Handke

Non ho mai letto i lavori di Peter Handke, il Nobel per la letteratura 2019, per cui non posso dare un giudizio (se non della meravigliosa sceneggiatura de Il cielo sopra Berlino di Wenders). Ma sulla sua visione del conflitto jugoslavo sì. Handke è un negazionista. Sostiene che a Srebrenica non ci sia stato alcun crimine e che a Sarajevo non fossero i cecchini serbi a sparare sugli abitanti della città, cinta d’assedio, bensì erano loro stessi, i sarajevesi, a uccidersi. Handke ritiene infine che Slobodan Milosevic - prese parte al suo funerale e lo visitò più volte all’Aja - non fosse un nazionalista. Piuttosto, tentò di salvare la Jugoslavia, implosa per via dell’indipendentismo croato e della scelta scellerata di Franjo Tudjman di privare i serbi di Croazia di diritti civili con la Costituzione del 1990.

Nulla di nuovo. Esiste - e sempre esisterà - un partito di giornalisti, scrittori e intellettuali che, stordito da fascinazioni tardo-jugoslave, si è auto-convinto che la Serbia non abbia fatto altro che difendere l’unità della federazione e il socialismo, messi a repentaglio da forze centrifughe manovrate dall’esterno. Sia chiaro: la Costituzione di Tudjman fu un disastro giuridico, e certamente vi fu chi spinse affinché Zagabria e Lubiana diventassero Stati indipendenti. Eppure, affermare che Milosevic e la Serbia difesero la federazione è assurdo. In Serbia era in corso da anni un processo neo-nazionalista costruito sulla tesi per cui la Jugoslavia aveva limitato la nazione serba. Va poi ricordato che uno dei momenti chiave per capire la caduta della Jugoslavia è il 1989 (un anno prima della Costituzione croata), quando Milosevic tolse l’autonomia al Kosovo: una scelta anch’essa scellerata; un colpo durissimo alla tenuta del Paese di Tito.

Su Srebrenica, l’assedio di Sarajevo e altre faccende mistificate da Handke c’è poco da dire, se non che questa rimozione meschina e senza prove è tipica di questo partito “turbo-serbo” costituitosi nell’Europa occidentale. E quando non nega, equipara (che in fondo è la stessa cosa): Srebrenica e Oluja hanno lo stesso tasso di gravità; non c’è differenza tra l’assedio di Sarajevo e le bombe Nato su Belgrado; tutti quanti aprirono i campi di concentramento negli anni della guerra; e così via.

Personalmente credo che questa fazione di scrittori e giornalisti occidentali, che usa le stesse categorie del nazionalismo di Belgrado, stia facendo un pessimo servizio alla Serbia, sollevandola dalla presa di coscienza sulle responsabilità durante il conflitto. Quella, e solo quella, può aiutarla a scrollarsi di dosso l’etichetta di Paese orco abitato da orchi attribuitale con fretta e superficialità da una corrente di intellettuali che, al pari di quella di Handke, si rifiuta di cogliere le tante tonalità di grigio presenti nella foto, cruda e terribile, dei Balcani in tempo di guerra.

Da Belgrado a Sarajevo

Nei giorni scorsi sono iniziati i lavori per la costruzione di un’autostrada che collegherà Belgrado e Sarajevo. Il progetto, realizzato con un investimento turco, ha suscitato l’interesse della stampa. Un’iniziativa di cooperazione tra Serbia e Bosnia fa sempre effetto, dato il portato ancora caldo della storia. Della guerra, insomma, che nessuno riesce a scordare.

Anni fa si tentò di unire le due capitali balcaniche con un collegamento ferroviario, e anche in quel caso tanti giornalisti si buttarono sulla notizia. Qualcuno quel treno lo prese, e raccontò il viaggio. Io fui uno di quei cronisti. Ricordo bene quel viaggio, fu piacevole e interessante. E così posto il link al reportage che scrissi. Le immagini che lo accompagnano (e quella di questo post) sono di Antonio Tomeo e Cristina Panicali. Anche loro saltarono su in carrozza. Per la cronaca, oggi il treno non c’è più: servizio sospeso, causa scarsa utenza.

Nati dopo l'89 (1)

Sono passati trent'anni dal 1989. Muro caduto, Germania riunificata, Europa più larga, libertà di circolazione e moneta unica. Ci sono tanti modi per raccontare i cambiamenti epocali maturati in questo periodo. Io e Ignacio Maria Coccia, sostenuti dal Goethe-Institut Rom, lo abbiamo fatto ascoltando e fotografando i giovani tedeschi e italiani nati dopo quell'anno spartiacque. Che idea ne hanno? Come pensano che influisca sulle loro vite? Abbiamo viaggiato a Dresda, Bonn, Trieste e Bari, producendo un reportage in quattro puntate per il sito del Goethe-Institut. La prima è quella da Dresda.


Dresda, il fiume Elba e il centro storico | Ignacio Maria Coccia, Goethe-Institut.

Dresda, il fiume Elba e il centro storico | Ignacio Maria Coccia, Goethe-Institut.

Un vecchio magazzino con le pareti di mattoni, graffiati dal tempo. È situato a nordest del centro di Dresda, nella prima periferia, e oggi è un centro sociale. Objekt Klein A, si chiama così. In uno spazio interno, la JuWie Dance Company, gruppo di danza teatrale, sta lavorando alla scenografia della prossima rappresentazione. Riguarderà i vizi: droga, social media, alcol, tv. E al centro della stanza c’è proprio un grosso televisore di cartapesta. I protagonisti dello spettacolo si rivolgeranno al pubblico da lì dentro. Si esprimeranno con il corpo, danzando. Niente parole. «Vogliamo comunicare che se i vizi diventano oltremodo negativi, è bene che ci si fermi a riflettere», spiega Wiebke Bickhardt, cofondatrice della compagnia. Classe 1991, è la prima dei giovani nati dopo il 1989 che incontriamo in questo nostro racconto della generazione post-Muro. E Dresda, questa città dell’ex Repubblica democratica tedesca (Ddr), dinamica ma per certi versi ancora chiusa in sé stessa, ancora un po’ provinciale, è il posto in cui cominciamo a costruirlo.

Continua sul sito del Goethe-Institut

Un, due, tre: Kosovo!

Elezioni storiche, quelle di domenica in Kosovo. Per la prima volta la maggioranza relativa - 25% e qualche manciata di voti - è andata ad Autodeterminazione (Vetevendosje), partito nazionalista con ricette socialdemocratiche in economia. Albin Kurti, il suo capo, avrà l’incarico di formare il governo. Possibile - ma difficile - alleanza con la Lega democratica (Ldk), seconda per un pugno di preferenze.

In campagna, entrambe le forze avevano espresso la volontà di demolire lo “stato nello stato” creato dal Partito democratico (Pdk) del presidente Hashim Thaci, sempre al governo negli ultimi dodici anni, e sempre accusato di corruzione. Nell’ultima legislatura il Pdk aveva guidato il Paese con l’Alleanza del Kosovo (Aak) di Ramush Haradinaj. Sia Thaci che Haradinaj sono ex esponenti di spicco dell’Uck, la guerriglia che sfidò la Serbia negli anni Novanta. E sono loro, i vecchi signori della guerra, ad aver dominato politicamente il Kosovo dal conflitto in avanti. Questo voto, in teoria, li manda a casa.

Ho seguito le elezioni per la Radio svizzera italiana, producendo un servizio prima del voto e poi un secondo pezzo a urne chiuse, aggiungendo infine un ritratto di Albin Kurti. Cinque minuti totali per tre lavori. La radio richiede grande sintesi, e a volte si tratta di sacrificare davvero tanta materia prima, di limare, riformulare. Ma questo processo - credo - aiuta tantissimo per tutte le altre forme dello scrivere giornalistico.

Le seconde guerre mondiali

Ha fatto molto discutere la recente risoluzione con cui il Parlamento europeo ha proposto che il 25 maggio venga istituita la “Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo”. Nel testo si sostiene che il Patto Ribbetrop-Molotov abbia “spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale”, si ricorda che dopo il 1945 alcuni Paesi europei sono stati assoggettati dall’Unione Sovietica, direttamente o tramite regimi vassalli; si sottolinea che mentre i crimini del nazismo sono stati giudicati e puniti, “vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”. In breve, nazismo e comunismo vengono di fatto equiparati, posti su uno stesso piano, descritti come i due grandi mali del Novecento.

La risoluzione coglie un punto importante, rimarcando che per una metà del nostro continente il comunismo sovietico è stato un gigantesco cataclisma. Lo è stato per i Paesi baltici, annessi da Mosca nel 1940, e lo è stato per l’Europa Centrale, in particolare per la Polonia, che a causa del Patto Ribbentrop-Molotov fu spartita (l’Unione sovietica non avrebbe mai più restituito le terre prese) e dopo il conflitto finì oltre la cortina di ferro. Per Varsavia, come per il resto di questa larga fascia d’Europa, cui vanno incluse Romania e Bulgaria, l’avanzata dell’Armata Rossa da Stalingrado a Berlino è coincisa con l’inizio di una lunga occupazione de facto, di privazione di libertà e stenti economici, di sorveglianza politica e processi.

Ma poi c’è un’altra storia. Per altri, infatti, l’avanzata sovietica è una storia eroica e gloriosa. Forse, l’atto in assoluto più valoroso della guerra. In tanti videro nel mito dell’Armata Rossa e di Stalin il possibile inizio di una nuova alba, una chiave di riscatto, un orizzonte radioso. Anche nei Paesi dell’Europa Centrale molta gente, affascinata da quei miti, aderì al comunismo, salvo poi ricredersi presto. Insomma, tutto questo per dire che nel comunismo c’è una contraddizione, una duplice verità: fu speranza e fu dramma, fu sinonimo di libertà e sopraffazione. Porlo sullo stesso piano del nazismo (che fu solo orrore e violenza) è una forzatura.

Il lavoro che nel nostro continente va fatto - un lavoro complesso ma irrinunciabile - è spiegare che la seconda guerra mondiale è un variegato insieme di conflitti, con vari obiettivi e poste in gioco. Ci sono le guerre partigiane, alimentate dal mito sovietico. E ci sono le brame territoriali di Mosca sull’Europa centro-orientale. Occorre convincere chi crede nelle guerre partigiane che per altri Paesi il comunismo fu una maledizione, ed è necessario esortare l’Europa Centro-orientale a non pensare che la sua guerra sia stata più unica di quelle degli altri. Saremo europei normali quando sapremo accogliere queste due verità; quando smetteremo di delegittimare per partito preso una delle due.

La risoluzione del Parlamento europeo è un pasticcio che non aiuta questo processo, dato che riduce la complessità della guerra al Patto Ribbentrop-Molotov. Cosa dire del tradimento anglo-francese a Monaco nel ‘38? Non fu anch’esso una causa del conflitto? E cosa fecero gli americani, i francesi e i britannici - per venire al dopoguerra - davanti alle pretese di Stalin di prendersi mezza Europa?

Per finire, Witold Pilecki, l’uomo a cui l’Europarlamento vorrebbe dedicare la Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo, ogni 25 di maggio: il giorno in cui lo stesso Pilecki nacque, nel 1901. Pilecki fu il soldato polacco che si auto-internò ad Auschwitz e per primo riportò gli orrori del campo. Di seguito, fu attivo nell’insurrezione di Varsavia del 1944. Dopo la guerra, fece intelligence per contrastare il regime comunista imposto da Stalin in Polonia. Fu arrestato e ucciso nel 1948. Pilecki fu un grande patriota, un eroe di guerra, un uomo che dimostrò coraggio incredibile. Eppure, bisogna fare attenzione a come viene celebrato dall’attuale governo populista di Varsavia, al potere dal 2015 e favorito alle elezioni del 13 ottobre prossimo. La sua figura, infatti, viene associata alla leggenda dei “soldati maledetti” che dopo la guerra fecero resistenza contro il regime comunista. Tra loro c’erano anche dei banditi, degli assassini. Pilecki - uomo invece integerrimo - viene usato per dare un’immagine positiva di questo movimento. Il governo vuole creare un suo pantheon di eroi nazionalisti. Ma l’operazione sui soldati maledetti serve anche per affermare che la lotta anti-comunista nel Paese non iniziò con Lech Walesa (odiato dai populisti e accusato di aver collaborato con il regime), ma proprio con i soldati maledetti. C’è da credere che molti firmatari della risoluzione queste cose non le sappiano. Ma non sapere non è una scusa.

Scenari balcanici

Da un po’ collaboro con la Nato Defense College Foundation di Roma. Scrivo analisi sui Balcani. Quello che segue è il Policy Background Paper che ho preparato per la conferenza “Balkan Perspectives. Adapting the Partnership and Integration Paths”, tenutasi a Roma lo scorso 16 maggio. Un po’ di mie considerazioni sul punto o non punto che dir si voglia a cui siamo arrivati nel sudest europeo.


When the European leaders made the solemn commitment of enlarging the Union towards the Western Balkans at the Thessaloniki EU Council in 2003, the general mood about the region was rather positive. Politicians, diplomats and analysts thought that the Western Balkans would have joined NATO and the EU in around 15 years, following the same path of Central Europe and the Baltics, that at that time had closed almost all the negotiating chapters and were waiting for joining formally the EU on the 1st of May 2004.

After the fall of Communism in Central Europe in 1989 and of the USSR in 1991, the Visegrad Group and the Baltic countries embarked a long process of reforms in order to achieve first NATO membership and then the accession to the EU. Conditionality was key to make the process work. The EU spurred candidates to boost reforms, sometimes hard to swallow, offering incentives in exchange. Until few years ago, this scheme was seen as the benchmark for the Western Balkans. Sixteen years after the Thessaloniki EU Council, only Croatia has joined the EU. Confidence about the future of the Western Balkans is not so bright anymore. Democratization and economic growth have not spread across the peninsula at the required pace.

There was a surplus of enthusiasm in the script written in Greece in 2003. Some chapters must be re-thought. Not those concerning security, anyway. Croatia, Albania and Montenegro have joined NATO, allowing the Alliance to reach the goal of closing the Adriatic coastline. The peacekeeping mission in Bosnia and Herzegovina, now run by the EU, secured peace and transfer of expertise to achieve the goal of unifying the then three ethnic armies of the country, a legacy of the 1992-1995 war. In Kosovo, KFOR represents a fundamental guarantee for stability, in a land still full of uncertainties and with a high circulation of illegal weapons.

Fostering economic stability and democracy, two themes closely linked, is far from being an accomplished mission. The Balkan Six lag behind. The global crisis depressed the region and revealed structural problems and social inequalities that the pre-crisis growth rate somehow hid. Experts and regional leaders think that growth, one way or another, would have delivered benefits to everyone and everywhere and this was an illusion. Today the Balkans’ picture tells that common features are: an unsustainable economies and unemployment, too low wages, infrastructural weaknesses, and a growing migration trend among talented and educated young people.

There is a regression also on the sphere of rule of law, press freedom, and other relevant democratic standards. It is given by the combination between the local way to illiberal democracy, social frustration due to the crisis and disappointment for the unfulfilled promises made by the EU.

The scenario is not encouraging, but saying that the Balkan Six are becoming a failed region or Europe’s black hole would be a mistake. The region needs objectively longer time, compared to that needed by Central Europe and the Baltics, or Romania and Bulgaria. In addition to the legacy of the Cold War, the Western Balkans suffered a hot conflict too in the last part of the XX century. Albania did not, but it had the toughest Communist regime ever seen in Europe outside the Iron Curtain.

However, time must not become an excuse. Local leaderships must be more responsible and accountable to their own publics. They should find a balance between short-term consensus building and enact reforms that can create conditions to attract more investments, provide jobs, secure workers’ rights, strengthen democracy and pluralism.

The EU stimulus is still crucial to achieve such outcomes. However, Brussels must change approach because the EU conditionality no longer works as it used to. An example is the issue of Kosovo. The EU mediation led to so-called “Normalisation Agreements” in 2013. Serbia partly dismantled its parallel structures in northern Kosovo, while Kosovo promised self-government for the Serbian minority. In exchange, the EU opened accession talks with Serbia and signed the Stabilisation and Association Agreement with Kosovo. It should have been the beginning of a wide dialogue aimed at finding a comprehensive solution about the Kosovo status. Unfortunately, while progress has been achieved in 2017 on a wide range of technical issues with some political content, both elites still balk at making substantial steps. Serbia has a path for accession, but is wary to start the more difficult chapters of the EU acquis. The Haradinaj government is near a very much needed visa liberalisation, but still does not accomplish its indispensable fight against corruption. Belgrade is not ready to recognize Kosovo, but wants to normalize; Pristina, wants unfettered control over its territory, but does not want to give the Kosovo-Serbs a large autonomy.

As a result, the two countries are focusing more and more on the hypothesis of land swap, so far rejected by the EU, which could have very negative repercussions in the entire Balkan area. Despite being a successful story for the EU conditionality strategy, also the historic deal on the naming dispute between Greece and Macedonia, now North Macedonia, shows a critical weakness. Athens and Skopje struck a reasonable agreement, but they were unable to explain civil societies its historic importance. People look tired. In North Macedonia, they do not see the way to the Euro-Atlantic integration, finally unlocked, as something than can ignite a new wave of enthusiasm in the country. This can depend on the fact that the EU conditionality is based too much on deals with governments and too little on the necessity of involving the civil society in integration processes. Brussels should take this into account, when and if it will re-formulate conditionality. A stronger civil society could effectively pressure political élites, so that they do reforms and keep the Euro-Atlantic horizon close. After all, NATO is still the main desired security provider in the region, while the EU largely remains the main investor. Yet, old and new actors, with new political offers, are gaining influence. The West must find a way to re-energise its action in the peninsula to win the battle in the Western Balkans.

Il '39 visto dalle due Polonie

Il memoriale ai difensori della Westerplatte, a Danzica, uno dei luoghi simbolo dell’inizio dell’offensiva nazista del ‘39 in Polonia.

Il memoriale ai difensori della Westerplatte, a Danzica, uno dei luoghi simbolo dell’inizio dell’offensiva nazista del ‘39 in Polonia.

Domenica si sono tenute a Varsavia le commemorazioni per gli ottant’anni dell’inizio della Seconda guerra mondiale, dovuto all’invasione della Polonia da parte della Germania hitleriana. A quell’assalto ne seguì un altro: il 17 settembre del ‘39 il territorio polacco fu violato anche dall’Unione Sovietica, che diede esecuzione al patto di non aggressione - e per la spartizione della Polonia - firmato in agosto dai ministri degli esteri dei due Paesi, Joachim von Ribbentrop e Vjaceslav Molotov.

Per la Radio svizzera italiana ho seguito la cerimonia di Varsavia. Mi ha colpito molto il discorso del presidente polacco Andrzej Duda, tutto concentrato sul martirio polacco e sulla Polonia che non si arrende, Paese di guerrieri che cadono ma sanno rialzarsi. Una sintesi perfetta del culto della nazione, per come inteso dalla destra oggi al potere, di cui Duda fa parte.

Sia chiaro, le cose ricordate dal capo dello stato polacco sono tutte vere. La Polonia fu laboratorio per l’annientamento; fu colpita dal nazismo e anche dal comunismo; ha avuto sei milioni di morti (un polacco su cinque), e tre milioni erano ebrei; è stata tradita da Francia e Regno Unito, che non l’hanno protetta dall’assalto nazista; ha mandato i suoi uomini sul fronte occidentale, per difendere la Manica, per liberare Francia e Italia; è stata costretta a subire dopo il ‘45 un’altra occupazione: quella sovietica. Sono tutte vicende storicamente indiscutibili, ampiamente condivise dall’opinione pubblica polacca e dai due grossi blocchi politici che si contendono da anni il potere: la destra populista e i liberali. Cambia però il registro, varia l’elaborazione.

La destra di Duda, del premier Mateusz Morawiecki e di Jaroslaw Kaczynski costruisce un racconto proiettato su un passato che non passa, utile a riproporre la storia della Polonia sotto assedio che non crolla. Da qui un confronto che continua con i vecchi aggressori. La Russia di Putin, questa potenza imperialista che sbrana Georgia e Ucraina: è quello il nuovo fronte della libertà/oppressione. E la Germania di Angela Merkel, che si rifiuta di riaprire - come chiede Varsavia - il tema delle riparazioni di guerra e vuole comandare in Europa, usando il potere economico e diffondendo il verbo liberale, del politicamente corretto, dell’Europa impero senza miti.

Nell’intervento di Duda non ho trovato un solo accenno all’Europa, alla sua costruzione e alla riconciliazione tedesco-polacca, che è una delle grandi direttrici di politica estera perseguite da Varsavia dopo il 1989. L’unico Paese verso cui Duda ha espresso gratitudine sono gli Stati Uniti d’America, anche loro a dirla tutta colpevoli di aver consegnato la Polonia all’Urss nel ‘45. E però a Varsavia c’era il vice presidente Mike Pence, una sponda gradita in vista delle elezioni politiche di ottobre, dove i populisti sembrano favoriti. Lo stesso Pence, nel suo discorso in Piazza Pilsudski a Varsavia, davanti alla tomba del milite ignoto, ha rimarcato il carattere bino della Polonia - Paese martire, paese libero - seguendo il solco tracciato da Duda.

I liberali polacchi (che poi sarebbero cristiano-democratici filo-europei), guidati a lungo da Donald Tusk, guardano invece alla guerra in chiave europea. La guerra, dunque, come momento di riflessione comune per vincitori e vinti, come cenere su cui ricostruire il continente, ovvero l’Unione europea. La guerra come evento tragico da denunciare, sempre, ma da superare. La guerra come mattone del riconciliazione con la Germania, su cui Tusk ma anche Lech Walesa hanno speso molte energie. La guerra persino come canale di dialogo con la Russia. I liberali lo hanno aperto, ci hanno provato. Quando Tusk era al potere ha invitato Putin a Danzica, per il settantennale della guerra. E insieme a Putin è stato a Katyn, dove i sovietici assassinarono ventimila e più membri dell’esercito polacco fatti prigionieri nel ‘39. Momenti intensi, svaniti dopo la crisi ucraina (non è vero che i liberali sono stati morbidi con Mosca).

Nella giornata ultra-patriottica di Varsavia, il più bel discorso ha toccato i temi cari ai liberali: riconciliazione, Europa. A pronunciarlo è stato il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier . Ha portato parole sagge e misurate, in una giornata di scarso contegno con retrogusto politico-elettorale. Cito, per chiudere, alcune frasi dal discorso di Steinmeier, riportato in inglese dal sito della presidenza tedesca:

In no other square in Europe do I find it more difficult to speak, to address you all in my native language of German.

As President of the Federal Republic of Germany, I, along with the Federal Chancellor, want to tell all Poles today that we will not forget. We will not forget the wounds that Germans inflicted on Poland. We will not forget the suffering of Polish families and nor will we forget the courage of their resistance. We will never forget. Nigdy nie zapomnimy (non dimenticheremo mai, in polacco).

Reconciliation is a blessing that we Germans could not demand, but one we want to live up to. You should measure us by the responsibility we take on .Europe is our responsibility! The united Europe is what saves us.

As a German guest, I stand barefoot before you on this square. I look gratefully to the Polish people’s fight for freedom. I bow in grief before the victims’ pain. I ask for forgiveness for Germany’s historical guilt. I recognise our enduring responsibility.

La leggenda della Vlora

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Oggi, quasi trent'anni fa, sbarcò a Bari la Vlora, una nave mercantile a bordo della quale c'erano ventimila albanesi. Quella vicenda è stata sempre raccontata come la grande testimonianza di un esodo e di un’accoglienza. L’esodo degli albanesi, che mentre la dittatura che avevano sopportato e odiato per decenni collassava, emigravano in massa cercando la libertà altrove: l’Italia, il sogno occidentale, la voglia di riscattarsi socialmente ed economicamente. L’accoglienza degli italiani, che seppero aprirsi a quella gente e integrarla nel corso degli anni.

La Vlora viene raccontata così: una leggenda, una testimonianza, una buona storia. Ma si tende il più delle volte a sottacere il fatto che quelle migliaia di persone furono condotte nello stadio di Bari, e sfamate e dissetate con pacchi calati da elicotteri, rinfrescati non sotto una doccia, ma con gli idranti. Non basta: molte di loro furono rimandate indietro. Accoglienza: ma dove?

Eppure, in quel 1991, anno in cui l’Adriatico fu laboratorio di migrazioni di massa via mare, in un certo senso anticipando il Mediterraneo di oggi, una storia di vera accoglienza ci fu. Maturò a Brindisi, dove tra il 6 e il 7 di marzo, dunque mesi prima dell’episodio della Vlora, giunsero più di ventimila cittadini del Paese delle aquile. Arrivarono a bordo di mercantili, pescherecci e altre imbarcazioni. Il primo grande sbarco di albanesi. E non furono collocati in un grande campo di calcio. Li ospitarono in casa i brindisini, superando timori, spiazzamento, disorientamento (nel 2016 realizzai un radio doc su questa esperienza incredibile).

Questa storia non è mai sbocciata nel racconto della stampa sull’esodo albanese del ‘91. La Vlora ne è il simbolo. Quella è l’immagine possente di quell’anno. Strano, ma a fino a un certo punto. In questa nostra società un’immagine conta più di mille parole: anche quando non è l’immagine esatta.

'56, '68 e '80

La Rivoluzione ungherese nel 1956, la Primavera di Praga nel 1968 e la nascita di Solidarność nel 1980. Tre grosse fratture, ognuna a distanza di dodici anni dall’altra, che scossero l’appendice europea dell’impero sovietico nel corso della guerra fredda. Prove generali per l’abbattimento del Muro nel 1989. In questi ultimi anni, grazie alla Radio svizzera italiana, ho avuto la fortuna di produrre un radio documentario per ciascuno di questi eventi.

Il portavoce della rivoluzione
Julia Vasarhelyi racconta il padre, Miklos, tra i protagonisti del '56 ungherese.
Rsi, 24 ottobre 2016

Praga 1968: il geyser della fantasia
La Primavera di Praga attraverso le testimonianze di Petr Pithart e Petruska Sustrova.
Rsi, 13 agosto 2018

Io, Wałęsa
Intervista al fondatore di Solidarność. Lotte, libertà, democrazia.
Rsi, 22 luglio 2019

Intervista a Wałęsa

Oggi la Radio svizzera italiana ha messo in onda la mia intervista a Lech Wałęsa, realizzata lo scorso maggio a Danzica. Un’intervista di 25 minuti diffusa da Laser, il programma radiofonico prodotto da Roberto Antonini. Si può ascoltare da qui:

Dell’intervista al leader di Solidarność c’è anche una versione video, più breve, di 4 minuti, messa online da Oltre la news, la rubrica di approfondimento del sito della Rsi, curata da Matilde Casasopra.





Un mestiere che cambia

Piazza Scanderbeg a Tirana, nel 2007.

Piazza Scanderbeg a Tirana, nel 2007.

Qualche giorno fa ho riaperto vecchi file di foto scattate durante i tanti viaggi che ho fatto in Europa Centrale, Balcani e area post-sovietica. È dal 2005 che seguo questa grossa regione di mezzo dell’Europa, racchiusa tra i grandi imperi di una volta: tedesco, russo, ottomano. Avevo voglia di recuperare un po’ di memoria visiva e di sensazioni.

Ma scorrendo queste foto mi sono reso conto, più che altro, di quanto il mio lavoro sia cambiato nel corso di questi anni. Fino al 2014 ho prevalentemente scritto. Organizzavo le trasferte in modo tale che, una volta fissata qualche intervista, per il resto mi sentissi libero di esplorare, di camminare, di perdermi nei posti in cui mi trovavo, per scoprire dettagli insperati o fare incontri non programmati. E scattavo tante fotografie: perché mi è sempre piaciuto farle e perché, al ritorno da quei viaggi, mi aiutavano a recuperare suggestioni e a sviluppare la cornice in cui immergere la mia storia. Quelle tre, quattro pennellate descrittive che danno movimento a un pezzo.

Vukovar, Croazia, 2010.

Vukovar, Croazia, 2010.

Il periodo tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 per me è stato molto duro. Chiusero nel giro di pochissimi giorni sia Europa, con cui vantavo una collaborazione decennale, sia Pagina 99, per il quale avevo iniziato a scrivere dopo che era cessato il rapporto con Il Manifesto. Mi buttai sulla radio, senza mai averla fatta.

Iniziò in quel momento la collaborazione con Rsi, grazie a Beppe Bucci. Si è allargata successivamente anche al video. Il passaggio ai nuovi mezzi ha cambiato profondamente il mio lavoro. La radio e il video, in particolare quest’ultimo, impongono una pianificazione molto più serrata della trasferta. Nulla può essere lasciato al caso. Interviste, coperture, sonorizzazioni: in buona parte tutto va pensato prima. Perché portare a casa il lavoro è più complicato. Molto più complicato. Così per camminare, perdermi e improvvisare non ho più il tempo di una volta. E non scatto quasi mai fotografie. Al massimo, nei momenti liberi vado in giro a fare coperture video.

Georgia, 2010.

Georgia, 2010.

Le cartelle “foto” delle trasferte degli ultimi cinque anni sono molto povere, pur se cerco sempre di scrivere in modo fotografico: in fin dei conti, filmando, in testa ti restano delle immagini. A ogni modo, quando scrivo mi accorgo che qualcosa nel mio stile è comunque cambiato. Il metodo di lavoro per la radio e la televisione, un metodo che pretende rigore e precisione, mi fa tendere, oggi, verso una scrittura più precisa e matura (credo), più attenta al rapporto tra parole, punteggiatura e spazi. Delle volte mi immagino un foglio word come un progetto di Premiere. Anni fa invece scrivevo senza badare troppo all’auto-disciplina, ed era una scrittura più esposta alle scariche di adrenalina, più scanzonata e a volte sfacciata. Ho un po’ di nostalgia per quei tempi, anche se non mi dispiace il me stesso di oggi. Magari se in futuro tornassi al giornalismo scritto potrei recuperare quell’effervescenza e scattare di nuovo tante foto. Ma non so se in futuro ci saranno ancora giornali per cui scrivere…Mi tengo stretta la Rsi, finché dura.

Cacciatori di neon

Da anni David Hill e Ilona Karwińska, lui designer inglese, lei fotografa polacca, salvano dall’abbandono i neon che illuminarono la Varsavia comunista. Dopo il crollo del regime queste insegne luminose, tipiche della capitale polacca, furono infatti spente o dismesse. Reliquie inadatte al capitalismo: così vennero considerate.

I neon salvati da David e Ilona, partner nel lavoro e nella vita, sono esposti al Neon Muzeum. E intanto, proprio grazie a questo museo, fondato nel 2005, queste morbide luci stanno avendo un revival. Tornano a illiminare la città. Mio videoreportage per il sito di RSI.

Verde cortina

L’Observation Point Alpha, il punto più caldo della vecchia frontiere tra le due Germania. Foto di Ignacio Maria Coccia.

L’Observation Point Alpha, il punto più caldo della vecchia frontiere tra le due Germania. Foto di Ignacio Maria Coccia.

Nel 2014 io e il fotografo Ignacio Maria Coccia effettuammo un viaggio lungo l’ex cortina di ferro, la linea che scindeva in due l’Europa al tempo della Guerra fredda.

Seguimmo il vecchio confine tra le due Germanie, quello tra Germania e Repubblica Ceca, quelli tra Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia, e infine quello italo-sloveno.

Scrivemmo un reportage a puntate per l’Huffington Post, poi pubblicammo un libro. Fu un’esperienza molto interessante. Viaggiammo in un momento storico in cui i concetti di Europa e di frontiere non erano così sotto pressione. Non ancora. Percepimmo però, in alcuni tratti di quella vecchia linea militarizzata, disparità economiche, salti culturali e frustrazioni, oggi amplificate da una certa retorica.

Il confine non significa solo immigrazione. Il confine è un concetto in cui tutti noi, in un modo o nell’altro, ci specchiamo quotidianamente. Fu questa la lezione principale che appresi da quel viaggio. Qui di seguito trovate l’ultimo dei dodici articoli per l’Huffington, al termine del quale sono linkate tutte le altre puntate del reportage.

https://www.huffingtonpost.it/2014/04/23/a-gorizia-e-trieste-reportage-verde-cortina_n_5198602.html?utm_hp_ref=it-verde-cortina

Muro orientale

Nel 2016 la Slovenia decise di innalzare un reticolato al confine con la Croazia, per lo stesso motivo per cui oggi il vice premier Matteo Salvini e il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, mediterebbero di chiudere alcuni tratti della frontiera italo-slovena: i (pochi) migranti in risalita dalla rotta balcanica. Tre anni fa feci un sopralluogo proprio lungo il confine croato-sloveno, a vedere l’impatto di quella barriera, nel territorio e nella testa della gente. Ne uscì un reportage per Pagina 99, all’epoca diretto da Luigi Spinola, che posto qui di seguito.


Il fiume Dragogna, sulla linea del confine, all’altezza del villaggio sloveno che porta il suo stesso nome, ha le sembianze di un torrente. Il letto è sassoso e l’acqua scivola via rapida. Sul lato sloveno si trova una piccola stazione di controllo idroelettrico. Su quello croato c’è la base della collina sulla cui sommità pianta le radici Buje, tipico borgo istriano. Campanile in stile veneziano, case pencolanti e stradine strette. Affaccio sontuoso sull’Adriatico.

Il Dragogna, separando Slovenia e Croazia, coincide anche con uno dei limiti dell’area Schengen. La Croazia non ne fa ancora parte, e alla dogana che campeggia al bivio tra la strada che si arrampica verso Buje e quella che conduce alle saline di Sicciole, seguendo la linea della frontiera, le pratiche sono pertanto quelle solite. I poliziotti sloveni controllano i documenti in entrata e in uscita. Oltre frontiera c’è una pattuglia di agenti croati. A un centinaio di metri dalla dogana, versante sloveno del confine, degli automobilisti compilano dei moduli in una piazzola di sosta. Si capisce, dal tono della loro voce, che c’è qualche disaccordo sulle formalità da espletare.

 

 Sospensione di empatia

Sarebbe tutto normale e ordinario, se non fosse che proprio in riva al fiume, lo scorso dicembre, i genieri sloveni hanno disposto dei rotoli di filo spinato. L’area del Dragogna è l’estremità occidentale del “muro” anti-rifugiati innalzato dalla Slovenia. Corre dall’uno all’altro lato della frontiera con la Croazia. Il primo segmento è stato tirato su a novembre, lungo la direttrice Zagabria-Ljubljana: il tratto più esposto alla processione dei profughi.

La misura presa dall’esecutivo sloveno, guidato da Miro Cerar, non meraviglia. «C’è stato un fenomeno di sospensione dell’empatia verso i rifugiati che contamina tutta l’Europa, Slovenia inclusa», suggerisce Stefano Lusa, giornalista di Radio Capodistria. I governi, con l’occhio ai sondaggi, si sono attrezzati. Hanno alzato muri burocratici e fisici, manifestando una voglia di controllo sulle frontiere che, azzarda qualcuno, potrebbe scaraventare nella ghiacciaia il principio europeo della libera circolazione di persone (in questo caso il processo di adesione croato si allungherebbe oltre modo). Per scongiurare questo scenario, l’Europa ha scelto di blindarsi, affidando alla Turchia, in cambio di molto denaro, il compito di tenere sul suo territorio i rifugiati in arrivo dal Medio Oriente e riprendersi indietro coloro che verranno rimpatriati. “La rotta balcanica si è effettivamente chiusa”: così Cerar ha interpretato il patto con Ankara, annunciando che nessun fuggiasco entrerà più in Slovenia, a meno che non faccia richiesta d’asilo.   

 

Confine colabrodo

Prima della dogana di Dragogna c’è un viottolo ghiaioso che, costeggiando degli orti, porta fino al lungofiume. Fino al filo spinato. «Uno spreco di soldi», taglia corto Silvano, un contadino. Procedendo a passo d’uomo sulle strade sterrate della valle del Dragogna si direbbe che non abbia torto. Il filo spinato sembra del tutto inadatto a contenere uomini e donne in marcia. «Cosa vuoi che siano tre rotoli di filo spinato? Se uno vuole, si arrampica e salta. Ma chi vogliono fermare? Questo confine è un colabrodo», dice Aris Milani, promotore, lo scorso gennaio, della 3 Nations Walk for Peace, piccola marcia lungo il Dragogna. Uno dei vari eventi di protesta contro il “muro” tenutisi in Istria, regione transfrontaliera e multiculturale che questo corso d’acqua seziona nel suo lembo più a ovest.

In un’altra occasione, sloveni e croati hanno improvvisato una partita di pallavolo usando il filo come rete. Circola poi un manuale, ha riportato Francesca Rolandi su Osservatorio Balcani e Caucaso, destinato a chi volesse tagliarlo e aprire varchi. Varchi che non servirebbero a facilitare il passaggio di rifugiati, ammesso che la via balcanica sia per loro ancora percorribile, per il semplice motivo che qui, in tutti questi mesi, nessuno ha scavalcato la frontiera. «Gli unici a venire sono stati quelli che protestano», afferma una signora la cui casa si trova proprio sulla riva del Dragogna. Queste iniziative la mettono un po’ a disagio, avvezza com’era alla quiete di questo confine che non faceva notizia.

 

Unità istriana

Non passano rifugiati e nulla è mutato nell’andare e nel venire da una parte e dall’altra del confine, a Dragogna e negli altri valichi istriani. Il filo spinato, tra l’altro, non infastidisce neanche il colpo d’occhio, mimetizzato com’è tra i boschi e gli appezzamenti che tappezzano i bordi del fiume, dove nessuno, salvo gli agricoltori, ha necessità di andare. Insomma: perché mobilitarsi? Contro chi e cosa?

C’è sicuramente una componente “generalista” rappresentata da quelle persone che sono sensibili alla causa dei rifugiati e si oppongono a ogni ostacolo pensato allo scopo di arrestarne il peregrinare. Ma c’è anche una forte carica localista, alimentata dalla specificità storico-culturale dell’Istria. Questa regione è disabituata ai confini. Al tempo di Venezia, dell’Austria, dell’Italia e della Jugoslavia è sempre stata un’entità unica. Il primo confine vero calato in questo fazzoletto di terra è stato proprio quello croato-sloveno, figlio della disgregazione jugoslava. «Questo filo spinato è un’assurdità, in un momento in cui abbiamo visto lo smantellamento dei confini, prima tra Italia e Slovenia, poi parzialmente tra Slovenia e Croazia. L’ingresso di Zagabria in Europa è stato il primo passo verso un’effettiva ricomposizione territoriale, da completare con l’allargamento di Schengen. Il filo spinato significa ritornare indietro», ragiona Kristjan Knez, vice presidente della comunità italiana di Pirano, cittadina adriatica della Slovenia.  

Gli italiani dell’Istria sono stati tra i più fermi oppositori della barriera. Si capisce il perché. L’essere minoranza, spalmata tra due Stati, con memorie novecentesche dolorose alle spalle, rende il filo spinato un simbolo cupo. L’apertura delle frontiere e la piena libertà di circolazione, a ogni modo, darebbero sollievo a tutta l’Istria, dato che il secolo scorso ha imposto passaggi drammatici anche a croati e sloveni. L’Europa e Schengen servirebbero anche a questo: a rendere meno legnosi, in crinali come questo, gli incroci del passato; a massaggiare i muscoli ancora tesi dei popoli.  

Andiamo a Buje, dove veniamo a sapere che la protesta ha anche una dimensione animalista. «È stato dimostrato che alcuni animali sono morti, perché mentre andavano alla ricerca di cibo sono rimasti impigliati nel filo», racconta Zoe, cameriera di una locanda. In rete circolano diverse foto di bestiole intrappolate. «A me dispiace soprattutto per la selvaggina. Gli animali non sanno; gli animali il filo spinato non lo riconoscono», le fa eco Luciano Franceschini, spiegando a modo suo che l’identità istriana, soprattutto nelle zone interne, passa anche da un rapporto speciale con la natura. «Le persone possono anche andarsene, ma le montagne e i boschi restano». 

 

La frontiera rassicurante

Scendiamo a valle e ritorniamo in Slovenia. Incontriamo Denis Fakin, presidente della comunità di Sicciole e membro del consiglio comunale di Pirano, di cui Sicciole è una frazione. Anche lui solleva dubbi sull’effettiva capacità di contenimento della barriera e ritiene, come molti altri, che sia «uno spreco di denaro». Al tempo stesso fa notare che il filo spinato è anche la conseguenza della polemica con la Croazia, accusata dalla Slovenia di non gestire adeguatamente il flusso di rifugiati e di farne passare troppi oltre frontiera. Addirittura, Fakin ipotizza una sovrapposizione con un altro contenzioso: quello sulla delimitazione dei confini tra i due paesi, contesa che riguarda proprio questo spicchio di territorio. La disputa va avanti da anni e verte sia sulla demarcazione della frontiera marittima nella baia che si apre tra Pirano e Capo Salvore, in Croazia, sia sul limes terrestre, all’altezza della foce del Dragogna, dove il governo di Ljubljana ritiene che il confine corra qualche metro a sud del fiume. Insomma, il filo spinato sarebbe anche una forma di pressione per indurre Zagabria a chiudere la vertenza. E comunque, lì dove la terra è litigata e reclamata, la barriera proprio non c’è. A conferma che chiunque, volendo, può prendersi gioco di questa frontiera.

Ma il vero senso di questo sterile rafforzamento del confine non è quello di fermare il passo dei rifugiati. Se mai si tratta di rassicurare, intercettando l’umore delle persone, il loro bisogno di quieto vivere. Le cronache dall’Istria hanno dato molto spazio alle iniziative anti-barriera, rimarcandone il carattere plurinazionale. Ma potrebbe darsi che esista una fetta di popolazione, magari quella che non vive a ridosso del confine, a cui il filo spinato, tutto sommato, sta bene. Qui – ragiona Denis Fakin – in tanti non lo vogliono. Però sai com’è, anche un po’ di sicurezza dev’essere garantita». Mentre Aris Milani ricorda che «quando abbiamo organizzato la marcia lungo il Dragogna ho parlato con cittadini croati e sloveni, realizzando che in questo territorio c’è anche molta gente spaventata, che vede nel confine un fattore stabilizzante».

Raccontare i migranti

In questi anni ho seguito un po’ di storie di migranti. Ero lungo il confine tra Ungheria e Serbia nei giorni in cui il governo di Budapest alzava la barriera metallica. Ci sono stato un anno dopo. Poi ho raccontato qualche altra storia: a Vienna, in Istria, in Puglia e a Berlino, dove ho chiuso per il momento questo ciclo, parlando di come i rifugiati siriani stiano ricostruendo le loro vite nella capitale tedesca.

Noi giornalisti non possiamo fare che questo: andare, vedere, raccontare. In questo strano momento storico, l’opinione pubblica preferisce gli slogan dei politici alle cose che noi vediamo sul campo. Ma non c’è alternativa, se non quella di continuare a fare il nostro mestiere. Posto qui di seguito una buona parte delle storie che ho visto e raccontato in questi anni, in varie forme.

2015

L'ultima frontiera 🎤
In una vecchia fabbrica di Subotica, al confine serbo-ungherese i migranti aspettano di entrare in Europa. Intanto, il governo magiaro costruisce una barriera lungo la frontiera. Per il radiogiornale della Rsi.

Macondo 📰
Rifugiati da tutto il mondo e da tutte le epoche. La storia particolare di un piccolo distretto alle porte di Vienna. Per Pagina 99.

2016

Il grande sbarco 🎤
Ventimila albanesi a Brindisi, in un giorno. Il primo esodo via mare dell'epoca in cui viviamo. Un radio documentario per la Rsi.

Istriani contro il muro 🎤
Italiani, croati e sloveni protestano contro il reticolato anti-migranti voluto dal governo di Lubiana. Per il notiziario della Rsi.

Refugees get equipped for business in Vienna restaurant 📰
Vienna's Habibi & Hawara restaurant employs a dozen mainly Syrian refugees. But it's not just a job. Published by Deutsche Welle.

Ucraina: destino di sfollati 📰
Gli sfollati interni a Kiev. Storie di fuga e di vita. Per Osservatorio Balcani e Caucaso.

Ungheria, i migranti oltre la rete 📺
Malgrado il "muro" al confine serbo-ungherese, i migranti cercano ancora da qui la via per l'Europa. Per Rai News 24.

Vienna senza muri 📺
Storie virtuose di rifugiati e accoglienza nella capitale austriaca. Sempre per Rai News 24.

2018

Integrarsi cucinando 📺
Il cibo come ponte tra berlinesi e rifugiati. Per il sito di Rsi.

Berlino: il ritmo della libertà 📺
Storie di musicisti siriani nella capitale tedesca. Per il sito di Rsi.

2019

Berlino, piccola Damasco 📺
Vita, sogni, lavoro, delusioni: i rifugiati siriani nella capitale tedesca. Documentario tv per la Rsi.

Pogrom

Il memoriale che ricorda il pogrom di Jedwabne, del 1941.

Il memoriale che ricorda il pogrom di Jedwabne, del 1941.

Pogrom, come noto, è la parola che esprime le violenze commesse in passato nei confronti degli ebrei in Europa centrale e orientale. La federazione calcistica polacca ha usato esattamente questo sostantivo, pogrom, per celebrare la larga vittoria della nazionale contro Israele, nel match di lunedì, giocato a Varsavia e valevole per le qualificazioni agli europei del 2020. È apparsa, la parola pogrom, in un post sulla pagina Facebook della federcalcio, guidata da Zbigniew Boniek. Poco dopo è stato rimosso.

Scelta infelice, imbarazzante, squallida. Nulla da dire. E non vale come alibi il fatto che nella terminologia sportiva polacca pogrom sia una parola ricorrente (lo ha fatto notare il collega Salvatore Greco in rete). Qui ci sono di mezzo la storia e la dolorosa vicenda del popolo ebraico. Non serve solo sensibilità. Serve anche un minimo di memoria storica.

Ci furono pogrom anche in Polonia. I più noti, tra quelli avvenuti nel periodo bellico e post-bellico, avvennero a Jedwabne nel 1941 e a Kielce nel 1946. Oltre a questo, c’è da ricordare che la Polonia interbellica fu caratterizzata da forte antisemitismo e che quest’ultimo, ancora oggi, è diffuso in una parte non irrilevante della popolazione. Lo dimostrano per esempio gli studi di Michał Bilewicz, un giovane sociologo dell’Università di Varsavia.

Però bisogna fare attenzione. Molta attenzione. In Polonia ci sono stati i pogrom, c’è stato l’antisemitismo e ancora oggi ci sono fenomeni di intolleranza. Ma questo è anche il Paese che tanti secoli fa accolse gli ebrei cacciati dalla Spagna, dalla Germania, dal resto d’Europa; che ebbe la più alta percentuale di popolazione ebraica prima della Seconda guerra mondiale; che non ha mai avuto una forza collaborazionista che abbia consegnato ebrei al nazismo; che ha il più alto numero di Giusti tra le Nazioni.

Purtroppo, quando si parla di Polonia, delle volte tende a prevalere una narrazione che la identifica come un laboratorio di xenofobia, estremismo e odio razziale. Penso che dipenda anche dell’ignoranza, tragica, che in certi casi induce a credere che Auschwitz-Birkenau sia stato un esperimento anche polacco, per il solo fatto che il campo della morte voluto dai nazisti si trovasse in Polonia.

Frequento da tanti anni la Polonia. Dal 1989 a oggi è stato prodotto un grande sforzo per riscoprire la storia ebraica del Paese e il contributo che gli ebrei hanno dato al suo sviluppo storico, sociale, scientifico e culturale. Gli stessi ebrei polacchi riconoscono questa tensione positiva.

Sono stati creati dei musei sulla storia degli ebrei polacchi (il Polin di Varsavia è di altissimo livello) e sono stati scritti molti libri sull’apporto ebraico alla biografia nazionale. Altri ancora ne sono stati pubblicati in merito a vicende fosche, inquietanti. Come i pogrom di Jedwabne e Kielce.

C’è un pezzo di Paese che non vuole saperne. O perché vede nella Polonia una nazione fiera e candida, che non si è mai macchiata di alcun crimine. O perché nutre pregiudizi verso gli ebrei. O perché entrambe le cose. Ma c’è un’altra Polonia che ha voglia di scoprire e recuperare: le cose buone e le cose meno buone della questione polacco-ebraica. Ecco, quest’altra Polonia non emerge così spesso. Ma esiste, e personalmente non credo sia così minoritaria. Anzi.

Nel match di lunedì a Varsavia è successa una cosa che potrebbe aiutare a capire come stanno le cose. Al momento dell'esecuzione dell'inno israeliano una parte del pubblico ha iniziato a fischiare, ma tutto il resto degli spettatori, la maggioranza, ha reagito con un lungo applauso alla stupidità dei primi.


Nel mio piccolo, nel corso di questi quindici anni di lavori in giro per l’Europa Centrale, ho più volte toccato il tema polacco-ebraico. Segnalo alcuni dei lavori:

Ebrei polacchi: storie di vita (RSI - radio)
Varsavia: la memoria ritrovata (RSI - tv)
Nella vecchia Varsavia ebraica (RSI - web)
Le Auschwitz che dividono (Limes)

Chernobyl

Si parla di nuovo di Chernobyl, per via di una serie tv in onda su Sky. Pare sia molto bella, e spero di vederla presto. Intanto, a proposito di atomo, approfitto per postare due vecchi lavori su Chernobyl. Li produssi andando lì, e a Kiev, nel 2016, per i trent’anni dal disastro nucleare.

Il primo lavoro, il più lungo e articolato, fu questo radio documentario per la RSI. Poi scrissi anche un pezzo per il sito dell’Unità. Seguono un po’ di foto.

Václav

Václav, come Václav Havel. Lo vedete a destra nella foto. Questo il nome della rassegna stampa quindicinale sull’Europa Centrale, o Gruppo Visegrád se volete, che curo insieme ai colleghi Lorenzo Berardi, Salvatore Greco e Fabio Turco. La inviamo via email ogni due settimane, ed è davvero ricca di notizie. La rassegna stampa fa parte del progetto Centrum Report, un modo per scoprire Polonia, Ungheria, Rep. Ceca e Slovacchia oltre i luoghi comuni.

Cliccando sul link qui di seguiti potete consultare l’anteprima della nuova edizione, che si apre con i risultati delle elezioni europee nei vari Paesi della regione:

https://www.centrumreport.com/vaclav/2019/6/4/vaclav-12

E questo invece è il link per abbonarsi (è gratis, tranquilli):

http://eepurl.com/dPEgVj

Polonia libera

Il 4 giugno del 1989 si tennero in Polonia le elezioni (quasi) libere che portarono al trionfo di Solidarność e all’avvento della democrazia. Sono stato a Danzica per raccontare ciò che resta del grande sindacato-movimento fondato da Lech Wałęsa. Servizio per il telegiornale della RSI.

Da e su Danzica ho scritto anche un piccolo diario, mentre ero in città. Eccolo qui:

https://www.matteotacconi.com/blog/diario-danzica