Mostar

Il New York Times pubblica un approfondimento su Mostar, una delle città divise dei Balcani. Mi è tornato in mente un vecchio pezzo, che scrissi da lì nel 2009. La situazione a quanto pare non è cambiata da allora. Il reportage uscì su Europa, e fu intitolato Salto nel vuoto. Lo ripropongo qui di seguito.


Salto nel vuoto

A Mostar tra musulmani e croati la convivenza resta impossibile
Europa, 12 settembre 2009

Solita cartolina estiva da Mostar. Sullo Stari Most, il vecchio ponte della città, folto gomitolo di turisti con l’occhio incollato alla macchina fotografica. Tutti a immortalare il tuffatore di turno, che prima di lanciarsi da oltre venti metri d’altezza nelle acque limpide della Neretva, il fiume che taglia la città, tende i muscoli aggrappato al parapetto, pavoneggiandosi.

I tuffatori mostarini sono famosi in tutto il mondo e le loro picchiate a capofitto sono uno dei motivi che spingono sempre più visitatori a inoltrarsi nell’Erzegovina, la porzione meridionale della Bosnia, di cui Mostar è il principale centro urbano. Ma a calamitare i vacanzieri non è la sola spettacolarità dell’esibizione. C’è anche la bellezza magnetica e insieme a essa la storia tragica del trampolino di lancio da cui gli “stuntmen” erzegovesi spiccano il volo. Insieme alla Sarajevo cinta d’assedio e all’eccidio di Srebrenica, il ponte vecchio, risalente alla metà del ’500, barbaramente distrutto nel 1993 dai croato-bosniaci e ricostruito nel 2004, è stato infatti una delle icone del massacro bosniaco, spaventosa guerra civile che vide le tre etnie del paese, musulmani, serbi e croati, combattersi l’una contro l’altra. Senza pietà.

Mostar fu il più importante campo di battaglia del conflitto tra croati e bosgnacchi (i musulmani di Bosnia). Inizialmente i due gruppi unirono le forze per respingere l’offensiva serba. Poi i primi, sostenuti militarmente e politicamente dal presidente croato Franjo Tudjman, accordatosi con Slobodan Milosevic per procedere alla spartizione della Bosnia e coronare i rispettivi sogni di Grande Croazia e Grande Serbia, rivolsero le armi contro i secondi.

La ricostruzione del ponte – annoverato dall’Unesco tra i patrimoni mondiali dell’umanità – e il nuovo statuto varato l’anno prima dall’ex Alto rappresentante Paddy Ashdown, che ha unificato a livello amministrativo la città, abolendo le sei circoscrizioni ritagliate in base a parametri etnici in cui prima risultava suddivisa, sono state percepite come le occasioni buone a sanare i rancori, portato inevitabile del conflitto, che segnano i rapporti tra i croati – in lieve maggioranza – e i bosgnacchi di Mostar. La presenza serba in città, invece, è a dir poco residuale.

Due città in una
Né il ponte, né il nuovo statuto hanno però contribuito a stimolare la riappacificazione. Qui l’eco della guerra continua a rimbombare nella testa. Per disinfettare e cicatrizzare le ferite ci vuole dell’altro. Ma nessuno, ancora, ha capito cosa. La fisionomia urbana conferma le divisioni.
I croati vivono nei quartieri a ovest del boulevard Hrvatskih Branitelja e di via Aleske Santica – le due vie lungo le quali correva il fronte – i bosgnacchi in quelli a est. La divisione è una conseguenza delle vicende belliche.

L’offensiva croata costrinse migliaia di musulmani della parte occidentale di Mostar a lasciare le proprie abitazioni e a riparare sul versante orientale. Dove da allora sono rimasti. In pochi hanno ripreso possesso delle loro vecchie case a ovest della Neretva, molto spesso “scambiate” con i croati che prima risiedevano sulla sponda orientale del fiume.

I due emisferi del capoluogo erzegovese sono due mondi paralleli. Moschee e minareti da una parte, chiese cattoliche e campanili dall’altra. Casupole turcheggianti e palazzine dall’aspetto moderno. Caffè turco e caffè espresso. Mezzelune islamiche e bandierone a scacchi bianco-rossi. Diverse anche le fedi calcistiche. I bosgnacchi parteggiano per il Velez, i croati per lo Zrinjski. Quando c’è il derby la tensione sale alle stelle.

La sola cosa che le due Mostar condividono sono i ruderi di guerra, numerosi, disseminati lungo le strade: edifici pencolanti, caseggiati ridotti a uno scheletro di travi d’acciaio, case con pareti bucherellate come groviere. Case che rimarranno con il marchio della guerra stampato addosso. Chi ha provato a riempire di stucco i fori di proiettile e gli squarci provocati dalle granate passandoci sopra una mano di vernice murale, ha ottenuto infatti uno sgradevolissimo effetto “a pois”.

Musulmani e croati, oggi, continuano fondamentalmente a evitare il contatto e raramente, gli uni sospettosi degli altri, sconfinano nella “tana del lupo”. Il conflitto congelato ha sfiancato anche i pochi che vorrebbero parlare di Mostar anziché delle due Mostar. Dzenan Behmen e Osvit Saferovic, animatori dell’Abrasevic, centro fondato qualche anno fa da giovani croati e bosgnacchi intenzionati a fare a fette la cortina che divide la città con le armi della cultura e del dialogo, hanno riposto le speranze. «Abbiamo provato a connettere, ma siamo rimasti inascoltati. Ormai – dicono all’unisono – lavoriamo quasi esclusivamente sugli eventi culturali. Ci occupiamo più poco di dialogo. È inutile».

Apatia
Oltre ai dissapori etnici c’è da registrare una pesante aridità sociale. «La gente – raccontano Dzenan e Osvit – non intende scuotersi. In questo senso ha ereditato il peggio del socialismo, passività e “lentezza”, a cui s’è aggiunto il peggio del capitalismo, quella smania per i consumi che si materializza nei numerosi centri commerciali sorti ultimamente in città. Ma il problema è che qui in pochi hanno soldi da spendere. Quindi non si consuma e si è sempre più infelici».
Anche Dario Terzic, direttore di Radio X, un’emittente locale, si sofferma sull’apatia dei mostarini. «Questo è a mio avviso il periodo più triste dalla fine della guerra. La rottura tra croati e bosgnacchi è totale. La decadenza pure. Mostar è una città di anime perse, di gente che s’è lasciata andare, che si è arresa.

La frustrazione e l’assenza di prospettive hanno contaminato tutti. A Mostar non abbiamo neanche un cinema. Indicativo, no? Devo dire, comunque, che tra i bosgnacchi l’apatia è più evidente. Sono protesi verso il passato, insistono troppo nel percepirsi come le vittime del conflitto. È verissimo, certo. Ma dovrebbero guardare un po’ avanti. I croati, invece, sentendosi colpevoli per quello che è successo qui a Mostar durante la guerra, hanno limitato al minimo il dibattito sul passato e si sono concentrati sul lavoro. Qualcosa di discreto, sulla loro sponda, sono per lo meno riusciti a combinare».

Senza sindaco
La congiuntura politica, molto delicata, che la città sta attualmente vivendo, è un’altra bella tegola abbattutasi sul centro erzegovese. Dall’ottobre 2008, quando i mostarini andarono alle urne per rinnovare le istituzioni locali, la città è senza sindaco.

In virtù di un gentlemen agreement l’Hdz (Unione democratica croata) e l’Sda (Partito d’azione democratico), i principali raggruppamenti croato e bosgnacco, nominarono nel 2004 un esponente croato a capo della giunta, stabilendo che nella legislatura successiva, sulla base dei criteri d’alternanza previsti dal nuovo statuto, la carica sarebbe toccata a un musulmano. Dopodiché, siglando un’intesa per governare insieme, imbastirono alcune riforme finalizzate a unificare le aziende comunali, che operano ancora secondo criteri etnici (due ospedali, due caserme dei pompieri, etc.).

Riforme di facciata, però. Le divisioni storiche sono tornate subito a galla, annacquando la portata di quei provvedimenti e rendendo sterile il processo di riunificazione cittadina. Croati e bosgnacchi hanno continuato a comportasi come al solito: barricandosi nella propria cittadella e ignorando l’altro.

Ora, la mancata nomina del sindaco dipende dal fatto che l’Hdz, dopo il voto del 2008, ha rinnegato l’accordo, sabotando la nomina di un primo cittadino musulmano e cercando di insediare nuovamente un suo notabile.

Una faccenda etnica
Diversi i motivi dell’arroccamento. È certamente una faccenda etnica. Se serbi e bosgnacchi hanno le loro “capitali”, Banja Luka e Sarajevo, allora è giusto che anche i croati – questo il ragionamento che tiene banco nell’Hdz – rivendichino una loro “fortezza”. Non può che essere Mostar. A tale scopo l’Hdz vorrebbe una modifica allo statuto del 2004 che permetta di eleggere il sindaco direttamente e non più passando dal consiglio municipale. Ma l’Alto rappresentante ha già fatto sapere che la revisione della carta cittadina, suscettibile di incrinare il principio dell’alternanza, è fuori discussione.

Incidono, inoltre, anche le frizioni tra i partiti croati. «Al voto del 2008 il rafforzamento delle altre forze croate, specie il Partito popolare, hanno spinto l’Hdz sulla difensiva », afferma Pedrag Zvijerac, caporedattore del quotidiano Dnevni List, principale foglio della comunità croata. «Bloccare la nomina del sindaco bosgnacco e pretendere la conferma di un primo cittadino in quota Hdz è una prova di forza volta a riaffermarsi sulla concorrenza», ragiona Zvijerac.

Le conseguenze dell’impasse, intanto, stanno diventando allarmanti. La paralisi istituzionale ha impedito l’approvazione del nuovo bilancio. Le casse municipali si sono lentamente ma inesorabilmente svuotate e l’elargizione degli stipendi dei dipendenti pubblici – insegnanti, pompieri, operatori ecologici, impiegati – è arrivata solo grazie allo stanziamento di risorse provvisorie, varato dall’Alto rappresentante. A fine settembre, quando i termini del bilancio d’emergenza scadranno, i consiglieri saranno chiamati a cercare un compromesso per schivare il collasso finanziario nonché la possibile protesta sociale (sempre che la popolazione si svegli dal torpore). Per Mostar sarà un passaggio cruciale. «Adesso – riflette Dario Terzic – è il momento di decidere se provare a unire la città, almeno un po’, o se piuttosto dividerla per sempre. Ma vederla divisa mi fa davvero molto male».