Sull'Islam balcanico

"Il timore è che i Balcani possano diventare un’area particolarmente propizia per le cellule dell’Isis", scrive il collega Umberto De Giovannengeli in un recente articolo, apparso sulla rivista online Ytali, che fa il punto sul pericolo jihadista nell'ex Jugoslavia e in Albania. ll pezzo si chiude con un allarme: "E così per l’Italia il pericolo non verrebbe più solo dal Mediterraneo ma anche dalla frontiera di Nord-Est e dall’Adriatico".

Non è la prima volta che sulla stampa italiana, cartacea e in rete, vengono pubblicati contenuti in cui si evidenzia il rischio sicurezza e stabilità legato alla presenza di cellule estremiste nella regione. Più recentemente, come lo stesso De Giovannangeli ha scritto, è emerso anche il tema del ritorno dei reduci balcanici dello Stato islamico, ora che quest'ultimo perde terreno e potere in Siria e in Iraq. 

Che ci siano cellule radicali nei Balcani è fuori di dubbio. E si sa anche che il Kosovo e la Bosnia Erzegovina hanno un numero di foreign fighters molto alto in rapporto alla popolazione complessiva. Il tema c'è, insomma. Non va ignorato. Ma forse andrebbe anche integrato, completato, calato in uno scenario più ampio. Ad esempio, si dovrebbe verificare cosa pensano le comunità islamiche locali su tale questione, e cosa fanno per contrastarla. Altrimenti - ecco il vero rischio - si potrebbe credere che questo radicalismo germogli all'interno delle stesse comunità islamica in quanto deboli e permeabili alla propaganda (mentre la causa primaria sta nelle debolezze statuali e nella crisi economica). E si farebbe in questo modo il gioco di chi vuole lo scontro di civiltà.  

In questo momento mi trovo in Albania. L'altro giorno ho parlato con un rappresentante della comunità islamica, che mi ha spiegato i programmi e le azioni con cui la stessa comunità ha cercato negli ultimi tempi di riassumere il controllo di alcune moschee ritenute in odor di terrorismo. Ho intervistato anche Piro Misha, un editore e un esperto di questioni religiose e geopolitiche, il quale mi ha spiegato che la questione più controversa per l'Islam albanese oggi non sta nei foreign fighters, ma nella Turchia. Nel senso che l'islam locale è sostanzialmente laico e cinque delle sei madrasse del Paese sono controllate dal movimento di Fetullah Gulen. Ma ora che Erdogan vede in quest'ultimo il regista del golpe dello scorso anno, aumentano le pressioni sulla comunità islamica albanese per fare pulizia e sostituire a quello di Gulen l'islam patrocinato dal governo turco. Ciò significherebbe, in un Paese che costituzionalmente è laico e che ha fondato la sua indipendenza (1912) proprio sulla laicità, uno scivolamento verso il modello erdoganiano, in cui la fede è uno strumento di potere e il potere è virato verso un progetto accentratore e cesarista. 

Per chiudere, cito Leonardo Falco, direttore del seminario cattolico di Scutari, dal quale ho raccolto questa frase. "La guida dalla comunità islamica è in mani salde". 

Perché allora, quando si tracciano analisti sulla presenza di cellule radicali nei Balcani, non ci si premura di allargare il raggio dell'analisi, anziché limitarsi soltanto a dire che c'è un pericolo jihadista e redigendo l'elenco dei soggetti pericolosi, dei messaggi di incitamento all'odio, etc.?