Un mestiere che cambia

Piazza Scanderbeg a Tirana, nel 2007.

Piazza Scanderbeg a Tirana, nel 2007.

Qualche giorno fa ho riaperto vecchi file di foto scattate durante i tanti viaggi che ho fatto in Europa Centrale, Balcani e area post-sovietica. È dal 2005 che seguo questa grossa regione di mezzo dell’Europa, e avevo voglia di recuperare un po’ di memoria visiva e di sensazioni.

Ma scorrendo queste foto mi sono soprattutto reso conto di quanto il mio lavoro, e il modo in cui lo faccio, siano cambiati nel corso di questi anni. Fino al 2014 ho prevalentemente scritto. Organizzavo le trasferte in modo tale che, una volta fissata qualche intervista, per il resto mi sentissi libero di esplorare, di perdere tempo a camminare, di perdermi nei posti in cui mi trovavo. E scattavo tante fotografie: perché mi è sempre piaciuto farle e perché, al ritorno da quei viaggi, mi aiutavano a recuperare suggestioni e a sviluppare una scrittura “fotografica”, capace di restituire - un minimo - il senso dei posti e delle persone che raccontavo. Quelle tre, quattro pennellate descrittive che danno movimento a un pezzo.

Vukovar, Croazia, 2010.

Vukovar, Croazia, 2010.

Il periodo tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 è stato molto duro. Chiusero nel giro di poco tempo Europa, con cui vantavo una collaborazione decennale, e Pagina 99, per il quale avevo iniziato a scrivere, dopo che era cessato il rapporto con Il Manifesto. Mi buttai sulla radio, senza mai averla fatta.

Iniziò in quel momento la collaborazione con Rsi (grazie a Beppe Bucci), che si è allargata successivamente anche al video. Il passaggio ai nuovi mezzi ha cambiato profondamente il mio lavoro. La radio e il video, in particolare quest’ultimo, impongono una pianificazione molto più serrata della trasferta. Nulla può essere lasciato al caso. Interviste, coperture, sonorizzazioni: tutto va pensato prima. Portare a casa il lavoro è più complicato, e non solo per un discorso tecnico. Così per camminare, perdermi e improvvisare non ho più il tempo di una volta. E non scatto quasi mai fotografie. Al massimo, nei momenti liberi vado in giro a fare coperture video.

Georgia, 2010.

Georgia, 2010.

Le cartelle “foto” delle trasferte degli ultimi cinque anni sono molto povere, pur se cerco sempre di scrivere in modo fotografico (in fin dei conti filmando in testa ti restano delle immagini). Ma quando scrivo mi accordo che qualcosa comunque è cambiato. Il metodo di lavoro radio-tv, che pretende rigore e precisione, mi fa tendere, oggi, verso una scrittura più precisa e matura (credo), più attenta al rapporto tra parole, punteggiatura e spazi. Mi immagino un foglio word come un montaggio in Premiere, sotto certi aspetti. Anni fa invece scrivevo in modo più frizzante, più adrenalinico, ma anche meno disciplinato. Ho un po’ di nostalgia per quei tempi, anche se non mi dispiace il me stesso di oggi. Magari se in futuro tornassi al giornalismo scritto potrei recuperare quell’effervescenza, e scattare di nuovo tante foto. Ma non so se in futuro ci saranno ancora giornali per cui scrivere.

Cacciatori di neon

Da anni David Hill e Ilona Karwińska, lui designer inglese, lei fotografa polacca, salvano dall’abbandono i neon che illuminarono la Varsavia comunista. Dopo il crollo del regime queste insegne luminose, tipiche della capitale polacca, furono infatti spente o dismesse. Reliquie inadatte al capitalismo: così vennero considerate.

I neon salvati da David e Ilona, partner nel lavoro e nella vita, sono esposti al Neon Muzeum. E intanto, proprio grazie a questo museo, fondato nel 2005, queste morbide luci stanno avendo un revival. Tornano a illiminare la città. Mio videoreportage per il sito di RSI.

Verde cortina

L’Observation Point Alpha, il punto più caldo della vecchia frontiere tra le due Germania. Foto di Ignacio Maria Coccia.

L’Observation Point Alpha, il punto più caldo della vecchia frontiere tra le due Germania. Foto di Ignacio Maria Coccia.

Nel 2014 io e il fotografo Ignacio Maria Coccia effettuammo un viaggio lungo l’ex cortina di ferro, la linea che scindeva in due l’Europa al tempo della Guerra fredda.

Seguimmo il vecchio confine tra le due Germanie, quello tra Germania e Repubblica Ceca, quelli tra Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia, e infine quello italo-sloveno.

Scrivemmo un reportage a puntate per l’Huffington Post, poi pubblicammo un libro. Fu un’esperienza molto interessante. Viaggiammo in un momento storico in cui i concetti di Europa e di frontiere non erano così sotto pressione. Non ancora. Percepimmo però, in alcuni tratti di quella vecchia linea militarizzata, disparità economiche, salti culturali e frustrazioni, oggi amplificate da una certa retorica.

Il confine non significa solo immigrazione. Il confine è un concetto in cui tutti noi, in un modo o nell’altro, ci specchiamo quotidianamente. Fu questa la lezione principale che appresi da quel viaggio. Qui di seguito trovate l’ultimo dei dodici articoli per l’Huffington, al termine del quale sono linkate tutte le altre puntate del reportage.

https://www.huffingtonpost.it/2014/04/23/a-gorizia-e-trieste-reportage-verde-cortina_n_5198602.html?utm_hp_ref=it-verde-cortina

Muro orientale

Nel 2016 la Slovenia decise di innalzare un reticolato al confine con la Croazia, per lo stesso motivo per cui oggi il vice premier Matteo Salvini e il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, mediterebbero di chiudere alcuni tratti della frontiera italo-slovena: i (pochi) migranti in risalita dalla rotta balcanica. Tre anni fa feci un sopralluogo proprio lungo il confine croato-sloveno, a vedere l’impatto di quella barriera, nel territorio e nella testa della gente. Ne uscì un reportage per Pagina 99, all’epoca diretto da Luigi Spinola, che posto qui di seguito.


Il fiume Dragogna, sulla linea del confine, all’altezza del villaggio sloveno che porta il suo stesso nome, ha le sembianze di un torrente. Il letto è sassoso e l’acqua scivola via rapida. Sul lato sloveno si trova una piccola stazione di controllo idroelettrico. Su quello croato c’è la base della collina sulla cui sommità pianta le radici Buje, tipico borgo istriano. Campanile in stile veneziano, case pencolanti e stradine strette. Affaccio sontuoso sull’Adriatico.

Il Dragogna, separando Slovenia e Croazia, coincide anche con uno dei limiti dell’area Schengen. La Croazia non ne fa ancora parte, e alla dogana che campeggia al bivio tra la strada che si arrampica verso Buje e quella che conduce alle saline di Sicciole, seguendo la linea della frontiera, le pratiche sono pertanto quelle solite. I poliziotti sloveni controllano i documenti in entrata e in uscita. Oltre frontiera c’è una pattuglia di agenti croati. A un centinaio di metri dalla dogana, versante sloveno del confine, degli automobilisti compilano dei moduli in una piazzola di sosta. Si capisce, dal tono della loro voce, che c’è qualche disaccordo sulle formalità da espletare.

 

 Sospensione di empatia

Sarebbe tutto normale e ordinario, se non fosse che proprio in riva al fiume, lo scorso dicembre, i genieri sloveni hanno disposto dei rotoli di filo spinato. L’area del Dragogna è l’estremità occidentale del “muro” anti-rifugiati innalzato dalla Slovenia. Corre dall’uno all’altro lato della frontiera con la Croazia. Il primo segmento è stato tirato su a novembre, lungo la direttrice Zagabria-Ljubljana: il tratto più esposto alla processione dei profughi.

La misura presa dall’esecutivo sloveno, guidato da Miro Cerar, non meraviglia. «C’è stato un fenomeno di sospensione dell’empatia verso i rifugiati che contamina tutta l’Europa, Slovenia inclusa», suggerisce Stefano Lusa, giornalista di Radio Capodistria. I governi, con l’occhio ai sondaggi, si sono attrezzati. Hanno alzato muri burocratici e fisici, manifestando una voglia di controllo sulle frontiere che, azzarda qualcuno, potrebbe scaraventare nella ghiacciaia il principio europeo della libera circolazione di persone (in questo caso il processo di adesione croato si allungherebbe oltre modo). Per scongiurare questo scenario, l’Europa ha scelto di blindarsi, affidando alla Turchia, in cambio di molto denaro, il compito di tenere sul suo territorio i rifugiati in arrivo dal Medio Oriente e riprendersi indietro coloro che verranno rimpatriati. “La rotta balcanica si è effettivamente chiusa”: così Cerar ha interpretato il patto con Ankara, annunciando che nessun fuggiasco entrerà più in Slovenia, a meno che non faccia richiesta d’asilo.   

 

Confine colabrodo

Prima della dogana di Dragogna c’è un viottolo ghiaioso che, costeggiando degli orti, porta fino al lungofiume. Fino al filo spinato. «Uno spreco di soldi», taglia corto Silvano, un contadino. Procedendo a passo d’uomo sulle strade sterrate della valle del Dragogna si direbbe che non abbia torto. Il filo spinato sembra del tutto inadatto a contenere uomini e donne in marcia. «Cosa vuoi che siano tre rotoli di filo spinato? Se uno vuole, si arrampica e salta. Ma chi vogliono fermare? Questo confine è un colabrodo», dice Aris Milani, promotore, lo scorso gennaio, della 3 Nations Walk for Peace, piccola marcia lungo il Dragogna. Uno dei vari eventi di protesta contro il “muro” tenutisi in Istria, regione transfrontaliera e multiculturale che questo corso d’acqua seziona nel suo lembo più a ovest.

In un’altra occasione, sloveni e croati hanno improvvisato una partita di pallavolo usando il filo come rete. Circola poi un manuale, ha riportato Francesca Rolandi su Osservatorio Balcani e Caucaso, destinato a chi volesse tagliarlo e aprire varchi. Varchi che non servirebbero a facilitare il passaggio di rifugiati, ammesso che la via balcanica sia per loro ancora percorribile, per il semplice motivo che qui, in tutti questi mesi, nessuno ha scavalcato la frontiera. «Gli unici a venire sono stati quelli che protestano», afferma una signora la cui casa si trova proprio sulla riva del Dragogna. Queste iniziative la mettono un po’ a disagio, avvezza com’era alla quiete di questo confine che non faceva notizia.

 

Unità istriana

Non passano rifugiati e nulla è mutato nell’andare e nel venire da una parte e dall’altra del confine, a Dragogna e negli altri valichi istriani. Il filo spinato, tra l’altro, non infastidisce neanche il colpo d’occhio, mimetizzato com’è tra i boschi e gli appezzamenti che tappezzano i bordi del fiume, dove nessuno, salvo gli agricoltori, ha necessità di andare. Insomma: perché mobilitarsi? Contro chi e cosa?

C’è sicuramente una componente “generalista” rappresentata da quelle persone che sono sensibili alla causa dei rifugiati e si oppongono a ogni ostacolo pensato allo scopo di arrestarne il peregrinare. Ma c’è anche una forte carica localista, alimentata dalla specificità storico-culturale dell’Istria. Questa regione è disabituata ai confini. Al tempo di Venezia, dell’Austria, dell’Italia e della Jugoslavia è sempre stata un’entità unica. Il primo confine vero calato in questo fazzoletto di terra è stato proprio quello croato-sloveno, figlio della disgregazione jugoslava. «Questo filo spinato è un’assurdità, in un momento in cui abbiamo visto lo smantellamento dei confini, prima tra Italia e Slovenia, poi parzialmente tra Slovenia e Croazia. L’ingresso di Zagabria in Europa è stato il primo passo verso un’effettiva ricomposizione territoriale, da completare con l’allargamento di Schengen. Il filo spinato significa ritornare indietro», ragiona Kristjan Knez, vice presidente della comunità italiana di Pirano, cittadina adriatica della Slovenia.  

Gli italiani dell’Istria sono stati tra i più fermi oppositori della barriera. Si capisce il perché. L’essere minoranza, spalmata tra due Stati, con memorie novecentesche dolorose alle spalle, rende il filo spinato un simbolo cupo. L’apertura delle frontiere e la piena libertà di circolazione, a ogni modo, darebbero sollievo a tutta l’Istria, dato che il secolo scorso ha imposto passaggi drammatici anche a croati e sloveni. L’Europa e Schengen servirebbero anche a questo: a rendere meno legnosi, in crinali come questo, gli incroci del passato; a massaggiare i muscoli ancora tesi dei popoli.  

Andiamo a Buje, dove veniamo a sapere che la protesta ha anche una dimensione animalista. «È stato dimostrato che alcuni animali sono morti, perché mentre andavano alla ricerca di cibo sono rimasti impigliati nel filo», racconta Zoe, cameriera di una locanda. In rete circolano diverse foto di bestiole intrappolate. «A me dispiace soprattutto per la selvaggina. Gli animali non sanno; gli animali il filo spinato non lo riconoscono», le fa eco Luciano Franceschini, spiegando a modo suo che l’identità istriana, soprattutto nelle zone interne, passa anche da un rapporto speciale con la natura. «Le persone possono anche andarsene, ma le montagne e i boschi restano». 

 

La frontiera rassicurante

Scendiamo a valle e ritorniamo in Slovenia. Incontriamo Denis Fakin, presidente della comunità di Sicciole e membro del consiglio comunale di Pirano, di cui Sicciole è una frazione. Anche lui solleva dubbi sull’effettiva capacità di contenimento della barriera e ritiene, come molti altri, che sia «uno spreco di denaro». Al tempo stesso fa notare che il filo spinato è anche la conseguenza della polemica con la Croazia, accusata dalla Slovenia di non gestire adeguatamente il flusso di rifugiati e di farne passare troppi oltre frontiera. Addirittura, Fakin ipotizza una sovrapposizione con un altro contenzioso: quello sulla delimitazione dei confini tra i due paesi, contesa che riguarda proprio questo spicchio di territorio. La disputa va avanti da anni e verte sia sulla demarcazione della frontiera marittima nella baia che si apre tra Pirano e Capo Salvore, in Croazia, sia sul limes terrestre, all’altezza della foce del Dragogna, dove il governo di Ljubljana ritiene che il confine corra qualche metro a sud del fiume. Insomma, il filo spinato sarebbe anche una forma di pressione per indurre Zagabria a chiudere la vertenza. E comunque, lì dove la terra è litigata e reclamata, la barriera proprio non c’è. A conferma che chiunque, volendo, può prendersi gioco di questa frontiera.

Ma il vero senso di questo sterile rafforzamento del confine non è quello di fermare il passo dei rifugiati. Se mai si tratta di rassicurare, intercettando l’umore delle persone, il loro bisogno di quieto vivere. Le cronache dall’Istria hanno dato molto spazio alle iniziative anti-barriera, rimarcandone il carattere plurinazionale. Ma potrebbe darsi che esista una fetta di popolazione, magari quella che non vive a ridosso del confine, a cui il filo spinato, tutto sommato, sta bene. Qui – ragiona Denis Fakin – in tanti non lo vogliono. Però sai com’è, anche un po’ di sicurezza dev’essere garantita». Mentre Aris Milani ricorda che «quando abbiamo organizzato la marcia lungo il Dragogna ho parlato con cittadini croati e sloveni, realizzando che in questo territorio c’è anche molta gente spaventata, che vede nel confine un fattore stabilizzante».

Raccontare i migranti

In questi anni ho seguito un po’ di storie di migranti. Ero lungo il confine tra Ungheria e Serbia nei giorni in cui il governo di Budapest alzava la barriera metallica. Ci sono stato un anno dopo. Poi ho raccontato qualche altra storia: a Vienna, in Istria, in Puglia e a Berlino, dove ho chiuso per il momento questo ciclo, parlando di come i rifugiati siriani stiano ricostruendo le loro vite nella capitale tedesca.

Noi giornalisti non possiamo fare che questo: andare, vedere, raccontare. In questo strano momento storico, l’opinione pubblica preferisce gli slogan dei politici alle cose che noi vediamo sul campo. Ma non c’è alternativa, se non quella di continuare a fare il nostro mestiere. Posto qui di seguito una buona parte delle storie che ho visto e raccontato in questi anni, in varie forme.

2015

L'ultima frontiera 🎤
In una vecchia fabbrica di Subotica, al confine serbo-ungherese i migranti aspettano di entrare in Europa. Intanto, il governo magiaro costruisce una barriera lungo la frontiera. Per il radiogiornale della Rsi.

Macondo 📰
Rifugiati da tutto il mondo e da tutte le epoche. La storia particolare di un piccolo distretto alle porte di Vienna. Per Pagina 99.

2016

Il grande sbarco 🎤
Ventimila albanesi a Brindisi, in un giorno. Il primo esodo via mare dell'epoca in cui viviamo. Un radio documentario per la Rsi.

Istriani contro il muro 🎤
Italiani, croati e sloveni protestano contro il reticolato anti-migranti voluto dal governo di Lubiana. Per il notiziario della Rsi.

Refugees get equipped for business in Vienna restaurant 📰
Vienna's Habibi & Hawara restaurant employs a dozen mainly Syrian refugees. But it's not just a job. Published by Deutsche Welle.

Ucraina: destino di sfollati 📰
Gli sfollati interni a Kiev. Storie di fuga e di vita. Per Osservatorio Balcani e Caucaso.

Ungheria, i migranti oltre la rete 📺
Malgrado il "muro" al confine serbo-ungherese, i migranti cercano ancora da qui la via per l'Europa. Per Rai News 24.

Vienna senza muri 📺
Storie virtuose di rifugiati e accoglienza nella capitale austriaca. Sempre per Rai News 24.

2018

Integrarsi cucinando 📺
Il cibo come ponte tra berlinesi e rifugiati. Per il sito di Rsi.

Berlino: il ritmo della libertà 📺
Storie di musicisti siriani nella capitale tedesca. Per il sito di Rsi.

2019

Berlino, piccola Damasco 📺
Vita, sogni, lavoro, delusioni: i rifugiati siriani nella capitale tedesca. Documentario tv per la Rsi.

Pogrom

Il memoriale che ricorda il pogrom di Jedwabne, del 1941.

Il memoriale che ricorda il pogrom di Jedwabne, del 1941.

Pogrom, come noto, è la parola che esprime le violenze commesse in passato nei confronti degli ebrei in Europa centrale e orientale. La federazione calcistica polacca ha usato esattamente questo sostantivo, pogrom, per celebrare la larga vittoria della nazionale contro Israele, nel match di lunedì, giocato a Varsavia e valevole per le qualificazioni agli europei del 2020. È apparsa, la parola pogrom, in un post sulla pagina Facebook della federcalcio, guidata da Zbigniew Boniek. Poco dopo è stato rimosso.

Scelta infelice, imbarazzante, squallida. Nulla da dire. E non vale come alibi il fatto che nella terminologia sportiva polacca pogrom sia una parola ricorrente (lo ha fatto notare il collega Salvatore Greco in rete). Qui ci sono di mezzo la storia e la dolorosa vicenda del popolo ebraico. Non serve solo sensibilità. Serve anche un minimo di memoria storica.

Ci furono pogrom anche in Polonia. I più noti, tra quelli avvenuti nel periodo bellico e post-bellico, avvennero a Jedwabne nel 1941 e a Kielce nel 1946. Oltre a questo, c’è da ricordare che la Polonia interbellica fu caratterizzata da forte antisemitismo e che quest’ultimo, ancora oggi, è diffuso in una parte non irrilevante della popolazione. Lo dimostrano per esempio gli studi di Michał Bilewicz, un giovane sociologo dell’Università di Varsavia.

Però bisogna fare attenzione. Molta attenzione. In Polonia ci sono stati i pogrom, c’è stato l’antisemitismo e ancora oggi ci sono fenomeni di intolleranza. Ma questo è anche il Paese che tanti secoli fa accolse gli ebrei cacciati dalla Spagna, dalla Germania, dal resto d’Europa; che ebbe la più alta percentuale di popolazione ebraica prima della Seconda guerra mondiale; che non ha mai avuto una forza collaborazionista che abbia consegnato ebrei al nazismo; che ha il più alto numero di Giusti tra le Nazioni.

Purtroppo, quando si parla di Polonia, delle volte tende a prevalere una narrazione che la identifica come un laboratorio di xenofobia, estremismo e odio razziale. Penso che dipenda anche dell’ignoranza, tragica, che in certi casi induce a credere che Auschwitz-Birkenau sia stato un esperimento anche polacco, per il solo fatto che il campo della morte voluto dai nazisti si trovasse in Polonia.

Frequento da tanti anni la Polonia. Dal 1989 a oggi è stato prodotto un grande sforzo per riscoprire la storia ebraica del Paese e il contributo che gli ebrei hanno dato al suo sviluppo storico, sociale, scientifico e culturale. Gli stessi ebrei polacchi riconoscono questa tensione positiva.

Sono stati creati dei musei sulla storia degli ebrei polacchi (il Polin di Varsavia è di altissimo livello) e sono stati scritti molti libri sull’apporto ebraico alla biografia nazionale. Altri ancora ne sono stati pubblicati in merito a vicende fosche, inquietanti. Come i pogrom di Jedwabne e Kielce.

C’è un pezzo di Paese che non vuole saperne. O perché vede nella Polonia una nazione fiera e candida, che non si è mai macchiata di alcun crimine. O perché nutre pregiudizi verso gli ebrei. O perché entrambe le cose. Ma c’è un’altra Polonia che ha voglia di scoprire e recuperare: le cose buone e le cose meno buone della questione polacco-ebraica. Ecco, quest’altra Polonia non emerge così spesso. Ma esiste, e personalmente non credo sia così minoritaria. Anzi.

Nel match di lunedì a Varsavia è successa una cosa che potrebbe aiutare a capire come stanno le cose. Al momento dell'esecuzione dell'inno israeliano una parte del pubblico ha iniziato a fischiare, ma tutto il resto degli spettatori, la maggioranza, ha reagito con un lungo applauso alla stupidità dei primi.


Nel mio piccolo, nel corso di questi quindici anni di lavori in giro per l’Europa Centrale, ho più volte toccato il tema polacco-ebraico. Segnalo alcuni dei lavori:

Ebrei polacchi: storie di vita (RSI - radio)
Varsavia: la memoria ritrovata (RSI - tv)
Nella vecchia Varsavia ebraica (RSI - web)
Le Auschwitz che dividono (Limes)

Chernobyl

Si parla di nuovo di Chernobyl, per via di una serie tv in onda su Sky. Pare sia molto bella, e spero di vederla presto. Intanto, a proposito di atomo, approfitto per postare due vecchi lavori su Chernobyl. Li produssi andando lì, e a Kiev, nel 2016, per i trent’anni dal disastro nucleare.

Il primo lavoro, il più lungo e articolato, fu questo radio documentario per la RSI. Poi scrissi anche un pezzo per il sito dell’Unità. Seguono un po’ di foto.

Václav

Václav, come Václav Havel. Lo vedete a destra nella foto. Questo il nome della rassegna stampa quindicinale sull’Europa Centrale, o Gruppo Visegrád se volete, che curo insieme ai colleghi Lorenzo Berardi, Salvatore Greco e Fabio Turco. La inviamo via email ogni due settimane, ed è davvero ricca di notizie. La rassegna stampa fa parte del progetto Centrum Report, un modo per scoprire Polonia, Ungheria, Rep. Ceca e Slovacchia oltre i luoghi comuni.

Cliccando sul link qui di seguiti potete consultare l’anteprima della nuova edizione, che si apre con i risultati delle elezioni europee nei vari Paesi della regione:

https://www.centrumreport.com/vaclav/2019/6/4/vaclav-12

E questo invece è il link per abbonarsi (è gratis, tranquilli):

http://eepurl.com/dPEgVj

Polonia libera

Il 4 giugno del 1989 si tennero in Polonia le elezioni (quasi) libere che portarono al trionfo di Solidarność e all’avvento della democrazia. Sono stato a Danzica per raccontare ciò che resta del grande sindacato-movimento fondato da Lech Wałęsa. Servizio per il telegiornale della RSI.

Da e su Danzica ho scritto anche un piccolo diario, mentre ero in città. Eccolo qui:

https://www.matteotacconi.com/blog/diario-danzica

Nati dopo l'89, un'anteprima

Nei mesi scorsi ho viaggiato tra Dresda, Bonn, Trieste e Bari per raccontare, insieme a Ignacio Maria Coccia, la generazione di tedeschi e italiani nati dopo il crollo del Muro di Berlino. Un progetto sostenuto dal Goethe-Institut Rom in vista del trentennale del crollo della grande muraglia europea.

Abbiamo incontrato tantissimi ragazzi. Io li ho intervistati, Ignacio li ha fotografati. Il progetto avrà il suo sviluppo in autunno, ma intanto potete vedere, se volete, un piccola anteprima del nostro lavoro nel mio sito. Link:

https://www.matteotacconi.com/nati-dopo-89

China reaffirms commitment to make the Western Balkans a gateway to Europe

Per la Nato Defense College Foundation sto curando da un po’ di tempo il progetto “Strategic Balkans”, rassegna stampa e analisi mensili sui Balcani occidentali. Una delle ultime cose scritte riguarda l’espansionismo economico cinese nella regione. Posto qui di seguito.


The eighth annual EEC-China summit was hosted by Croatia, in Dubrovnik, on the 11-12th of April. For the last time, it was called 16+1, because a new member – Greece – joined the club, now rebranded as 17+1.

Athens is already a member of the Belt and Road Initiative (BRI), the ambitious Chinese project to create new trade routes to export its goods to the West. Beijing plans to make the Balkans a gateway to the EU. Athens has close relations with the region. Joining the CEE-China Forum seemed a logical choice for Greece, but it also shows that China – or at least China’s money – is attractive, especially for the Western Balkans countries, that desperately need cash to improve their poor infrastructure. Ahead of the Dubrovnik gathering, Agence France Presse (AFP) quoted a study by the European Investment Bank to highlight that “between 2007 and 2017 Beijing announced 12 billion Euros in loans for construction projects in the 16 countries, one third of which were earmarked for Serbia, followed by Bosnia (21%) and Montenegro (7%)”.

In Dubrovnik, China confirmed its commitment to invest in infrastructures in the whole region. An announcement about contracts to build the Belgrade-Budapest high-speed railway is due to come soon. The same railway could be extended via North Macedonia to the Piraeus Port, managed by the Chinese shipping giant COSCO, a crucial spot for Beijing’s grand strategy. China is eying Croatian ports, too, in particular the Rijeka port. Alongside that of Trieste, in Italy (so far the only Western European country joining BRI), it could become a northern Mediterranean hub for the BRI. Other major projects are already undergoing, like the 103 km highway connecting Bar, Montenegro’s main port, to northern Serbia. Build by the Chinese Road and Bridge Corporation (CRBC), Beijing’s constructions giant, it is mainly financed by its Exim Bank, a state loan provider. The project – valued 1,3 billion Euros – is becoming too big for a tiny State like Montenegro. The Financial Times reported that the borrowing from China “has sent the country’s debt from 63% in 2012 to almost 80%”. In case of default, China can be paid back through access to Montenegro’s land.

The Montenegrin case reveals that China’s cash money could jeopardise the Western Balkans financial stability, EU officials warn. Brussels is concerned “over the socioeconomic and financial effects some of China’s investments can have”, the EU commissioner to Neighborhood Policy and Enlargement Negotiations, Johannes Hahn, told AFP.

Also Chinese investments in coal plants have been put under scrutiny by the EU. They are not strategic. They just help to forge good relations with local governments and get the green light for major infrastructural projects. Politicians in the region welcome such investments, that keep old plants alive and save jobs, but also consensus. Such scheme is much more preferable than that 9 proposed by the EU, which asks to do more to phase out coal in order to comply with European environmental criteria.

Do the Western Balkans think that China is better than the EU? Are they becoming more and more fascinated by the Chinese way, that combine fresh money and authoritarian rule at home? It is hard to answer yes. The Asian superpower's contribute in terms of FDI in the Western Balkans is still rather thin compared to that of the EU, which still keeps a 70% quota. And despite democracy standards have decreased in the region over the last years, the Western Balkans have absorbed some acquis communautaire and feel very comfortable under NATO umbrella. Nevertheless, China’s dynamic posture in the Western Balkans and in Central Europe as well, testify that the Asian giant plays a role in the old continent. This cannot be underestimated; neither European politicians should complain loudly because of China's assertive behavior, as it happened recently, showing they think that the Western Balkans are Europe's own courtyard. Europe is a big democracy, and democracies accept challenges and global competition, if possible by taking action.

Diario da Danzica

Cantieri navali di Danzica, 2011.

Cantieri navali di Danzica, 2011.

12 maggio 2019
Domani parto per la Polonia. Mi concentrerò su Danzica, e in particolare intorno a due anniversari: l’ottantesimo della Seconda guerra mondiale e il trentesimo della fine del comunismo nel Paese, il primo del vecchio blocco dell’Est a imboccare la strada della democrazia. Nell’uno e nell’altro caso tutto ebbe inizio proprio dalla città baltica. Nei prossimi giorni posterò qui alcune impressioni del viaggio.

14 maggio 2019
Sono arrivato a Danzica prendendo un bus notturno da Varsavia. Alle 9 ho intervistato Lech Wałęsa nel suo ufficio, al secondo piano del Centro europeo Solidarność, il grande museo dedicato al sindacato-movimento che Wałęsa fondò nel 1980: un passaggio decisivo per il percorso democratico polacco e dell’intera regione centro-europea.

Con Wałęsa ho parlato a lungo, più di un’ora. Gli ho chiesto degli scioperi del 1970, repressi nel sangue, e della differenza con quelli dell’80, che portarono alla legalizzazione di Solidarność; del ruolo di Giovanni Paolo II nella democratizzazione polacca e del rapporto con il generale Jaruzelski, che annientò Solidarność con la legge marziale nel dicembre del 1981, ma con il quale negli anni della democrazia Wałęsa si sarebbe confrontato, civilmente, recandogli visita tra l’altro in ospedale. Svilupperò questi temi in un’intervista che andrà in onda per la RSI.

Intanto, ascoltando i nastri, viene fuori la personalità di Wałęsa. Non è un intellettuale, non è un altro Vaclav Havel per intenderci, ma un uomo d'azione. Un uomo d'azione che ha consapevolezza del ruolo di leader avuto in un momento storico eccezionale, e che non ha il dente avvelenato con Jaruzelski (bellissime le considerazioni sul ruolo del generale). Ma Wałęsa è anche molto simpatico e ironico, devo dire. Ci sono diversi passaggi dell'intervista in cui alleggerisce il discorso, pur senza banalizzarlo, per poi tornare su un terreno serio, più riflessivo. Per esempio, quando gli chiedo del ruolo avuto da Giovanni Paolo II nella caduta del comunismo, racconta che durante il viaggio apostolico del Papa nel 1979, tra i milioni di polacchi che presero parte alle messe c'erano anche i comunisti e i membri dei servizi, e per lui fu stupefacente vederli pregare.

"Non sapevano recitare le preghiere, ma il segno della croce impararono a farlo! Sapevamo chi fossero queste persone, e vedevano ciò che stavano facendo! Erano rossi fuori, ma bianchi dentro!".

E poi, sul ruolo (spesso enfatizzato) di Wojtyla nel crollo del comunismo:

"Bisogna essere chiari: non è stato il Papa a fare la rivoluzione. Il Papa ci ha dato forza con la preghiera. Il Papa ci ha dato le parole, ma siamo stati noi a trasformarle in lampo. Senza il Papa, il comunismo sarebbe caduto lo stesso, ma sarebbe stato difficile immaginare quando a lungo sarebbe durato ancora, e quando altro sangue si sarebbe dovuto versare".

15 maggio 2019

Westerplatte.jpg

La Westerplatte è una striscia di terra stretta tra il Mar Baltico e la Vistola Morta, uno dei rami del delta del più grande dei fiumi polacchi. Il primo settembre del 1939, il giorno in cui la Germania nazista invase la Polonia, aprendo la Seconda guerra mondiale, si combatté anche qui. Di Danzica, come noto, Hitler rivendicava nuovamente il possesso, perso dalla Germania al termine della Grande guerra. La città era stata posta nel 1920 sotto il controllo della Società delle Nazioni. Restava a maggioranza tedesca, ma alla Polonia furono concesse prerogative importanti, soprattutto a livello portuale.

Intorno alle cinque del mattino del primo settembre del ‘39, la Schleswig-Holstein, una nave da guerra tedesca, aprì il fuoco sulle postazioni polacche alla Westerplatte. Quello viene considerato come il primo colpo sparato nella guerra.

Oggi sono stato alla Westerplatte prendendo il battello dal centro di Danzica. C’erano molte scuole. Sotto il grande memoriale che si solleva dalla collinetta che sorge all’estremità della penisola, ne ho incontrata una tedesca. Mi sono messo a parlare con i loro professori, scoprendo che i ragazzi stavano visitando la Westerplatte insieme a coetanei polacchi. Le loro scuole organizzano spesso gite comuni, nell’ambito di un gemellaggio stretto anni fa dalle rispettive municipalità (una non lontana da Varsavia, l’altra da Monaco di Baviera). Oggi questi giovani si sono ritrovati nel posto dove i loro Paesi, rispettivamente, aggredirono e furono aggrediti. Tra uno scherzo e l’altro, si spera, avranno assorbito un minimo di Storia, per se per questa generazione l’eco della Seconda guerra mondiale è flebile, lontanissima. Comunque sia, una buona vicenda di pratica della memoria e soprattutto di cooperazione europea.

16 maggio
Danzica ha dal 2017 un museo sulla Seconda guerra mondiale. L’idea di crearlo sorse durante gli anni dei governi liberali, guidati da Donald Tusk, l’attuale presidente del Consiglio europeo. Il principio ispiratore: rappresentare il punto di vista polacco sulla guerra, ovvero mettere la Polonia al centro del racconto sul conflitto e ribadire alcuni punti fondamentali. Ovvero il fatto che la Polonia fu il primo Paese aggredito e il primo che fece resistenza armata al nazismo; che non ebbe mai una forza collaborazionista e non consegnò ebrei ai nazisti; che la Polonia ha il più alto numero di Giusti tra le Nazioni; che i polacchi anche dopo la disfatta del 1939 continuarono a combattere, sia in patria, formando un esercito clandestino, sia in Europa, dando man forte agli Alleati.

Oggi l’amministrazione del museo è vicina a Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista al governo dal 2015. Il PiS aveva accusato la precedente gestione del museo - di orientamento liberale - di non aver dato la giusta rilevanza al punto di vista polacco sulla guerra; di averlo diluito, come dire, nel contesto complessivo del conflitto. E tutto questo fa parte del durissimo confronto tra populisti e liberali: la Storia ne è uno dei cambi di battaglia.

Il museo non mi ha convinto molto. Da un lato, è un po’ dispersivo. Dall’altro, il punto di vista polacco sulla guerra emerge a volte con un’enfasi che personalmente non mi piace. In una sala del museo, per esempio, ci sono due grandi foto dei primi giorni della guerra, messe l’una accanto all’altra. Quella a sinistra raffigura alcuni polacchi prima di essere giustiziati; quella a destra un ebreo sbeffeggiato da un nazista. L’intento è quello di ricordare che la Germania nazista iniziò a uccidere i polacchi da subito, mentre inizialmente gli ebrei non venivano mandati a morte. In altri termini, la guerra voluta da Hitler fu una guerra di annientamento non solo della nazione ebraica, ma anche di quella polacca, e in questo caso lo fu dal primo istante. Il che è assolutamente vero (come è vero che gli ebrei polacchi erano cittadini polacchi). Eppure, quelle due grandi foto a me trasmettono un messaggio diverso, e anche pericoloso, perché instaurano - mi viene da dire - una non necessaria competizione tra i dolori, una contrapposizione tra chi è morto prima e chi dopo. Quasi un accarezzare un certo vittimismo, un certo nazionalismo. La Polonia è un Paese che vuole giustamente ricordare come fu annientata dalla Germania durante la Seconda guerra mondiale (e cosa le toccò dopo); che pretende che il mondo non lo dimentichi (e spesso succede). Non c’è bisogno, però, di ricorrere a queste “tecniche” per farlo.

17 maggio
Cosa resta di Solidarnosc oggi? Che tracce ha lasciato nella Polonia odierna? Come vengono visti i due grandi momenti di rottura provocati dal sindacato fondato da Walesa, cioè il 1980 (nascita di Solidarnosc) e il 1989 (elezioni quasi libere e inizio del periodo democratico)? Nei giorni trascorsi a Danzica, parlando con Walesa, con il direttore del Centro Europeo Solidarnosc Basil Kerski, con gli esponenti del sindacato, ancora operativo, e con altre personalità, ciò che è emerso è che gli eredi del movimento che abbatté il comunismo si ritrovano sostanzialmente uniti sul valore del 1980 come momento fondante della lotta per la democrazia, ma del tutto divisi sul 1989.

L’ala moderata di Solidarnosc, quella vale a dire dei Walesa e dei Geremek, dei Mazowiecki e dei Michnik, ritiene che la Tavola Rotonda, la trattativa che Solidarnosc e il regime comunista condussero per dare al Paese una nuova via, fosse indispensabile. Al tempo stesso, pensano che la terapia d’urto economica che seguì alla nascita del primo governo democratico, presieduto da Tadeusz Mazowiecki, fosse necessaria per dare slancio a un Paese prostrato dalla lunga crisi economica degli anni Ottanta. La Polonia di oggi, Paese con fondamentali stabili, è a loro avviso il frutto di quelle scelte radicali - tanto mercato, tante privatizzazioni - che comportarono però inflazione galoppante, licenziamenti, squilibri, divari nel brevissimo periodo. Ma appunto, la Polonia in qualche modo doveva ripartire.

Dall’altro lato della barricata, gli altri eredi di Solidarnosc, i membri di Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista al governo, fondato da Jaroslaw Kaczynski, hanno una visione diversa. Per loro fu sbagliato fare il compromesso con il regime, perché dandogli potere di negoziare gli si permise di adattarsi all’era democratica, mantenendo una presenza in Parlamento (il Partito operaio unificato polacco divenne Alleanza della sinistra democratica) e partecipando alla grande fiera delle privatizzazioni. L’89 fu gestito male, sempre secondo i populisti, perché quelle riforme economiche furono ispirate da un’eccessiva enfasi liberista che non tutelò gli ultimi ed è all’origine delle disuguaglianza presenti oggi nel Paese.

Da Danzica per ora è tutto.

Gianni De Michelis, ministro di fine '900

Gianni De Michelis, classe 1940, veneziano. Morto poche ore fa. A quanto pare stava molto male da un paio di anni. Verrà ricordato, soprattutto e ingiustamente, per essere stato il ministro socialista cui piaceva ballare in discoteca. Scrisse persino un libro sulle cattedrali del divertimento dei roboanti anni Ottanta: gli anni suoi, di Craxi, del pentapartito, di soldi facili e voglia di leggerezza, divertimento.

Questa caricatura, cucitagli addosso dalla stampa (noi giornalisti molto spesso siamo i peggiori tra i semplificatori), non rende onore a De Michelis, che era un profondo conoscitore di politica estera. Aveva lo sguardo lungo. Per esempio si interessava molto di Cina con un istituto da lui presieduto, l’Ipalmo. Fu ministro degli Esteri in un momento cruciale per la storia d'Italia e d'Europa, tra crollo del Muro e guerre jugoslave.

Lo sentii diverse volte al telefono, ai tempi di Europa, il giornale dove mi sono formato, ed ebbi sempre l'impressione di avere dall'altra parte della cornetta una persona molto intelligente, competente, che si esprimeva tra l’altro con padronanza di linguaggio. Ma la prima volta che dovetti telefonargli - me lo chiese Guido Moltedo, maestro di noi giovani trentenni degli esteri - non pensavo che De Michelis fosse questo, proprio per via della storia delle discoteche, di quell'immagine da ministro gaudente, sovrappeso e impomatato. Allora Guido, vedendomi titubante, mi parlò dell’altro De Michelis, lo studioso, il diplomatico. E mi raccontò di un suo viaggio a New York al seguito del ministro, durante il quale quest’ultimo, tra un impegno istituzionale e un altro, si prese del tempo per andare in libreria e comprare alcuni buoni volumi in inglese. Una volta i politici leggevano. Certo, non basta questo a fare un buon ministro. E non va dimenticato che De Michelis fu condannato per corruzione, travolto anche lui da Tangentopoli, come tutto lo stato maggiore del Partito socialista. Sul web lo stanno ricordando anche per questo, oltre che per le frequentazioni in discoteca. Il presidente Mattarella, uomo di tatto e spessore, ha però messo l’accento sul De Michelis diplomatico, in anni difficili ed eccitanti al tempo stesso.

Oggi non ho redazioni italiane su cui piazzare un pezzo di giornata, ma se ci fossero mi farei avanti per scriverne proprio sul periodo di De Michelis da ministro degli Esteri, sentendo i suoi colleghi e i suoi collaboratori, per ritrarlo al centro della Storia, in momenti in cui si fece da un lato l’Europa, con la riunificazione tedesca e nuovi scatti nell’integrazione, ma non si riuscì dall’altro a evitare che in un altro pezzo del nostro continente - i Balcani - ci si massacrasse senza pietà a Vukovar, Sarajevo, Srebrenica, Knin.

Sofija, ragazza di Belgrado

Il quartiere belgradese di Borča (Wikipedia).

Il quartiere belgradese di Borča (Wikipedia).

Sofija Todorović ha 27 anni. È una ragazza di Belgrado che si batte da sempre per la verità e i diritti umani. Nel suo quartiere, Borča, c'è un panettiere albanese che da un qualche settimana subisce intimidazioni da parte degli ultra-nazionalisti. Hanno lanciato persino una testa di maiale davanti al suo forno. Tutto questo perché il cugino - non lui, il cugino - un paio di anni fa fece il gesto dell'aquila, simbolo dell’Albania, in pieno centro a Belgrado. La foto è andata in rete e ha scatenato la rabbia degli estremisti.

Sofija ha filmato e messo in rete un picchetto organizzato da costoro davanti alla panetteria dell'albanese, per denunciare l'ingiustizia patita dall’uomo, un onesto lavoratore, per un fatto vecchio di due anni commesso da un’altra persona, strumentalmente usato per attaccare il “nemico etnico”. Da giorni subisce anche lei campagne diffamatorie, offese e minacce di morte.

Ho avuto il piacere di incontrare Sofija e Belgrado a gennaio. L'ho intervistata per un radio documentario RSI sulla memoria dei bombardamenti della Nato( https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/laser/Belgrado-sotto-le-bombe-11477831.html). Sofija aveva sette anni. Abbiamo parlato di questo, e del modo in cui il 1999 viene elaborato - male - in Serbia. Prevale la tesi del piccolo Paese indifeso colpito dalla potenza militare euro-americana. Troppo spesso, e volutamente, viene ignorato il contesto della repressione serba in Kosovo. Sofija ritiene che i bombardamenti siano stati un errore, ma crede che il suo Paese, su questo e su molti altri torti commessi negli anni '90, non abbia il coraggio di fare ecologia della memoria. E così, in assenza di un’analisi sul male che la Serbia ha fatto agli altri, i torti subiti - perché anche i serbi ne subirono, certamente - diventano sempre più grandi, vengono amplificati. Il vittimismo si fa largo.

Sofija ha fatto della battaglia per la verità e per la democrazia una sua missione. E tante volte, per questo, ha subito intimidazioni e minacce. Quando ha visto l'ingiustizia abbattersi contro il panettiere di Borča, non ha potuto non sentire un moto dentro. Ha filmato l’episodio e lo ha messo in rete. Perché è indispensabile, crede Sofija, assumere iniziative del genere, per scuotere il Paese e i suoi cittadini. Anche a costo di prendersi tonnellate di merda e di sentirsi dire “traditrice”.

Traditrice: ma perché, per cosa? Sofija è convinta che ciò che fa sia utile e doveroso per la sua Serbia, come mi ha spiegato a gennaio, quando ci siamo incontrati.

Sono nata qui, ho passato tutta la mia vita qui. Qui sono andata a scuola, all’università, ho avuto il mio primo amore. Sono una ragazza serba, e non mi considero una traditrice. Anzi, mi considero molto più patriota di coloro che si definiscono come i veri patrioti. Dalla mia famiglia ho appreso è che se tu critichi qualcuno a cui tieni, lo fai perché lo ami, perché vuoi che migliori. Se mia madre mi dicesse che sto sbagliando, che non sto facendo una cosa nel giusto modo, me lo direbbe perché vuole che io migliori. O devo forse pensare che per mia madre io sia una traditrice, una figlia sbagliata, e che lei voglia distruggermi? Per gli altri non lo so, ma per me ciò che faccio è logico.

Sofija è una ragazza coraggiosa, che va sostenuta. La Serbia ha bisogno di persone come lei.


Frattura ortodossa

Per Segni dei Tempi, il magazine di approfondimento religioso e culturale della RSI, ho realizzato un reportage dall’Ucraina, sul conflitto tra le due chiese ortodosse del Paese: la chiesa ortodossa-patriarcato di Mosca e la chiesa ortodossa ucraina. La frattura religiosa è una delle chiavi di lettura degli equilibri instabili dell’ex repubblica sovietica, e si lega a doppio filo alla guerra in corso, nell’est del Paese, tra ribelli filorussi e forze di Kiev.

Belgrado '99

A gennaio sono stato a Belgrado per raccogliere interviste e girare storie video sulle memorie dei bombardamenti Nato, scattati il 24 marzo di venti anni fa. Il tema divide ancora, logicamente. L’interpretazione che se ne dà è ancora troppo fondata su letture stereotipate o maldestramente estrapolate da un contesto più ampio. Per cui la storia si riduce alla potente Nato che umiliò la povera Serbia indifesa, al fatto che tutta la colpa fosse del solo Milošević o agli albanesi e al loro Stato-mafia kosovaro. Senza menzionare i numeri dei bombardamenti, artificiosamente manipolati. In questi giorni ho letto in rete che la Nato avrebbe bombardato più di cento scuole. L’unico modo per evitare di sprofondare in questa palude è raccontare storie di persone. Ed è questo che a Belgrado, insieme al collega Giorgio Fruscione, ho cercato di fare. Ne sono usciti diversi lavori.

Per Laser, programma storico della Radio svizzera italiana (RSI) dedicato all’approfondimento e al reportage, abbiamo realizzato un radio-documentario da 25 minuti. Protagoniste tre donne, con le loro memorie: Marina Rakić, giornalista; Jovana Krstanović, editor radio e titolare di un rifugio-bar clandestino; Sofija Todorović, attivista per i diritti umani.

Sempre per la RSI, ma per Oltre le news, la rubrica di approfondimento del sito, abbiamo curato una serie video in tre puntate. La prima vede protagonista lo scrittore Dušan Veličković, che scrisse un’incisiva raccolta di racconti durante i tre mesi dell’offensiva Nato, terminata il 10 giugno. In un bar del centro di Belgrado ci ha parlato della scrittura come autoterapia, delle gravi responsabilità del regime di Milošević e dell’amore al tempo delle bombe.

La seconda storia è quella dei radioamatori di Nuova Belgrado. Durante la guerra trasformarono il loro hobby in un servizio per la popolazione.

E infine la terza storia (la mia preferita) che vede protagonista Goran Stojčetović, un artista. Un serbo del Kosovo. Fu traumatizzato dalla violenza serba e albanese, oltre che dalle bombe Nato. Si rifugiò nell’arte, e con l’arte, da vent’anni, cerca di vincere quel trauma e chiedersi che uomo sia, e in che mondo viva.

Completa il quadro dei lavori belgradesi un reportage, firmato da me, uscito su D di Repubblica (accesso a pagamento), con un bel richiamo un prima pagina.

Memoria e vita

Nel corso degli ultimi anni ho lavorato molto, in Polonia, sulla questione ebraica. Ne sono usciti diversi lavori per la RSI. L’anno scorso, per la Giornata della memoria, la trasmissione Segni dei Tempi ha mandato in onda un mio reportage televisivo sulla comunità ebraica di Varsavia, su ciò che rappresenta oggi e sul modo in cui cerca, in gran parte con successo, di ritagliarsi un ruolo culturale e sociale nella Varsavia contemporanea.

Il reportage tv è stato completato da una serie per il sito della RSI: quattro storie sugli ebrei polacchi di oggi. Le due puntate più significative, a mio avviso, sono state quella sul Teatro ebraico di Varsavia e sul quartiere di Muranow, vale a dire il vecchio distretto ebraico, poi trasformato in ghetto dall’occupante nazista.

L’anno precedente, invece, avevo realizzato un radio documentario, sempre sulla questione degli ebrei polacchi, ma dal punto di vista del processo con cui i polacchi non ebrei stanno cercando recuperare il patrimonio ebraico del Paese e il contributo che gli ebrei hanno dato nel corso del tempo allo sviluppo della nazione e della cultura polacche.

Nel 2016, ultimo dei lavori che segnalo e primo in ordine di tempo effettuato, la radio aveva messo in onda la mia storia su padre Manfred, un sacerdote cattolico tedesco che vive e lavora a pochi metri dal campo di Auschwitz-Birkenau. Si è dato una missione: fare dialogo e promuovere la pace.