Agosto, Srebrenica

Pubblicato su Diario nell'autunno del 2009


Srebrenica, agosto. La terra del genocidio è inverosimilmente normale. È, in apparenza, uno dei tanti ordinari villaggi dell’entroterra bosniaco. Nient’altro che questo. Uno di quei pulviscolari borghi lambiti dalle caratteristiche sagome tarchiate delle alture, in estate velate di verde dalla base fino al cucuzzolo arrotondato, che marcano ogni palmo di questa nazione.

Il centro di gravità del paese: una piazza con un paio di baretti senza pretese. Uomini seduti al tavolo sorseggiano caffè e fumano neghittosamente. Su uno dei lati della piccola spianata campeggia la chiesa ortodossa, con le sue cupole bombate. Accanto c’è la nuova moschea, in costruzione. Il minareto, in cima al quale sventola la bandiera verde dell’Islam, è schermato da un’intelaiatura dove gli operai s’arrampicano con l’abilità degli scalatori.

Nelle vie adiacenti, qualche chiosco dove si vendono frutta, bibite, verdura e tabacco, qualche modesta locanda dal cui interno arrivano odori forti di carne bruciacchiata e dense zaffate di cipolla. Alcuni spartani negozietti, gli uffici di una banca, la sede del municipio e un moderno supermercato a completare il quadro.  

Srebrenica. Una contrada bosniaca come tante. Non si direbbe che questo è il posto del genocidio. Il più grande genocidio del secondo ‘900 europeo. Il massacro avvenne all’indomani dell’11 luglio 1995, giorno in cui i militari serbo-bosniaci, agli ordini del generale Ratko Mladić, aprirono il fuoco sulle postazioni dei caschi blu olandesi che avrebbero dovuto proteggere la città – dichiarata area protetta da una risoluzione Onu – e i 40mila profughi che vi si trovavano. Disattesero le consegne, invece. Bastarono, agli uomini di Mladić, due schioppettate: gli olandesi se la diedero a gambe e lasciarono i bosgnacchi in balia dei conquistatori. Poi andò come tutti sanno: i serbi catturarono vecchi, adulti e ragazzini, trucidandone 8372.

Ci si aspetterebbe, a Srebrenica, di vedere ovunque i segni del massacro, della guerra, della foga assassina. Invece niente. La prima impressione è un’impressione di normalità. Normalità in piazza e normalità negli sguardi della gente. Normalità anche nelle case. A differenza di altri luoghi della Bosnia, ancora disseminati da ruderi di guerra, scheletri d’acciaio, travi sbrindellate e palazzine forellate come una groviera, qui molte delle abitazioni sono state ristrutturate, levigate, lisciate, tinteggiate, messe a punto per il ritorno dei profughi. Ma sono proprio queste dimore a confessare che qualcosa non torna, a dire che la sensazione di apparente tranquillità che si respira da queste parti è ingannevole. Le abitazioni, infatti, sono quasi tutte vuote. Molti, tra quelli che si salvarono la pelle ai tempi dell’eccidio non c’hanno rimesso piede. Difficilmente ce lo rimetteranno. Il loro futuro non è a Srebrenica. È altrove, nei paesi e nelle città dove hanno trovato scampo dalla mattanza. Lì, dopo la guerra, sono rimasti. Lì si sono rifatti una vita. Lì hanno trovato lavoro. Lì restano perché ripartire da Srebrenica è lacerante. «Più ci facciamo vecchi, più è difficile tornare al villaggio. Le case disabitate sono abitate solo dai nostri ricordi», dice la scrittrice bosniaca Jagoda Iličić, una delle personalità che hanno partecipato lo scorso agosto alla Settimana della memoria, iniziativa promossa dalla Fondazione Alexander Langer. Ritorno al futuro è ritorno al dolore.

Ho assistito, a Srebrenica, a dibattiti, seminari e tavole rotonde. Il comune denominatore: il domani si costruisce partendo dal passato, ma se il passato resta solo uno squarcio profondo sulla pelle il futuro rimane a parecchie spanne di distanza, inavvicinabile.

Foto | Filip De Smet

Foto | Filip De Smet

A Srebrenica e in tutta la Bosnia è difficile rielaborare il dolore e il conflitto. «Questo posto e il paese intero – ha spiegato alla Settimana della memoria Enver Kazaz, docente dell’università di Sarajevo – sono permeati di due culture asimmetriche: quella della vittima e quella dell’eroe. La vittima che è un agnello sacrificale, l’eroe che può permettersi di travalicare ogni limite etico».

A Srebrenica, l’11 luglio, si celebra ogni anno la ricorrenza dell’eccidio. A Bratunac, giusto a dieci chilometri di distanza, i serbi di Bosnia, anche loro ogni anno, anche loro nello stesso periodo, rendono omaggio ai propri caduti e inneggiano al generale Mladić.

Secondo Enver Kazaz in Bosnia più si va avanti più si torna indietro. «Non c’è confronto, lentamente si insegna e si impara di nuovo a odiare e lentamente ci si prepara a un nuovo genocidio». Parole forti. Ma è vero che di confronto, nei giorni d’agosto in cui sono transitato nel luogo del genocidio, ce n’è stato poco. Gli esponenti bosgnacchi del consiglio municipale hanno disertato la Settimana della memoria. Dei serbi, che ora a Srebrenica costituiscono la maggioranza etnica, neanche l’ombra. L’unico a bazzicare nella Dom Kulture, una sorta di centro convegni cittadino, è stato un giornalista del posto, Marinko Sekulić, un sacripante, con una pancia tesa come la scorza d’un cocomero, che s’aggirava nei dintorni della Dom Kulture con una jeep fuori moda e un’etichettona gialla – “press” – in bella vista sul parabrezza.  

La normalità apparente di Srebrenica è anche quella dell’orticello di Hatidža, l’anziana signora che mi ha ospitato. Hatidža lo coltiva con grande dedizione. Zappa, semina e raccoglie tutto il giorno, ricurva sulla terra. Alleva anche una capretta e la munge, ogni mattina, imbottigliando poi il latte. Hatidža non è solo l’ordinaria abitante del borgo, la piccola agricoltrice e allevatrice che sgobba, sbuffa e gronda fatica per domare il suo appezzamento e spremere le mammelle della sua capra. La mia padrona di casa è una delle donne di Srebrenica. Donne sole, che hanno perso mariti e figli nel ’95. Il giorno della mia ripartenza, a colazione, davanti a dei dolcetti fatti in casa e a una tazza bollente di caffè turco, Hatidža mi ha sbattuto in faccia i suoi ricordi. Sussurrando qualche parola nella sua lingua – brat (fratello), juli (luglio), Srbija (Serbia) – a me poco comprensibile, rivolgendo gli occhi inumiditi verso l’alto e agitando un ritaglio di giornale incorniciato, che la ritrae accanto a un militare americano all’epoca in cui era profuga.  

Foto | Filip De Smet

Foto | Filip De Smet

Hatidža è una delle tante donne di Srebrenica che attendono che venga fatta giustizia, che Radovan Karadzić, l’ex capo dei serbi di Bosnia, arrestato nel luglio del 2008, venga condannato dal tribunale internazionale dell’Aja, e che Ratko Mladić, ancora latitante, venga catturato. Aspetta anche Amra Begić, dello staff del memoriale di Potočari, località alle porte di Srebrenica dove sorge il grande cimitero delle vittime dell’eccidio. L’ufficio di Amra, che nel ’95 perse il padre, si trova all’interno del grande capannone industriale, un’ex fabbrica di batterie, che svetta di fronte al camposanto e che ospitava all’epoca il quartiere generale dei caschi blu olandesi. Proprio lì davanti, quando i serbo-bosniaci entrarono a Srebrenica, migliaia di persone s’accalcarono chiedendo di essere sottratti dalle grinfie di quelle milizie. Proprio lì davanti, Mladić rassicurò gli ufficiali olandesi che avrebbe scortato i profughi nelle aree controllate dall’esercito bosgnacco. Non andò così.

«La costruzione del memoriale – a detta di Amra Begić – è una prima forma di giustizia, ma la giustizia arriverà solo quando dall’Aja giungerà una condanna e solo quando avremo identificato tutti i resti delle vittime». Ci vorrà del tempo e forse il tempo non sarà necessario, considerato che l’identificazione, che spetta a un’apposita commissione federale, è quanto mai complessa. «Delle 8732 vittime ne sono state finora identificate 3749. Il lavoro è difficile, perché i resti delle persone assassinate sono stati mischiati nelle fosse comuni, poi spostati in altre fosse e rimischiati, dato che i serbi volevano disperdere le tracce delle vittime. Inoltre, ci sono ancora fosse, nei paraggi, che non sono state rinvenute», mi ha spiegato Hasan, anch’egli del personale del memoriale, scortandomi nel cimitero, raccontandomi di come se la svignò attraverso i boschi dopo l’irruzione dei serbi a Srebrenica, e del padre e del gemello trucidati.

Sfiliamo davanti alle tante lapidi islamiche, di marmo bianco, conficcate nella terra Filari di tombe. Ma ne mancano ancora circa cinquemila. Potočari è un cimitero a metà, dove ogni 11 luglio, negli anni a venire, magari con qualche lapide in più, si celebrerà lo stesso rito: centinaia di persone a pregare, tra parenti delle vittime, superstiti e qualche curioso venuto dall’Europa, turista del dolore o pellegrino di verità. A Bratunac, i serbi onoreranno invece i loro morti.

Il futuro, a Srebrenica, va a braccetto col passato anche a livello politico. Ćalim Duraković ha lanciato nel 2007 una campagna politica per riconoscere a Srebrenica uno status speciale, finalizzato a svincolare la città dalla giurisdizione della Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia (l’altra entità è quella croato-musulmana). Duraković, alla testa di un drappello composto da circa cinquanta coetanei, allestì una tendopoli accanto allo stadio di calcio di Sarajevo e alzò la voce per espellere Srebrenica dai confini della Republika Srpska. Adesso che è tornato a casa e che è stato eletto vice sindaco non ha cambiato idea. «Se la Bosnia fosse un paese normale, Srebrenica avrebbe uno statuto speciale. Non è giusto che a scrivere le regole, qui, siano i responsabili, diretti o indiretti, del genocidio», mi ha detto Ćalim, vestito gessato fumé, camicia rosa, capello ingellato e pataccone al polso, aprendomi le porte del suo ufficio.

Sottrarre Srebrenica alla giurisdizione della Republika Srpska è difficile, se non impossibile. Servirebbe una riforma costituzionale, ma le riforme, in Bosnia, sono ferme da tempo, complici i veti incrociati tra serbi, bosgnacchi e croati, il terzo gruppo nazionale del paese, inchiodati al passato e alla cultura della guerra. Però qualcosa s’è mosso. All’ultima tornata amministrativa l’Alto rappresentante della comunità internazionale (la Bosnia è ancora un semi-protettorato sotto la tutela di Onu e Ue) ha permesso a chi è originario di Srebrenica ma vive altrove, in altre parole alla gente che non ha ripreso possesso delle vecchie case, di votare. «Un primo passo che riconosce l’eccezionalità di Srebrenica», a detta di Ćalim.

Non l’unico. Il cimitero di Potočari, a partire dal 2007, è stato sottratto alla competenza di Banja Luka (la capitale dell’entità serbo-bosniaca) e assegnato a quella dello stato centrale su decisione dell’Alto rappresentante.  Nel gennaio scorso, poi, il Parlamento europeo ha proclamato l’11 luglio giornata del ricordo del genocidio di Srebrenica. Un gesto tardivo ma comunque importante. Se è vero che la memoria della carneficina del ’95 non ha mai fatto breccia presso l’opinione pubblica del vecchio continente anche perché i Balcani, causa il solito vecchio pregiudizio, vengono percepiti come un’area franca, avulsa dalla civiltà europea, adesso c’è modo di dare valore a quei fatti, di onorare a dovere quelle vittime, di ricordare le responsabilità della comunità internazionale e l’impotenza ignominiosa dei caschi blu.

La coltre di silenzio e l’imbarazzo con cui finora s’è approcciata la questione Srebrenica s’è un po’ diradata. Tuttavia il futuro cittadino dipende non solo dalle decisioni prese da fuori, da un proconsole e dall’emiciclo di Strasburgo. Qualcosa deve arrivare anche da dentro. Dai serbi e dai musulmani. Michele Biava, responsabile dell’ufficio che la Cooperazione italiana ha aperto da poco a Srebrenica: «In paese non ci sono crinali fisici, il territorio è misto. Ma la coesistenza effettiva è ancora lontana. Ci sono freddezza reciproca, mancanza di disponibilità e situazioni di parte».

Ritorno al passato. Giusto, allora, chiudere con un po’ di futuro. Dario Terzić, giornalista di Mostar, città simbolo della guerra bosniaca, una volta orgogliosamente promiscua, oggi etnicamente divisa lungo le sponde del fiume Neretva (i croati vivono a ovest, i musulmani a est), era di passaggio a Srebrenica lo scorso agosto: «Rispetto all’ultima volta che sono stato qui – mi ha confidato – mi sembra di percepire meno cupezza. Mi è venuto in mente, per un attimo, che questa gente di Srebrenica che si mescola in piazza mi ricorda la Mostar del marzo del ’94, quando al termine delle ostilità tra croati e bosgnacchi uscimmo dai sotterranei e ci fiondammo in strada. Nella mia città la riconciliazione non è andata bene. Qui a Srebrenica è tutto da vedere, ma loro hanno almeno il vantaggio di non avere barriere fisiche, che siano muri o fiumi. C’è la possibilità di comunicare. Non è poco».