Sfasciatori europei

Orban and Kaczynski hanno ormai deciso di praticare una politica di scontro frontale con le istituzioni europee. Entrambi non intendono rispettare l'obbligo di accogliere alcuni dei 160mila rifugiati ricollocati da Grecia e Italia. La quota ungherese è di 1500 rifugiati, quella polacca di quasi 7000.

Questo obbligo deriva da un voto del Consiglio europeo, ovvero degli Stati membri dell'Ue, preso a fine 2015. Si trattò della conferma di una proposta giunta dalla Commissione. Vi si opposero Ungheria, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia. Non la Polonia, all'epoca guidata dai liberali. Salito al potere, Kaczynski ha denunciato quella scelta. 

Le regole europee prevedono la possibilità che il Consiglio deliberi a maggioranza semplice, dunque chi si oppone a una decisione presa secondo questo schema è tenuto a rispettarla ugualmente. Ma Orban e Kaczynski non hanno intenzione di farlo (la Slovacchia per esempio partecipa da luglio ai ricollocamenti).

L'Ungheria, a differenza della Polonia, ha avuto almeno la decenza di fare ricorso alla Corte di giustizia europee (organo dell'Unione riconosciuto nella sua legittimità dai Trattati) contro il meccanismo delle quote, che va detto non sta affatto funzionando. Ricorso presentato anche dalla Slovacchia. E perso, a ogni modo.

La Commissione europea ha aperto una procedura contro Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca (anch'essa non si è mai conformata all'obbligo dei ricollocamenti, e non lo farà prima delle elezioni di ottobre). Visto come stanno andando le cose, i commissari dovrebbero a breve deferire i tre Paesi alla Corte. Si parla anche di penalità sui fondi strutturali. Per Orban e Kaczynski è un ricatto, ma il discorso sta ormai passando presso varie cancellerie continentali.

Orban e Kaczynski sostengono la necessità di un'Europa più equa e democratica, e rivendicano per i loro Paesi una rinnovata indipendenza. Sotto certi aspetti possono anche aver ragione. E può anche darsi, come dicono, che Juncker e la vecchia Europa siano di un perbenismo insopportabile. Ma il metodo con cui hanno scelto di praticare questa loro "battaglia culturale" - la chiamano così - è indifendibile. Questa non è politica, né furbizia, né astuzia. Si chiama violazione consapevole di regole comuni. 

Per ora hanno buon gioco, perché i Trattati europei non prevedono meccanismi sanzionatori aggravati, rispetto a quelli noti e soliti. In altre parole, la Commissione europea, guardiana dei Trattati, si ritrova a corto di strumenti per arginare Orban e Kaczynski. Non sa come riportarli al tavolo (e per la Polonia c'è in ballo anche la vertenza sullo stato di diritto). Ma avanti di questo passo arriverà probabilmente il momento in cui le leadership di Varsavia e Budapest si ritroveranno totalmente isolate in Europa e a corto di consenso a casa, anche in presenza di una situazione finanziaria favorevole, quale quella attuale. Per non parlare della possibilità che il taglio ai fondi diventi concreto. Qualcuno insomma potrebbe chiedere il conto. Starà poi a Orban e Kaczynski capire il prezzo da pagare per portare avanti questa sfida.