a scrivere, dopo che era cessato il rapporto con Il Manifesto. Mi buttai sulla radio, senza mai averla fatta.

Iniziò in quel momento la collaborazione con Rsi (grazie a Beppe Bucci), che si è allargata successivamente anche al video. Il passaggio ai nuovi mezzi ha cambiato profondamente il mio lavoro. La radio e il video, in particolare quest’ultimo, impongono una pianificazione molto più serrata della trasferta. Nulla può essere lasciato al caso. Interviste, coperture, sonorizzazioni: tutto va pensato prima. Portare a casa il lavoro è più complicato, e non solo per un discorso tecnico. Così per camminare, perdermi e improvvisare non ho più il tempo di una volta. E non scatto quasi mai fotografie. Al massimo, nei momenti liberi vado in giro a fare coperture video.

Georgia, 2010.

Georgia, 2010.

Le cartelle “foto” delle trasferte degli ultimi cinque anni sono molto povere, pur se cerco sempre di scrivere in modo fotografico (in fin dei conti filmando in testa ti restano delle immagini). Ma quando scrivo mi accordo che qualcosa comunque è cambiato. Il metodo di lavoro radio-tv, che pretende rigore e precisione, mi fa tendere, oggi, verso una scrittura più precisa e matura (credo), più attenta al rapporto tra parole, punteggiatura e spazi. Mi immagino un foglio word come un montaggio in Premiere, sotto certi aspetti. Anni fa invece scrivevo in modo più frizzante, più adrenalinico, ma anche meno disciplinato. Ho un po’ di nostalgia per quei tempi, anche se non mi dispiace il me stesso di oggi. Magari se in futuro tornassi al giornalismo scritto potrei recuperare quell’effervescenza, e scattare di nuovo tante foto. Ma non so se in futuro ci saranno ancora giornali per cui scrivere.