Pogrom

Il memoriale che ricorda il pogrom di Jedwabne, del 1941.

Il memoriale che ricorda il pogrom di Jedwabne, del 1941.

Pogrom, come noto, è la parola che esprime le violenze commesse in passato nei confronti degli ebrei in Europa centrale e orientale. La federazione calcistica polacca ha usato esattamente questo sostantivo, pogrom, per celebrare la larga vittoria della nazionale contro Israele, nel match di lunedì, giocato a Varsavia e valevole per le qualificazioni agli europei del 2020. È apparsa, la parola pogrom, in un post sulla pagina Facebook della federcalcio, guidata da Zbigniew Boniek. Poco dopo è stato rimosso.

Scelta infelice, imbarazzante, squallida. Nulla da dire. E non vale come alibi il fatto che nella terminologia sportiva polacca pogrom sia una parola ricorrente (lo ha fatto notare il collega Salvatore Greco in rete). Qui ci sono di mezzo la storia e la dolorosa vicenda del popolo ebraico. Non serve solo sensibilità. Serve anche un minimo di memoria storica.

Ci furono pogrom anche in Polonia. I più noti, tra quelli avvenuti nel periodo bellico e post-bellico, avvennero a Jedwabne nel 1941 e a Kielce nel 1946. Oltre a questo, c’è da ricordare che la Polonia interbellica fu caratterizzata da forte antisemitismo e che quest’ultimo, ancora oggi, è diffuso in una parte non irrilevante della popolazione. Lo dimostrano per esempio gli studi di Michał Bilewicz, un giovane sociologo dell’Università di Varsavia.

Però bisogna fare attenzione. Molta attenzione. In Polonia ci sono stati i pogrom, c’è stato l’antisemitismo e ancora oggi ci sono fenomeni di intolleranza. Ma questo è anche il Paese che tanti secoli fa accolse gli ebrei cacciati dalla Spagna, dalla Germania, dal resto d’Europa; che ebbe la più alta percentuale di popolazione ebraica prima della Seconda guerra mondiale; che non ha mai avuto una forza collaborazionista che abbia consegnato ebrei al nazismo; che ha il più alto numero di Giusti tra le Nazioni.

Purtroppo, quando si parla di Polonia, delle volte tende a prevalere una narrazione che la identifica come un laboratorio di xenofobia, estremismo e odio razziale. Penso che dipenda anche dell’ignoranza, tragica, che in certi casi induce a credere che Auschwitz-Birkenau sia stato un esperimento anche polacco, per il solo fatto che il campo della morte voluto dai nazisti si trovasse in Polonia.

Frequento da tanti anni la Polonia. Dal 1989 a oggi è stato prodotto un grande sforzo per riscoprire la storia ebraica del Paese e il contributo che gli ebrei hanno dato al suo sviluppo storico, sociale, scientifico e culturale. Gli stessi ebrei polacchi riconoscono questa tensione positiva.

Sono stati creati dei musei sulla storia degli ebrei polacchi (il Polin di Varsavia è di altissimo livello) e sono stati scritti molti libri sull’apporto ebraico alla biografia nazionale. Altri ancora ne sono stati pubblicati in merito a vicende fosche, inquietanti. Come i pogrom di Jedwabne e Kielce.

C’è un pezzo di Paese che non vuole saperne. O perché vede nella Polonia una nazione fiera e candida, che non si è mai macchiata di alcun crimine. O perché nutre pregiudizi verso gli ebrei. O perché entrambe le cose. Ma c’è un’altra Polonia che ha voglia di scoprire e recuperare: le cose buone e le cose meno buone della questione polacco-ebraica. Ecco, quest’altra Polonia non emerge così spesso. Ma esiste, e personalmente non credo sia così minoritaria. Anzi.

Nel match di lunedì a Varsavia è successa una cosa che potrebbe aiutare a capire come stanno le cose. Al momento dell'esecuzione dell'inno israeliano una parte del pubblico ha iniziato a fischiare, ma tutto il resto degli spettatori, la maggioranza, ha reagito con un lungo applauso alla stupidità dei primi.


Nel mio piccolo, nel corso di questi quindici anni di lavori in giro per l’Europa Centrale, ho più volte toccato il tema polacco-ebraico. Segnalo alcuni dei lavori:

Ebrei polacchi: storie di vita (RSI - radio)
Varsavia: la memoria ritrovata (RSI - tv)
Nella vecchia Varsavia ebraica (RSI - web)
Le Auschwitz che dividono (Limes)