Nati dopo l'89, un'anteprima

Nei mesi scorsi ho viaggiato tra Dresda, Bonn, Trieste e Bari per raccontare, insieme a Ignacio Maria Coccia, la generazione di tedeschi e italiani nati dopo il crollo del Muro di Berlino. Un progetto sostenuto dal Goethe-Institut Rom in vista del trentennale del crollo della grande muraglia europea.

Abbiamo incontrato tantissimi ragazzi. Io li ho intervistati, Ignacio li ha fotografati. Il progetto avrà il suo sviluppo in autunno, ma intanto potete vedere, se volete, un piccola anteprima del nostro lavoro nel mio sito. Link:

https://www.matteotacconi.com/nati-dopo-89

China reaffirms commitment to make the Western Balkans a gateway to Europe

Per la Nato Defense College Foundation sto curando da un po’ di tempo il progetto “Strategic Balkans”, rassegna stampa e analisi mensili sui Balcani occidentali. Una delle ultime cose scritte riguarda l’espansionismo economico cinese nella regione. Posto qui di seguito.


The eighth annual EEC-China summit was hosted by Croatia, in Dubrovnik, on the 11-12th of April. For the last time, it was called 16+1, because a new member – Greece – joined the club, now rebranded as 17+1.

Athens is already a member of the Belt and Road Initiative (BRI), the ambitious Chinese project to create new trade routes to export its goods to the West. Beijing plans to make the Balkans a gateway to the EU. Athens has close relations with the region. Joining the CEE-China Forum seemed a logical choice for Greece, but it also shows that China – or at least China’s money – is attractive, especially for the Western Balkans countries, that desperately need cash to improve their poor infrastructure. Ahead of the Dubrovnik gathering, Agence France Presse (AFP) quoted a study by the European Investment Bank to highlight that “between 2007 and 2017 Beijing announced 12 billion Euros in loans for construction projects in the 16 countries, one third of which were earmarked for Serbia, followed by Bosnia (21%) and Montenegro (7%)”.

In Dubrovnik, China confirmed its commitment to invest in infrastructures in the whole region. An announcement about contracts to build the Belgrade-Budapest high-speed railway is due to come soon. The same railway could be extended via North Macedonia to the Piraeus Port, managed by the Chinese shipping giant COSCO, a crucial spot for Beijing’s grand strategy. China is eying Croatian ports, too, in particular the Rijeka port. Alongside that of Trieste, in Italy (so far the only Western European country joining BRI), it could become a northern Mediterranean hub for the BRI. Other major projects are already undergoing, like the 103 km highway connecting Bar, Montenegro’s main port, to northern Serbia. Build by the Chinese Road and Bridge Corporation (CRBC), Beijing’s constructions giant, it is mainly financed by its Exim Bank, a state loan provider. The project – valued 1,3 billion Euros – is becoming too big for a tiny State like Montenegro. The Financial Times reported that the borrowing from China “has sent the country’s debt from 63% in 2012 to almost 80%”. In case of default, China can be paid back through access to Montenegro’s land.

The Montenegrin case reveals that China’s cash money could jeopardise the Western Balkans financial stability, EU officials warn. Brussels is concerned “over the socioeconomic and financial effects some of China’s investments can have”, the EU commissioner to Neighborhood Policy and Enlargement Negotiations, Johannes Hahn, told AFP.

Also Chinese investments in coal plants have been put under scrutiny by the EU. They are not strategic. They just help to forge good relations with local governments and get the green light for major infrastructural projects. Politicians in the region welcome such investments, that keep old plants alive and save jobs, but also consensus. Such scheme is much more preferable than that 9 proposed by the EU, which asks to do more to phase out coal in order to comply with European environmental criteria.

Do the Western Balkans think that China is better than the EU? Are they becoming more and more fascinated by the Chinese way, that combine fresh money and authoritarian rule at home? It is hard to answer yes. The Asian superpower's contribute in terms of FDI in the Western Balkans is still rather thin compared to that of the EU, which still keeps a 70% quota. And despite democracy standards have decreased in the region over the last years, the Western Balkans have absorbed some acquis communautaire and feel very comfortable under NATO umbrella. Nevertheless, China’s dynamic posture in the Western Balkans and in Central Europe as well, testify that the Asian giant plays a role in the old continent. This cannot be underestimated; neither European politicians should complain loudly because of China's assertive behavior, as it happened recently, showing they think that the Western Balkans are Europe's own courtyard. Europe is a big democracy, and democracies accept challenges and global competition, if possible by taking action.

Diario da Danzica

Cantieri navali di Danzica, 2011.

Cantieri navali di Danzica, 2011.

12 maggio 2019
Domani parto per la Polonia. Mi concentrerò su Danzica, e in particolare intorno a due anniversari: l’ottantesimo della Seconda guerra mondiale e il trentesimo della fine del comunismo nel Paese, il primo del vecchio blocco dell’Est a imboccare la strada della democrazia. Nell’uno e nell’altro caso tutto ebbe inizio proprio dalla città baltica. Nei prossimi giorni posterò qui alcune impressioni del viaggio.

14 maggio 2019
Sono arrivato a Danzica prendendo un bus notturno da Varsavia. Alle 9 ho intervistato Lech Wałęsa nel suo ufficio, al secondo piano del Centro europeo Solidarność, il grande museo dedicato al sindacato-movimento che Wałęsa fondò nel 1980: un passaggio decisivo per il percorso democratico polacco e dell’intera regione centro-europea.

Con Wałęsa ho parlato a lungo, più di un’ora. Gli ho chiesto degli scioperi del 1970, repressi nel sangue, e della differenza con quelli dell’80, che portarono alla legalizzazione di Solidarność; del ruolo di Giovanni Paolo II nella democratizzazione polacca e del rapporto con il generale Jaruzelski, che annientò Solidarność con la legge marziale nel dicembre del 1981, ma con il quale negli anni della democrazia Wałęsa si sarebbe confrontato, civilmente, recandogli visita tra l’altro in ospedale. Svilupperò questi temi in un’intervista che andrà in onda per la RSI.

Intanto, ascoltando i nastri, viene fuori la personalità di Wałęsa. Non è un intellettuale, non è un altro Vaclav Havel per intenderci, ma un uomo d'azione. Un uomo d'azione che ha consapevolezza del ruolo di leader avuto in un momento storico eccezionale, e che non ha il dente avvelenato con Jaruzelski (bellissime le considerazioni sul ruolo del generale). Ma Wałęsa è anche molto simpatico e ironico, devo dire. Ci sono diversi passaggi dell'intervista in cui alleggerisce il discorso, pur senza banalizzarlo, per poi tornare su un terreno serio, più riflessivo. Per esempio, quando gli chiedo del ruolo avuto da Giovanni Paolo II nella caduta del comunismo, racconta che durante il viaggio apostolico del Papa nel 1979, tra i milioni di polacchi che presero parte alle messe c'erano anche i comunisti e i membri dei servizi, e per lui fu stupefacente vederli pregare.

"Non sapevano recitare le preghiere, ma il segno della croce impararono a farlo! Sapevamo chi fossero queste persone, e vedevano ciò che stavano facendo! Erano rossi fuori, ma bianchi dentro!".

E poi, sul ruolo (spesso enfatizzato) di Wojtyla nel crollo del comunismo:

"Bisogna essere chiari: non è stato il Papa a fare la rivoluzione. Il Papa ci ha dato forza con la preghiera. Il Papa ci ha dato le parole, ma siamo stati noi a trasformarle in lampo. Senza il Papa, il comunismo sarebbe caduto lo stesso, ma sarebbe stato difficile immaginare quando a lungo sarebbe durato ancora, e quando altro sangue si sarebbe dovuto versare".

15 maggio 2019

Westerplatte.jpg

La Westerplatte è una striscia di terra stretta tra il Mar Baltico e la Vistola Morta, uno dei rami del delta del più grande dei fiumi polacchi. Il primo settembre del 1939, il giorno in cui la Germania nazista invase la Polonia, aprendo la Seconda guerra mondiale, si combatté anche qui. Di Danzica, come noto, Hitler rivendicava nuovamente il possesso, perso dalla Germania al termine della Grande guerra. La città era stata posta nel 1920 sotto il controllo della Società delle Nazioni. Restava a maggioranza tedesca, ma alla Polonia furono concesse prerogative importanti, soprattutto a livello portuale.

Intorno alle cinque del mattino del primo settembre del ‘39, la Schleswig-Holstein, una nave da guerra tedesca, aprì il fuoco sulle postazioni polacche alla Westerplatte. Quello viene considerato come il primo colpo sparato nella guerra.

Oggi sono stato alla Westerplatte prendendo il battello dal centro di Danzica. C’erano molte scuole. Sotto il grande memoriale che si solleva dalla collinetta che sorge all’estremità della penisola, ne ho incontrata una tedesca. Mi sono messo a parlare con i loro professori, scoprendo che i ragazzi stavano visitando la Westerplatte insieme a coetanei polacchi. Le loro scuole organizzano spesso gite comuni, nell’ambito di un gemellaggio stretto anni fa dalle rispettive municipalità (una non lontana da Varsavia, l’altra da Monaco di Baviera). Oggi questi giovani si sono ritrovati nel posto dove i loro Paesi, rispettivamente, aggredirono e furono aggrediti. Tra uno scherzo e l’altro, si spera, avranno assorbito un minimo di Storia, per se per questa generazione l’eco della Seconda guerra mondiale è flebile, lontanissima. Comunque sia, una buona vicenda di pratica della memoria e soprattutto di cooperazione europea.

16 maggio
Danzica ha dal 2017 un museo sulla Seconda guerra mondiale. L’idea di crearlo sorse durante gli anni dei governi liberali, guidati da Donald Tusk, l’attuale presidente del Consiglio europeo. Il principio ispiratore: rappresentare il punto di vista polacco sulla guerra, ovvero mettere la Polonia al centro del racconto sul conflitto e ribadire alcuni punti fondamentali. Ovvero il fatto che la Polonia fu il primo Paese aggredito e il primo che fece resistenza armata al nazismo; che non ebbe mai una forza collaborazionista e non consegnò ebrei ai nazisti; che la Polonia ha il più alto numero di Giusti tra le Nazioni; che i polacchi anche dopo la disfatta del 1939 continuarono a combattere, sia in patria, formando un esercito clandestino, sia in Europa, dando man forte agli Alleati.

Oggi l’amministrazione del museo è vicina a Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista al governo dal 2015. Il PiS aveva accusato la precedente gestione del museo - di orientamento liberale - di non aver dato la giusta rilevanza al punto di vista polacco sulla guerra; di averlo diluito, come dire, nel contesto complessivo del conflitto. E tutto questo fa parte del durissimo confronto tra populisti e liberali: la Storia ne è uno dei cambi di battaglia.

Il museo non mi ha convinto molto. Da un lato, è un po’ dispersivo. Dall’altro, il punto di vista polacco sulla guerra emerge a volte con un’enfasi che personalmente non mi piace. In una sala del museo, per esempio, ci sono due grandi foto dei primi giorni della guerra, messe l’una accanto all’altra. Quella a sinistra raffigura alcuni polacchi prima di essere giustiziati; quella a destra un ebreo sbeffeggiato da un nazista. L’intento è quello di ricordare che la Germania nazista iniziò a uccidere i polacchi da subito, mentre inizialmente gli ebrei non venivano mandati a morte. In altri termini, la guerra voluta da Hitler fu una guerra di annientamento non solo della nazione ebraica, ma anche di quella polacca, e in questo caso lo fu dal primo istante. Il che è assolutamente vero (come è vero che gli ebrei polacchi erano cittadini polacchi). Eppure, quelle due grandi foto a me trasmettono un messaggio diverso, e anche pericoloso, perché instaurano - mi viene da dire - una non necessaria competizione tra i dolori, una contrapposizione tra chi è morto prima e chi dopo. Quasi un accarezzare un certo vittimismo, un certo nazionalismo. La Polonia è un Paese che vuole giustamente ricordare come fu annientata dalla Germania durante la Seconda guerra mondiale (e cosa le toccò dopo); che pretende che il mondo non lo dimentichi (e spesso succede). Non c’è bisogno, però, di ricorrere a queste “tecniche” per farlo.

17 maggio
Cosa resta di Solidarnosc oggi? Che tracce ha lasciato nella Polonia odierna? Come vengono visti i due grandi momenti di rottura provocati dal sindacato fondato da Walesa, cioè il 1980 (nascita di Solidarnosc) e il 1989 (elezioni quasi libere e inizio del periodo democratico)? Nei giorni trascorsi a Danzica, parlando con Walesa, con il direttore del Centro Europeo Solidarnosc Basil Kerski, con gli esponenti del sindacato, ancora operativo, e con altre personalità, ciò che è emerso è che gli eredi del movimento che abbatté il comunismo si ritrovano sostanzialmente uniti sul valore del 1980 come momento fondante della lotta per la democrazia, ma del tutto divisi sul 1989.

L’ala moderata di Solidarnosc, quella vale a dire dei Walesa e dei Geremek, dei Mazowiecki e dei Michnik, ritiene che la Tavola Rotonda, la trattativa che Solidarnosc e il regime comunista condussero per dare al Paese una nuova via, fosse indispensabile. Al tempo stesso, pensano che la terapia d’urto economica che seguì alla nascita del primo governo democratico, presieduto da Tadeusz Mazowiecki, fosse necessaria per dare slancio a un Paese prostrato dalla lunga crisi economica degli anni Ottanta. La Polonia di oggi, Paese con fondamentali stabili, è a loro avviso il frutto di quelle scelte radicali - tanto mercato, tante privatizzazioni - che comportarono però inflazione galoppante, licenziamenti, squilibri, divari nel brevissimo periodo. Ma appunto, la Polonia in qualche modo doveva ripartire.

Dall’altro lato della barricata, gli altri eredi di Solidarnosc, i membri di Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista al governo, fondato da Jaroslaw Kaczynski, hanno una visione diversa. Per loro fu sbagliato fare il compromesso con il regime, perché dandogli potere di negoziare gli si permise di adattarsi all’era democratica, mantenendo una presenza in Parlamento (il Partito operaio unificato polacco divenne Alleanza della sinistra democratica) e partecipando alla grande fiera delle privatizzazioni. L’89 fu gestito male, sempre secondo i populisti, perché quelle riforme economiche furono ispirate da un’eccessiva enfasi liberista che non tutelò gli ultimi ed è all’origine delle disuguaglianza presenti oggi nel Paese.

Da Danzica per ora è tutto.

Gianni De Michelis, ministro di fine '900

Gianni De Michelis, classe 1940, veneziano. Morto poche ore fa. A quanto pare stava molto male da un paio di anni. Verrà ricordato, soprattutto e ingiustamente, per essere stato il ministro socialista cui piaceva ballare in discoteca. Scrisse persino un libro sulle cattedrali del divertimento dei roboanti anni Ottanta: gli anni suoi, di Craxi, del pentapartito, di soldi facili e voglia di leggerezza, divertimento.

Questa caricatura, cucitagli addosso dalla stampa (noi giornalisti molto spesso siamo i peggiori tra i semplificatori), non rende onore a De Michelis, che era un profondo conoscitore di politica estera. Aveva lo sguardo lungo. Per esempio si interessava molto di Cina con un istituto da lui presieduto, l’Ipalmo. Fu ministro degli Esteri in un momento cruciale per la storia d'Italia e d'Europa, tra crollo del Muro e guerre jugoslave.

Lo sentii diverse volte al telefono, ai tempi di Europa, il giornale dove mi sono formato, ed ebbi sempre l'impressione di avere dall'altra parte della cornetta una persona molto intelligente, competente, che si esprimeva tra l’altro con padronanza di linguaggio. Ma la prima volta che dovetti telefonargli - me lo chiese Guido Moltedo, maestro di noi giovani trentenni degli esteri - non pensavo che De Michelis fosse questo, proprio per via della storia delle discoteche, di quell'immagine da ministro gaudente, sovrappeso e impomatato. Allora Guido, vedendomi titubante, mi parlò dell’altro De Michelis, lo studioso, il diplomatico. E mi raccontò di un suo viaggio a New York al seguito del ministro, durante il quale quest’ultimo, tra un impegno istituzionale e un altro, si prese del tempo per andare in libreria e comprare alcuni buoni volumi in inglese. Una volta i politici leggevano. Certo, non basta questo a fare un buon ministro. E non va dimenticato che De Michelis fu condannato per corruzione, travolto anche lui da Tangentopoli, come tutto lo stato maggiore del Partito socialista. Sul web lo stanno ricordando anche per questo, oltre che per le frequentazioni in discoteca. Il presidente Mattarella, uomo di tatto e spessore, ha però messo l’accento sul De Michelis diplomatico, in anni difficili ed eccitanti al tempo stesso.

Oggi non ho redazioni italiane su cui piazzare un pezzo di giornata, ma se ci fossero mi farei avanti per scriverne proprio sul periodo di De Michelis da ministro degli Esteri, sentendo i suoi colleghi e i suoi collaboratori, per ritrarlo al centro della Storia, in momenti in cui si fece da un lato l’Europa, con la riunificazione tedesca e nuovi scatti nell’integrazione, ma non si riuscì dall’altro a evitare che in un altro pezzo del nostro continente - i Balcani - ci si massacrasse senza pietà a Vukovar, Sarajevo, Srebrenica, Knin.

Sofija, ragazza di Belgrado

Il quartiere belgradese di Borča (Wikipedia).

Il quartiere belgradese di Borča (Wikipedia).

Sofija Todorović ha 27 anni. È una ragazza di Belgrado che si batte da sempre per la verità e i diritti umani. Nel suo quartiere, Borča, c'è un panettiere albanese che da un qualche settimana subisce intimidazioni da parte degli ultra-nazionalisti. Hanno lanciato persino una testa di maiale davanti al suo forno. Tutto questo perché il cugino - non lui, il cugino - un paio di anni fa fece il gesto dell'aquila, simbolo dell’Albania, in pieno centro a Belgrado. La foto è andata in rete e ha scatenato la rabbia degli estremisti.

Sofija ha filmato e messo in rete un picchetto organizzato da costoro davanti alla panetteria dell'albanese, per denunciare l'ingiustizia patita dall’uomo, un onesto lavoratore, per un fatto vecchio di due anni commesso da un’altra persona, strumentalmente usato per attaccare il “nemico etnico”. Da giorni subisce anche lei campagne diffamatorie, offese e minacce di morte.

Ho avuto il piacere di incontrare Sofija e Belgrado a gennaio. L'ho intervistata per un radio documentario RSI sulla memoria dei bombardamenti della Nato( https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/laser/Belgrado-sotto-le-bombe-11477831.html). Sofija aveva sette anni. Abbiamo parlato di questo, e del modo in cui il 1999 viene elaborato - male - in Serbia. Prevale la tesi del piccolo Paese indifeso colpito dalla potenza militare euro-americana. Troppo spesso, e volutamente, viene ignorato il contesto della repressione serba in Kosovo. Sofija ritiene che i bombardamenti siano stati un errore, ma crede che il suo Paese, su questo e su molti altri torti commessi negli anni '90, non abbia il coraggio di fare ecologia della memoria. E così, in assenza di un’analisi sul male che la Serbia ha fatto agli altri, i torti subiti - perché anche i serbi ne subirono, certamente - diventano sempre più grandi, vengono amplificati. Il vittimismo si fa largo.

Sofija ha fatto della battaglia per la verità e per la democrazia una sua missione. E tante volte, per questo, ha subito intimidazioni e minacce. Quando ha visto l'ingiustizia abbattersi contro il panettiere di Borča, non ha potuto non sentire un moto dentro. Ha filmato l’episodio e lo ha messo in rete. Perché è indispensabile, crede Sofija, assumere iniziative del genere, per scuotere il Paese e i suoi cittadini. Anche a costo di prendersi tonnellate di merda e di sentirsi dire “traditrice”.

Traditrice: ma perché, per cosa? Sofija è convinta che ciò che fa sia utile e doveroso per la sua Serbia, come mi ha spiegato a gennaio, quando ci siamo incontrati.

Sono nata qui, ho passato tutta la mia vita qui. Qui sono andata a scuola, all’università, ho avuto il mio primo amore. Sono una ragazza serba, e non mi considero una traditrice. Anzi, mi considero molto più patriota di coloro che si definiscono come i veri patrioti. Dalla mia famiglia ho appreso è che se tu critichi qualcuno a cui tieni, lo fai perché lo ami, perché vuoi che migliori. Se mia madre mi dicesse che sto sbagliando, che non sto facendo una cosa nel giusto modo, me lo direbbe perché vuole che io migliori. O devo forse pensare che per mia madre io sia una traditrice, una figlia sbagliata, e che lei voglia distruggermi? Per gli altri non lo so, ma per me ciò che faccio è logico.

Sofija è una ragazza coraggiosa, che va sostenuta. La Serbia ha bisogno di persone come lei.


Frattura ortodossa

Per Segni dei Tempi, il magazine di approfondimento religioso e culturale della RSI, ho realizzato un reportage dall’Ucraina, sul conflitto tra le due chiese ortodosse del Paese: la chiesa ortodossa-patriarcato di Mosca e la chiesa ortodossa ucraina. La frattura religiosa è una delle chiavi di lettura degli equilibri instabili dell’ex repubblica sovietica, e si lega a doppio filo alla guerra in corso, nell’est del Paese, tra ribelli filorussi e forze di Kiev.

Belgrado '99

A gennaio sono stato a Belgrado per raccogliere interviste e girare storie video sulle memorie dei bombardamenti Nato, scattati il 24 marzo di venti anni fa. Il tema divide ancora, logicamente. L’interpretazione che se ne dà è ancora troppo fondata su letture stereotipate o maldestramente estrapolate da un contesto più ampio. Per cui la storia si riduce alla potente Nato che umiliò la povera Serbia indifesa, al fatto che tutta la colpa fosse del solo Milošević o agli albanesi e al loro Stato-mafia kosovaro. Senza menzionare i numeri dei bombardamenti, artificiosamente manipolati. In questi giorni ho letto in rete che la Nato avrebbe bombardato più di cento scuole. L’unico modo per evitare di sprofondare in questa palude è raccontare storie di persone. Ed è questo che a Belgrado, insieme al collega Giorgio Fruscione, ho cercato di fare. Ne sono usciti diversi lavori.

Per Laser, programma storico della Radio svizzera italiana (RSI) dedicato all’approfondimento e al reportage, abbiamo realizzato un radio-documentario da 25 minuti. Protagoniste tre donne, con le loro memorie: Marina Rakić, giornalista; Jovana Krstanović, editor radio e titolare di un rifugio-bar clandestino; Sofija Todorović, attivista per i diritti umani.

Sempre per la RSI, ma per Oltre le news, la rubrica di approfondimento del sito, abbiamo curato una serie video in tre puntate. La prima vede protagonista lo scrittore Dušan Veličković, che scrisse un’incisiva raccolta di racconti durante i tre mesi dell’offensiva Nato, terminata il 10 giugno. In un bar del centro di Belgrado ci ha parlato della scrittura come autoterapia, delle gravi responsabilità del regime di Milošević e dell’amore al tempo delle bombe.

La seconda storia è quella dei radioamatori di Nuova Belgrado. Durante la guerra trasformarono il loro hobby in un servizio per la popolazione.

E infine la terza storia (la mia preferita) che vede protagonista Goran Stojčetović, un artista. Un serbo del Kosovo. Fu traumatizzato dalla violenza serba e albanese, oltre che dalle bombe Nato. Si rifugiò nell’arte, e con l’arte, da vent’anni, cerca di vincere quel trauma e chiedersi che uomo sia, e in che mondo viva.

Completa il quadro dei lavori belgradesi un reportage, firmato da me, uscito su D di Repubblica (accesso a pagamento), con un bel richiamo un prima pagina.

Memoria e vita

Nel corso degli ultimi anni ho lavorato molto, in Polonia, sulla questione ebraica. Ne sono usciti diversi lavori per la RSI. L’anno scorso, per la Giornata della memoria, la trasmissione Segni dei Tempi ha mandato in onda un mio reportage televisivo sulla comunità ebraica di Varsavia, su ciò che rappresenta oggi e sul modo in cui cerca, in gran parte con successo, di ritagliarsi un ruolo culturale e sociale nella Varsavia contemporanea.

Il reportage tv è stato completato da una serie per il sito della RSI: quattro storie sugli ebrei polacchi di oggi. Le due puntate più significative, a mio avviso, sono state quella sul Teatro ebraico di Varsavia e sul quartiere di Muranow, vale a dire il vecchio distretto ebraico, poi trasformato in ghetto dall’occupante nazista.

L’anno precedente, invece, avevo realizzato un radio documentario, sempre sulla questione degli ebrei polacchi, ma dal punto di vista del processo con cui i polacchi non ebrei stanno cercando recuperare il patrimonio ebraico del Paese e il contributo che gli ebrei hanno dato nel corso del tempo allo sviluppo della nazione e della cultura polacche.

Nel 2016, ultimo dei lavori che segnalo e primo in ordine di tempo effettuato, la radio aveva messo in onda la mia storia su padre Manfred, un sacerdote cattolico tedesco che vive e lavora a pochi metri dal campo di Auschwitz-Birkenau. Si è dato una missione: fare dialogo e promuovere la pace.

Diario armeno

Il 26 gennaio è uscita per il sito della RSI un’ultima storia racconta a dicembre durante il viaggio in Armenia. dal 5 al 12 dicembre. Riguarda il terremoto del 1988, che distrusse le città del nord del Paese, uccidendo 25mila persone. La storia l’ho raccolta a Gyumri, il capoluogo della regione di Shirak, dove il sisma si abbatté con massima violenza. Lì ho incontrato le persone che, persa la casa trent’anni fa, vivono ancora in baracche.

Quello che vedete qui sotto è invece il reportage televisivo che ho prodotto per la Rsi l’8 dicembre, alla vigilia delle elezioni politiche del 9 dicembre, un altro momento chiave della rivoluzione democratica in corso nell’ex repubblica sovietica. Tutto è iniziato in primavera, con un crescendo di proteste che hanno portato alla fine del regime ventennale del Partito repubblicano, favorendo l’ascesa al potere di Nikol Pashinyan, giornalista, dissidente, oppositore, ispirato da Vaclav Havel, Lech Walesa e Nelson Mandela. Le elezioni del 9 dicembre hanno portato la rivoluzione di Pashinyan a trionfare anche alle urne.

Oltre al reportage per il telegiornale Rsi, ne ho prodotto un altro radiofonico, sempre per la Rsi, focalizzato sul ruolo dei giovani nella rivoluzione (dal minuto 9’ 30’’ del link).

Ho scritto pure un lungo racconto per Il Foglio, oltre a realizzare per Eastwest un’intervista a Lena Nazaryan, esponente di primissimo piano del partito di Pashinyan, “Il mio passo”.

Serbia: in piazza contro Vucic

Sono stato a Belgrado nei giorni scorsi, per una serie di lavori che usciranno nelle prossime settimane. Ho però lavorato anche sull’attualità, coprendo le proteste contro il presidente serbo Aleksandar Vucic, accusato di svolta autoritaria. Vanno avanti da sette settimane, e si tengono ogni sabato. Ho assistito a quella di sabato 12 gennaio. Qui il reportage per il radiogiornale della Radio svizzera italiana (dal minuto 13’ 45’’ del notiziario).

Berlino, piccola Damasco

Per la trasmissione Segni dei Tempi, in onda ogni sabato su LA1, la prima rete della RSI, ho realizzato un reportage sulla comunità siriana di Berlino, divenuta in breve tempo la terza più grande della capitale tedesca. Ho incrociato le storie del musicista Wassim Muktad, del ballerino Mehdat Aldaabal, del cooperante Nikola Antoun e della dentista e youtuber Rasha Alkhadra. Tutti loro sono giunti a Berlino fuggendo dalla Siria in fiamme. Tutti loro cercano una nuova via qui.

Durante il soggiorno a Berlino ho raccolto diverse altre storie di rifugiati o ex rifugiati siriani nella capitale tedesca. Purtroppo non ho potuto includerle tutte nel reportage. Conto di utilizzarle in futuro, per sviluppare un racconto più lungo su questo tema. Un grazie a Ruben Lagattolla per avermi fornito alcune clip girate nella Aleppo assediata, dove si è recato negli scorsi anni per girare il documentario Young Syrian Lenses.

Sempre sul tema dei rifugiati a Berlino, nelle scorse settimane ho prodotto due storie per Oltre la news, l’approfondimento curato dal sito della RSI. La prima è una storia di cucina e integrazione. La seconda riguarda i musicisti siriani nella capitale tedesca.

Il gulag albanese

Ciò che resta del carcere di Spaç.

Ciò che resta del carcere di Spaç.

Tra i carceri per prigionieri politici della dittatura comunista albanese, quello di Spaç, inaugurato nel 1968, fu il peggiore.

Sulla storia di questo vero e proprio gulag albanese, dove oltre alla pena della detenzione c’era quella dei lavori forzati nell’adiacente miniera di rame e pirite, ho realizzato un radio documentario per la Radio Svizzera Italiana, sentendo due ex detenuti (uno di questi è il famoso intellettuale Fatos Lubonja), il figlio dell'ex guardiano del carcere e i ragazzi della World Heritage Foundation, che stanno cercando di fare di questo posto lugubre un luogo per la coscienza.

Mostar

Il New York Times pubblica un approfondimento su Mostar, una delle città divise dei Balcani. Mi è tornato in mente un vecchio pezzo, che scrissi da lì nel 2009. La situazione a quanto pare non è cambiata da allora. Il reportage uscì su Europa, e fu intitolato Salto nel vuoto. Lo ripropongo qui di seguito.


Salto nel vuoto

A Mostar tra musulmani e croati la convivenza resta impossibile
Europa, 12 settembre 2009

Solita cartolina estiva da Mostar. Sullo Stari Most, il vecchio ponte della città, folto gomitolo di turisti con l’occhio incollato alla macchina fotografica. Tutti a immortalare il tuffatore di turno, che prima di lanciarsi da oltre venti metri d’altezza nelle acque limpide della Neretva, il fiume che taglia la città, tende i muscoli aggrappato al parapetto, pavoneggiandosi.

I tuffatori mostarini sono famosi in tutto il mondo e le loro picchiate a capofitto sono uno dei motivi che spingono sempre più visitatori a inoltrarsi nell’Erzegovina, la porzione meridionale della Bosnia, di cui Mostar è il principale centro urbano. Ma a calamitare i vacanzieri non è la sola spettacolarità dell’esibizione. C’è anche la bellezza magnetica e insieme a essa la storia tragica del trampolino di lancio da cui gli “stuntmen” erzegovesi spiccano il volo. Insieme alla Sarajevo cinta d’assedio e all’eccidio di Srebrenica, il ponte vecchio, risalente alla metà del ’500, barbaramente distrutto nel 1993 dai croato-bosniaci e ricostruito nel 2004, è stato infatti una delle icone del massacro bosniaco, spaventosa guerra civile che vide le tre etnie del paese, musulmani, serbi e croati, combattersi l’una contro l’altra. Senza pietà.

Mostar fu il più importante campo di battaglia del conflitto tra croati e bosgnacchi (i musulmani di Bosnia). Inizialmente i due gruppi unirono le forze per respingere l’offensiva serba. Poi i primi, sostenuti militarmente e politicamente dal presidente croato Franjo Tudjman, accordatosi con Slobodan Milosevic per procedere alla spartizione della Bosnia e coronare i rispettivi sogni di Grande Croazia e Grande Serbia, rivolsero le armi contro i secondi.

La ricostruzione del ponte – annoverato dall’Unesco tra i patrimoni mondiali dell’umanità – e il nuovo statuto varato l’anno prima dall’ex Alto rappresentante Paddy Ashdown, che ha unificato a livello amministrativo la città, abolendo le sei circoscrizioni ritagliate in base a parametri etnici in cui prima risultava suddivisa, sono state percepite come le occasioni buone a sanare i rancori, portato inevitabile del conflitto, che segnano i rapporti tra i croati – in lieve maggioranza – e i bosgnacchi di Mostar. La presenza serba in città, invece, è a dir poco residuale.

Due città in una
Né il ponte, né il nuovo statuto hanno però contribuito a stimolare la riappacificazione. Qui l’eco della guerra continua a rimbombare nella testa. Per disinfettare e cicatrizzare le ferite ci vuole dell’altro. Ma nessuno, ancora, ha capito cosa. La fisionomia urbana conferma le divisioni.
I croati vivono nei quartieri a ovest del boulevard Hrvatskih Branitelja e di via Aleske Santica – le due vie lungo le quali correva il fronte – i bosgnacchi in quelli a est. La divisione è una conseguenza delle vicende belliche.

L’offensiva croata costrinse migliaia di musulmani della parte occidentale di Mostar a lasciare le proprie abitazioni e a riparare sul versante orientale. Dove da allora sono rimasti. In pochi hanno ripreso possesso delle loro vecchie case a ovest della Neretva, molto spesso “scambiate” con i croati che prima risiedevano sulla sponda orientale del fiume.

I due emisferi del capoluogo erzegovese sono due mondi paralleli. Moschee e minareti da una parte, chiese cattoliche e campanili dall’altra. Casupole turcheggianti e palazzine dall’aspetto moderno. Caffè turco e caffè espresso. Mezzelune islamiche e bandierone a scacchi bianco-rossi. Diverse anche le fedi calcistiche. I bosgnacchi parteggiano per il Velez, i croati per lo Zrinjski. Quando c’è il derby la tensione sale alle stelle.

La sola cosa che le due Mostar condividono sono i ruderi di guerra, numerosi, disseminati lungo le strade: edifici pencolanti, caseggiati ridotti a uno scheletro di travi d’acciaio, case con pareti bucherellate come groviere. Case che rimarranno con il marchio della guerra stampato addosso. Chi ha provato a riempire di stucco i fori di proiettile e gli squarci provocati dalle granate passandoci sopra una mano di vernice murale, ha ottenuto infatti uno sgradevolissimo effetto “a pois”.

Musulmani e croati, oggi, continuano fondamentalmente a evitare il contatto e raramente, gli uni sospettosi degli altri, sconfinano nella “tana del lupo”. Il conflitto congelato ha sfiancato anche i pochi che vorrebbero parlare di Mostar anziché delle due Mostar. Dzenan Behmen e Osvit Saferovic, animatori dell’Abrasevic, centro fondato qualche anno fa da giovani croati e bosgnacchi intenzionati a fare a fette la cortina che divide la città con le armi della cultura e del dialogo, hanno riposto le speranze. «Abbiamo provato a connettere, ma siamo rimasti inascoltati. Ormai – dicono all’unisono – lavoriamo quasi esclusivamente sugli eventi culturali. Ci occupiamo più poco di dialogo. È inutile».

Apatia
Oltre ai dissapori etnici c’è da registrare una pesante aridità sociale. «La gente – raccontano Dzenan e Osvit – non intende scuotersi. In questo senso ha ereditato il peggio del socialismo, passività e “lentezza”, a cui s’è aggiunto il peggio del capitalismo, quella smania per i consumi che si materializza nei numerosi centri commerciali sorti ultimamente in città. Ma il problema è che qui in pochi hanno soldi da spendere. Quindi non si consuma e si è sempre più infelici».
Anche Dario Terzic, direttore di Radio X, un’emittente locale, si sofferma sull’apatia dei mostarini. «Questo è a mio avviso il periodo più triste dalla fine della guerra. La rottura tra croati e bosgnacchi è totale. La decadenza pure. Mostar è una città di anime perse, di gente che s’è lasciata andare, che si è arresa.

La frustrazione e l’assenza di prospettive hanno contaminato tutti. A Mostar non abbiamo neanche un cinema. Indicativo, no? Devo dire, comunque, che tra i bosgnacchi l’apatia è più evidente. Sono protesi verso il passato, insistono troppo nel percepirsi come le vittime del conflitto. È verissimo, certo. Ma dovrebbero guardare un po’ avanti. I croati, invece, sentendosi colpevoli per quello che è successo qui a Mostar durante la guerra, hanno limitato al minimo il dibattito sul passato e si sono concentrati sul lavoro. Qualcosa di discreto, sulla loro sponda, sono per lo meno riusciti a combinare».

Senza sindaco
La congiuntura politica, molto delicata, che la città sta attualmente vivendo, è un’altra bella tegola abbattutasi sul centro erzegovese. Dall’ottobre 2008, quando i mostarini andarono alle urne per rinnovare le istituzioni locali, la città è senza sindaco.

In virtù di un gentlemen agreement l’Hdz (Unione democratica croata) e l’Sda (Partito d’azione democratico), i principali raggruppamenti croato e bosgnacco, nominarono nel 2004 un esponente croato a capo della giunta, stabilendo che nella legislatura successiva, sulla base dei criteri d’alternanza previsti dal nuovo statuto, la carica sarebbe toccata a un musulmano. Dopodiché, siglando un’intesa per governare insieme, imbastirono alcune riforme finalizzate a unificare le aziende comunali, che operano ancora secondo criteri etnici (due ospedali, due caserme dei pompieri, etc.).

Riforme di facciata, però. Le divisioni storiche sono tornate subito a galla, annacquando la portata di quei provvedimenti e rendendo sterile il processo di riunificazione cittadina. Croati e bosgnacchi hanno continuato a comportasi come al solito: barricandosi nella propria cittadella e ignorando l’altro.

Ora, la mancata nomina del sindaco dipende dal fatto che l’Hdz, dopo il voto del 2008, ha rinnegato l’accordo, sabotando la nomina di un primo cittadino musulmano e cercando di insediare nuovamente un suo notabile.

Una faccenda etnica
Diversi i motivi dell’arroccamento. È certamente una faccenda etnica. Se serbi e bosgnacchi hanno le loro “capitali”, Banja Luka e Sarajevo, allora è giusto che anche i croati – questo il ragionamento che tiene banco nell’Hdz – rivendichino una loro “fortezza”. Non può che essere Mostar. A tale scopo l’Hdz vorrebbe una modifica allo statuto del 2004 che permetta di eleggere il sindaco direttamente e non più passando dal consiglio municipale. Ma l’Alto rappresentante ha già fatto sapere che la revisione della carta cittadina, suscettibile di incrinare il principio dell’alternanza, è fuori discussione.

Incidono, inoltre, anche le frizioni tra i partiti croati. «Al voto del 2008 il rafforzamento delle altre forze croate, specie il Partito popolare, hanno spinto l’Hdz sulla difensiva », afferma Pedrag Zvijerac, caporedattore del quotidiano Dnevni List, principale foglio della comunità croata. «Bloccare la nomina del sindaco bosgnacco e pretendere la conferma di un primo cittadino in quota Hdz è una prova di forza volta a riaffermarsi sulla concorrenza», ragiona Zvijerac.

Le conseguenze dell’impasse, intanto, stanno diventando allarmanti. La paralisi istituzionale ha impedito l’approvazione del nuovo bilancio. Le casse municipali si sono lentamente ma inesorabilmente svuotate e l’elargizione degli stipendi dei dipendenti pubblici – insegnanti, pompieri, operatori ecologici, impiegati – è arrivata solo grazie allo stanziamento di risorse provvisorie, varato dall’Alto rappresentante. A fine settembre, quando i termini del bilancio d’emergenza scadranno, i consiglieri saranno chiamati a cercare un compromesso per schivare il collasso finanziario nonché la possibile protesta sociale (sempre che la popolazione si svegli dal torpore). Per Mostar sarà un passaggio cruciale. «Adesso – riflette Dario Terzic – è il momento di decidere se provare a unire la città, almeno un po’, o se piuttosto dividerla per sempre. Ma vederla divisa mi fa davvero molto male».

Il rifugio adriatico

Romano Faganel, di Fiume, si è trasferito da cinque anni sull’isola di Cherso, nell’Alto Adriatico. Qui ha ripensato da zero la sua vita. Vive a Lubenizze, un antico borgo praticamente disabitato, e lavora la lana, vecchia tradizione dell’isola ormai quasi scomparsa. Il mio ultimo lavoro per Oltre la News, la sezione di reportage video del sito della RSI.