La Primavera di Praga

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A fine giugno sono stato a Praga per raccogliere una serie di testimonianze sugli eventi eccitanti e drammatici, felici e tristi, di quel memorabile periodo che fu la Primavera di Praga. Iniziò nel gennaio del 1968, con la nomina di Alexander Dubcek alla guida del Partito comunista cecoslovacco, prima guidato da Antonin Novotny, uno stalinista. Dubcek non era un vero riformista radicale, ma con lui, grazie alle pressioni dell'ala liberale del partito e del mondo della cultura, che era in fermento, la musica cambiò di colpo e l'orizzonte cui tendere diventò "il socialismo dal volto umano".

A marzo fu abolita la censura, mentre in aprile fu lanciato un piano di riforme, da approvare al congresso del partito in agenda a settembre. Non ci si arrivò: l'Unione sovietica, assecondata dagli eserciti del Patto di Varsavia, esclusi il romeno e l'albanese, invase la Cecoslovacchia nella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968. E fu la fine. 


Il lavoro più importante che ho prodotto, sulla base delle interviste raccolte a Praga, è il radio documentario La Primavera di Praga: un geyser della fantasia (ascolta il radio doc), messo in onda il 13 agosto da Laser, storico contenitore per l'approfondimento e il reportage della Radio Svizzera Italiana (RSI), curato da Roberto Antonini.

Il lavoro si fonda sulle interviste a Petr Pithart (nella foto in basso a sinistra) e Petruska Sustrova (a destra). Pithart era all'epoca un giornalista di Literarni Noviny, il magazine dell'Unione degli scrittori, una voce importante di quel grande risveglio civile e politico che fu la Primavera di Praga. Per Pithart i sei giorni successivi all'invasione sovietica, giorni di resistenza civile eroica e grande liberà, furono "i più belli della vita" per quella generazione di cecoslovacchi. Ma poi arrivò il grande freddo della normalizzazione, ossia il processo di purghe e licenziamenti che cancellò ogni traccia della Primavera di Praga. "Non ne rimase nulla", sostiene Pithart, che ho sentito anche per Il Foglio (leggi l'intervista). 

Petruska Sustrova resistette ai sovietici, fu tra le tante persone scese in piazza a prendersi gioco dei soldati, a dare loro indicazioni sbagliate per farli perdere per Praga, a spiegare che non era vero che la Germania Ovest aveva invaso la Cecoslovacchia, come dicevano i loro comandi. Durante la primissima fase della normalizzazione, la più dura, Sustrova finì in carcere. "Quando uscii trovai un mondo diverso. I miei compagni, se mi vedevano per strada, cambiavano lato del marciapiede. Ma non perché non volessero parlarmi. Avevano paura". Ecco, la Cecoslovacchia post-primavera fu anche questo: un Paese dove tutti si chiusero nella propria nicchia, dimenticando il fervore irripetibile dei mesi che precedettero l'invasione, dove la politica era al centro di ogni cosa e la speranza di cambiamento galvanizzava tutti. 


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Sempre per la RSI, ho intervistato Jiri Pehe, ex consigliere politico del grande Vaclav Havel, gigante della libertà e protagonista della Rivoluzione di Velluto, che nel 1989 portò alla fine del comunismo a Praga. Pehe, che fu esule negli anni Ottanta, colloca la Primavera di Praga nel più ampio contesto del 1968, per la carica di libertà e innovazione che seppero sprigionare, in quel periodo, il mondo del teatro, del cinema e della cultura in generale. L'intervista è uscita per il radiogiornale, il 21 agosto, ed è stata ripresa dal sito di RSI, che l'ha rielaborata in forma video. Si può ascoltare e vedere da qui. O leggere sul sito di Eastewest, dove Pehe racconta anche i suoi ricordi personali della Primavera di Praga. 


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L'ultimo lavoro, anche questo in forma radiofonica, è la storia di una famiglia al tempo della Primavera di Praga: la famiglia di Rostislav Pietropaolo. Nato in Calabria, ma trasferitosi a Praga dopo la seconda guerra mondiale, il signor Pietropaolo credette fortemente nella Primavera di Praga. E ancor più di lui lo fecero sua moglie Ivona, sindacalista e organizzatrice nel Partito comunista,  e suo fratello, Josef, ufficiale dell'esercito.   

La normalizzazione colpì duramente tutti i Pietropaolo. Ivona, che ebbe un esaurimento nervoso nei giorni successivi all'invasione, fu licenziata ed espulsa dal partito. E tutto questo accadde mentre era in ospedale, ricoverata per via di quell'esaurimento. Josef fu cacciato senza troppi complimento dall'esercito. Il signor Rostislav, che voleva insegnare filosofia all'università, non poté mai concorrere per una cattedra. Riuscì a restare nell'ateneo, ma come ricercatore, per giunta mal pagato. Il lavoro è andato in onda per Radio Colonia, il contenitore in lingua italiana del servizio pubblico tedesco (ascolta il reportage).