Frattura ortodossa

Per Segni dei Tempi, il magazine di approfondimento religioso e culturale della RSI, ho realizzato un reportage dall’Ucraina, sul conflitto tra le due chiese ortodosse del Paese: la chiesa ortodossa-patriarcato di Mosca e la chiesa ortodossa ucraina. La frattura religiosa è una delle chiavi di lettura degli equilibri instabili dell’ex repubblica sovietica, e si lega a doppio filo alla guerra in corso, nell’est del Paese, tra ribelli filorussi e forze di Kiev.

Belgrado '99

A gennaio sono stato a Belgrado per raccogliere interviste e girare storie video sulle memorie dei bombardamenti Nato, scattati il 24 marzo di venti anni fa. Il tema divide ancora, logicamente. L’interpretazione che se ne dà è ancora troppo fondata su letture stereotipate o maldestramente estrapolate da un contesto più ampio. Per cui la storia si riduce alla potente Nato che umiliò la povera Serbia indifesa, al fatto che tutta la colpa fosse del solo Milošević o agli albanesi e al loro Stato-mafia kosovaro. Senza menzionare i numeri dei bombardamenti, artificiosamente manipolati. In questi giorni ho letto in rete che la Nato avrebbe bombardato più di cento scuole. L’unico modo per evitare di sprofondare in questa palude è raccontare storie di persone. Ed è questo che a Belgrado, insieme al collega Giorgio Fruscione, ho cercato di fare. Ne sono usciti diversi lavori.

Per Laser, programma storico della Radio svizzera italiana (RSI) dedicato all’approfondimento e al reportage, abbiamo realizzato un radio-documentario da 25 minuti. Protagoniste tre donne, con le loro memorie: Marina Rakić, giornalista; Jovana Krstanović, editor radio e titolare di un rifugio-bar clandestino; Sofija Todorović, attivista per i diritti umani.

Sempre per la RSI, ma per Oltre le news, la rubrica di approfondimento del sito, abbiamo curato una serie video in tre puntate. La prima vede protagonista lo scrittore Dušan Veličković, che scrisse un’incisiva raccolta di racconti durante i tre mesi dell’offensiva Nato, terminata il 10 giugno. In un bar del centro di Belgrado ci ha parlato della scrittura come autoterapia, delle gravi responsabilità del regime di Milošević e dell’amore al tempo delle bombe.

La seconda storia è quella dei radioamatori di Nuova Belgrado. Durante la guerra trasformarono il loro hobby in un servizio per la popolazione.

E infine la terza storia (la mia preferita) che vede protagonista Goran Stojčetović, un artista. Un serbo del Kosovo. Fu traumatizzato dalla violenza serba e albanese, oltre che dalle bombe Nato. Si rifugiò nell’arte, e con l’arte, da vent’anni, cerca di vincere quel trauma e chiedersi che uomo sia, e in che mondo viva.

Completa il quadro dei lavori belgradesi un reportage, firmato da me, uscito su D di Repubblica (accesso a pagamento), con un bel richiamo un prima pagina.

Memoria e vita

Nel corso degli ultimi anni ho lavorato molto, in Polonia, sulla questione ebraica. Ne sono usciti diversi lavori per la RSI. L’anno scorso, per la Giornata della memoria, la trasmissione Segni dei Tempi ha mandato in onda un mio reportage televisivo sulla comunità ebraica di Varsavia, su ciò che rappresenta oggi e sul modo in cui cerca, in gran parte con successo, di ritagliarsi un ruolo culturale e sociale nella Varsavia contemporanea.

Il reportage tv è stato completato da una serie per il sito della RSI: quattro storie sugli ebrei polacchi di oggi. Le due puntate più significative, a mio avviso, sono state quella sul Teatro ebraico di Varsavia e sul quartiere di Muranow, vale a dire il vecchio distretto ebraico, poi trasformato in ghetto dall’occupante nazista.

L’anno precedente, invece, avevo realizzato un radio documentario, sempre sulla questione degli ebrei polacchi, ma dal punto di vista del processo con cui i polacchi non ebrei stanno cercando recuperare il patrimonio ebraico del Paese e il contributo che gli ebrei hanno dato nel corso del tempo allo sviluppo della nazione e della cultura polacche.

Nel 2016, ultimo dei lavori che segnalo e primo in ordine di tempo effettuato, la radio aveva messo in onda la mia storia su padre Manfred, un sacerdote cattolico tedesco che vive e lavora a pochi metri dal campo di Auschwitz-Birkenau. Si è dato una missione: fare dialogo e promuovere la pace.

Diario armeno

Il 26 gennaio è uscita per il sito della RSI un’ultima storia racconta a dicembre durante il viaggio in Armenia. dal 5 al 12 dicembre. Riguarda il terremoto del 1988, che distrusse le città del nord del Paese, uccidendo 25mila persone. La storia l’ho raccolta a Gyumri, il capoluogo della regione di Shirak, dove il sisma si abbatté con massima violenza. Lì ho incontrato le persone che, persa la casa trent’anni fa, vivono ancora in baracche.

Quello che vedete qui sotto è invece il reportage televisivo che ho prodotto per la Rsi l’8 dicembre, alla vigilia delle elezioni politiche del 9 dicembre, un altro momento chiave della rivoluzione democratica in corso nell’ex repubblica sovietica. Tutto è iniziato in primavera, con un crescendo di proteste che hanno portato alla fine del regime ventennale del Partito repubblicano, favorendo l’ascesa al potere di Nikol Pashinyan, giornalista, dissidente, oppositore, ispirato da Vaclav Havel, Lech Walesa e Nelson Mandela. Le elezioni del 9 dicembre hanno portato la rivoluzione di Pashinyan a trionfare anche alle urne.

Oltre al reportage per il telegiornale Rsi, ne ho prodotto un altro radiofonico, sempre per la Rsi, focalizzato sul ruolo dei giovani nella rivoluzione (dal minuto 9’ 30’’ del link).

Ho scritto pure un lungo racconto per Il Foglio, oltre a realizzare per Eastwest un’intervista a Lena Nazaryan, esponente di primissimo piano del partito di Pashinyan, “Il mio passo”.

Serbia: in piazza contro Vucic

Sono stato a Belgrado nei giorni scorsi, per una serie di lavori che usciranno nelle prossime settimane. Ho però lavorato anche sull’attualità, coprendo le proteste contro il presidente serbo Aleksandar Vucic, accusato di svolta autoritaria. Vanno avanti da sette settimane, e si tengono ogni sabato. Ho assistito a quella di sabato 12 gennaio. Qui il reportage per il radiogiornale della Radio svizzera italiana (dal minuto 13’ 45’’ del notiziario).

Berlino, piccola Damasco

Per la trasmissione Segni dei Tempi, in onda ogni sabato su LA1, la prima rete della RSI, ho realizzato un reportage sulla comunità siriana di Berlino, divenuta in breve tempo la terza più grande della capitale tedesca. Ho incrociato le storie del musicista Wassim Muktad, del ballerino Mehdat Aldaabal, del cooperante Nikola Antoun e della dentista e youtuber Rasha Alkhadra. Tutti loro sono giunti a Berlino fuggendo dalla Siria in fiamme. Tutti loro cercano una nuova via qui.

Durante il soggiorno a Berlino ho raccolto diverse altre storie di rifugiati o ex rifugiati siriani nella capitale tedesca. Purtroppo non ho potuto includerle tutte nel reportage. Conto di utilizzarle in futuro, per sviluppare un racconto più lungo su questo tema. Un grazie a Ruben Lagattolla per avermi fornito alcune clip girate nella Aleppo assediata, dove si è recato negli scorsi anni per girare il documentario Young Syrian Lenses.

Sempre sul tema dei rifugiati a Berlino, nelle scorse settimane ho prodotto due storie per Oltre la news, l’approfondimento curato dal sito della RSI. La prima è una storia di cucina e integrazione. La seconda riguarda i musicisti siriani nella capitale tedesca.

Il gulag albanese

Ciò che resta del carcere di Spaç.

Ciò che resta del carcere di Spaç.

Tra i carceri per prigionieri politici della dittatura comunista albanese, quello di Spaç, inaugurato nel 1968, fu il peggiore.

Sulla storia di questo vero e proprio gulag albanese, dove oltre alla pena della detenzione c’era quella dei lavori forzati nell’adiacente miniera di rame e pirite, ho realizzato un radio documentario per la Radio Svizzera Italiana, sentendo due ex detenuti (uno di questi è il famoso intellettuale Fatos Lubonja), il figlio dell'ex guardiano del carcere e i ragazzi della World Heritage Foundation, che stanno cercando di fare di questo posto lugubre un luogo per la coscienza.

Mostar

Il New York Times pubblica un approfondimento su Mostar, una delle città divise dei Balcani. Mi è tornato in mente un vecchio pezzo, che scrissi da lì nel 2009. La situazione a quanto pare non è cambiata da allora. Il reportage uscì su Europa, e fu intitolato Salto nel vuoto. Lo ripropongo qui di seguito.


Salto nel vuoto

A Mostar tra musulmani e croati la convivenza resta impossibile
Europa, 12 settembre 2009

Solita cartolina estiva da Mostar. Sullo Stari Most, il vecchio ponte della città, folto gomitolo di turisti con l’occhio incollato alla macchina fotografica. Tutti a immortalare il tuffatore di turno, che prima di lanciarsi da oltre venti metri d’altezza nelle acque limpide della Neretva, il fiume che taglia la città, tende i muscoli aggrappato al parapetto, pavoneggiandosi.

I tuffatori mostarini sono famosi in tutto il mondo e le loro picchiate a capofitto sono uno dei motivi che spingono sempre più visitatori a inoltrarsi nell’Erzegovina, la porzione meridionale della Bosnia, di cui Mostar è il principale centro urbano. Ma a calamitare i vacanzieri non è la sola spettacolarità dell’esibizione. C’è anche la bellezza magnetica e insieme a essa la storia tragica del trampolino di lancio da cui gli “stuntmen” erzegovesi spiccano il volo. Insieme alla Sarajevo cinta d’assedio e all’eccidio di Srebrenica, il ponte vecchio, risalente alla metà del ’500, barbaramente distrutto nel 1993 dai croato-bosniaci e ricostruito nel 2004, è stato infatti una delle icone del massacro bosniaco, spaventosa guerra civile che vide le tre etnie del paese, musulmani, serbi e croati, combattersi l’una contro l’altra. Senza pietà.

Mostar fu il più importante campo di battaglia del conflitto tra croati e bosgnacchi (i musulmani di Bosnia). Inizialmente i due gruppi unirono le forze per respingere l’offensiva serba. Poi i primi, sostenuti militarmente e politicamente dal presidente croato Franjo Tudjman, accordatosi con Slobodan Milosevic per procedere alla spartizione della Bosnia e coronare i rispettivi sogni di Grande Croazia e Grande Serbia, rivolsero le armi contro i secondi.

La ricostruzione del ponte – annoverato dall’Unesco tra i patrimoni mondiali dell’umanità – e il nuovo statuto varato l’anno prima dall’ex Alto rappresentante Paddy Ashdown, che ha unificato a livello amministrativo la città, abolendo le sei circoscrizioni ritagliate in base a parametri etnici in cui prima risultava suddivisa, sono state percepite come le occasioni buone a sanare i rancori, portato inevitabile del conflitto, che segnano i rapporti tra i croati – in lieve maggioranza – e i bosgnacchi di Mostar. La presenza serba in città, invece, è a dir poco residuale.

Due città in una
Né il ponte, né il nuovo statuto hanno però contribuito a stimolare la riappacificazione. Qui l’eco della guerra continua a rimbombare nella testa. Per disinfettare e cicatrizzare le ferite ci vuole dell’altro. Ma nessuno, ancora, ha capito cosa. La fisionomia urbana conferma le divisioni.
I croati vivono nei quartieri a ovest del boulevard Hrvatskih Branitelja e di via Aleske Santica – le due vie lungo le quali correva il fronte – i bosgnacchi in quelli a est. La divisione è una conseguenza delle vicende belliche.

L’offensiva croata costrinse migliaia di musulmani della parte occidentale di Mostar a lasciare le proprie abitazioni e a riparare sul versante orientale. Dove da allora sono rimasti. In pochi hanno ripreso possesso delle loro vecchie case a ovest della Neretva, molto spesso “scambiate” con i croati che prima risiedevano sulla sponda orientale del fiume.

I due emisferi del capoluogo erzegovese sono due mondi paralleli. Moschee e minareti da una parte, chiese cattoliche e campanili dall’altra. Casupole turcheggianti e palazzine dall’aspetto moderno. Caffè turco e caffè espresso. Mezzelune islamiche e bandierone a scacchi bianco-rossi. Diverse anche le fedi calcistiche. I bosgnacchi parteggiano per il Velez, i croati per lo Zrinjski. Quando c’è il derby la tensione sale alle stelle.

La sola cosa che le due Mostar condividono sono i ruderi di guerra, numerosi, disseminati lungo le strade: edifici pencolanti, caseggiati ridotti a uno scheletro di travi d’acciaio, case con pareti bucherellate come groviere. Case che rimarranno con il marchio della guerra stampato addosso. Chi ha provato a riempire di stucco i fori di proiettile e gli squarci provocati dalle granate passandoci sopra una mano di vernice murale, ha ottenuto infatti uno sgradevolissimo effetto “a pois”.

Musulmani e croati, oggi, continuano fondamentalmente a evitare il contatto e raramente, gli uni sospettosi degli altri, sconfinano nella “tana del lupo”. Il conflitto congelato ha sfiancato anche i pochi che vorrebbero parlare di Mostar anziché delle due Mostar. Dzenan Behmen e Osvit Saferovic, animatori dell’Abrasevic, centro fondato qualche anno fa da giovani croati e bosgnacchi intenzionati a fare a fette la cortina che divide la città con le armi della cultura e del dialogo, hanno riposto le speranze. «Abbiamo provato a connettere, ma siamo rimasti inascoltati. Ormai – dicono all’unisono – lavoriamo quasi esclusivamente sugli eventi culturali. Ci occupiamo più poco di dialogo. È inutile».

Apatia
Oltre ai dissapori etnici c’è da registrare una pesante aridità sociale. «La gente – raccontano Dzenan e Osvit – non intende scuotersi. In questo senso ha ereditato il peggio del socialismo, passività e “lentezza”, a cui s’è aggiunto il peggio del capitalismo, quella smania per i consumi che si materializza nei numerosi centri commerciali sorti ultimamente in città. Ma il problema è che qui in pochi hanno soldi da spendere. Quindi non si consuma e si è sempre più infelici».
Anche Dario Terzic, direttore di Radio X, un’emittente locale, si sofferma sull’apatia dei mostarini. «Questo è a mio avviso il periodo più triste dalla fine della guerra. La rottura tra croati e bosgnacchi è totale. La decadenza pure. Mostar è una città di anime perse, di gente che s’è lasciata andare, che si è arresa.

La frustrazione e l’assenza di prospettive hanno contaminato tutti. A Mostar non abbiamo neanche un cinema. Indicativo, no? Devo dire, comunque, che tra i bosgnacchi l’apatia è più evidente. Sono protesi verso il passato, insistono troppo nel percepirsi come le vittime del conflitto. È verissimo, certo. Ma dovrebbero guardare un po’ avanti. I croati, invece, sentendosi colpevoli per quello che è successo qui a Mostar durante la guerra, hanno limitato al minimo il dibattito sul passato e si sono concentrati sul lavoro. Qualcosa di discreto, sulla loro sponda, sono per lo meno riusciti a combinare».

Senza sindaco
La congiuntura politica, molto delicata, che la città sta attualmente vivendo, è un’altra bella tegola abbattutasi sul centro erzegovese. Dall’ottobre 2008, quando i mostarini andarono alle urne per rinnovare le istituzioni locali, la città è senza sindaco.

In virtù di un gentlemen agreement l’Hdz (Unione democratica croata) e l’Sda (Partito d’azione democratico), i principali raggruppamenti croato e bosgnacco, nominarono nel 2004 un esponente croato a capo della giunta, stabilendo che nella legislatura successiva, sulla base dei criteri d’alternanza previsti dal nuovo statuto, la carica sarebbe toccata a un musulmano. Dopodiché, siglando un’intesa per governare insieme, imbastirono alcune riforme finalizzate a unificare le aziende comunali, che operano ancora secondo criteri etnici (due ospedali, due caserme dei pompieri, etc.).

Riforme di facciata, però. Le divisioni storiche sono tornate subito a galla, annacquando la portata di quei provvedimenti e rendendo sterile il processo di riunificazione cittadina. Croati e bosgnacchi hanno continuato a comportasi come al solito: barricandosi nella propria cittadella e ignorando l’altro.

Ora, la mancata nomina del sindaco dipende dal fatto che l’Hdz, dopo il voto del 2008, ha rinnegato l’accordo, sabotando la nomina di un primo cittadino musulmano e cercando di insediare nuovamente un suo notabile.

Una faccenda etnica
Diversi i motivi dell’arroccamento. È certamente una faccenda etnica. Se serbi e bosgnacchi hanno le loro “capitali”, Banja Luka e Sarajevo, allora è giusto che anche i croati – questo il ragionamento che tiene banco nell’Hdz – rivendichino una loro “fortezza”. Non può che essere Mostar. A tale scopo l’Hdz vorrebbe una modifica allo statuto del 2004 che permetta di eleggere il sindaco direttamente e non più passando dal consiglio municipale. Ma l’Alto rappresentante ha già fatto sapere che la revisione della carta cittadina, suscettibile di incrinare il principio dell’alternanza, è fuori discussione.

Incidono, inoltre, anche le frizioni tra i partiti croati. «Al voto del 2008 il rafforzamento delle altre forze croate, specie il Partito popolare, hanno spinto l’Hdz sulla difensiva », afferma Pedrag Zvijerac, caporedattore del quotidiano Dnevni List, principale foglio della comunità croata. «Bloccare la nomina del sindaco bosgnacco e pretendere la conferma di un primo cittadino in quota Hdz è una prova di forza volta a riaffermarsi sulla concorrenza», ragiona Zvijerac.

Le conseguenze dell’impasse, intanto, stanno diventando allarmanti. La paralisi istituzionale ha impedito l’approvazione del nuovo bilancio. Le casse municipali si sono lentamente ma inesorabilmente svuotate e l’elargizione degli stipendi dei dipendenti pubblici – insegnanti, pompieri, operatori ecologici, impiegati – è arrivata solo grazie allo stanziamento di risorse provvisorie, varato dall’Alto rappresentante. A fine settembre, quando i termini del bilancio d’emergenza scadranno, i consiglieri saranno chiamati a cercare un compromesso per schivare il collasso finanziario nonché la possibile protesta sociale (sempre che la popolazione si svegli dal torpore). Per Mostar sarà un passaggio cruciale. «Adesso – riflette Dario Terzic – è il momento di decidere se provare a unire la città, almeno un po’, o se piuttosto dividerla per sempre. Ma vederla divisa mi fa davvero molto male».

Il rifugio adriatico

Romano Faganel, di Fiume, si è trasferito da cinque anni sull’isola di Cherso, nell’Alto Adriatico. Qui ha ripensato da zero la sua vita. Vive a Lubenizze, un antico borgo praticamente disabitato, e lavora la lana, vecchia tradizione dell’isola ormai quasi scomparsa. Il mio ultimo lavoro per Oltre la News, la sezione di reportage video del sito della RSI.

La Primavera di Praga

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A fine giugno sono stato a Praga per raccogliere una serie di testimonianze sugli eventi eccitanti e drammatici, felici e tristi, di quel memorabile periodo che fu la Primavera di Praga. Iniziò nel gennaio del 1968, con la nomina di Alexander Dubcek alla guida del Partito comunista cecoslovacco, prima guidato da Antonin Novotny, uno stalinista. Dubcek non era un vero riformista radicale, ma con lui, grazie alle pressioni dell'ala liberale del partito e del mondo della cultura, che era in fermento, la musica cambiò di colpo e l'orizzonte cui tendere diventò "il socialismo dal volto umano".

A marzo fu abolita la censura, mentre in aprile fu lanciato un piano di riforme, da approvare al congresso del partito in agenda a settembre. Non ci si arrivò: l'Unione sovietica, assecondata dagli eserciti del Patto di Varsavia, esclusi il romeno e l'albanese, invase la Cecoslovacchia nella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968. E fu la fine. 


Il lavoro più importante che ho prodotto, sulla base delle interviste raccolte a Praga, è il radio documentario La Primavera di Praga: un geyser della fantasia (ascolta il radio doc), messo in onda il 13 agosto da Laser, storico contenitore per l'approfondimento e il reportage della Radio Svizzera Italiana (RSI), curato da Roberto Antonini.

Il lavoro si fonda sulle interviste a Petr Pithart (nella foto in basso a sinistra) e Petruska Sustrova (a destra). Pithart era all'epoca un giornalista di Literarni Noviny, il magazine dell'Unione degli scrittori, una voce importante di quel grande risveglio civile e politico che fu la Primavera di Praga. Per Pithart i sei giorni successivi all'invasione sovietica, giorni di resistenza civile eroica e grande liberà, furono "i più belli della vita" per quella generazione di cecoslovacchi. Ma poi arrivò il grande freddo della normalizzazione, ossia il processo di purghe e licenziamenti che cancellò ogni traccia della Primavera di Praga. "Non ne rimase nulla", sostiene Pithart, che ho sentito anche per Il Foglio (leggi l'intervista). 

Petruska Sustrova resistette ai sovietici, fu tra le tante persone scese in piazza a prendersi gioco dei soldati, a dare loro indicazioni sbagliate per farli perdere per Praga, a spiegare che non era vero che la Germania Ovest aveva invaso la Cecoslovacchia, come dicevano i loro comandi. Durante la primissima fase della normalizzazione, la più dura, Sustrova finì in carcere. "Quando uscii trovai un mondo diverso. I miei compagni, se mi vedevano per strada, cambiavano lato del marciapiede. Ma non perché non volessero parlarmi. Avevano paura". Ecco, la Cecoslovacchia post-primavera fu anche questo: un Paese dove tutti si chiusero nella propria nicchia, dimenticando il fervore irripetibile dei mesi che precedettero l'invasione, dove la politica era al centro di ogni cosa e la speranza di cambiamento galvanizzava tutti. 


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Sempre per la RSI, ho intervistato Jiri Pehe, ex consigliere politico del grande Vaclav Havel, gigante della libertà e protagonista della Rivoluzione di Velluto, che nel 1989 portò alla fine del comunismo a Praga. Pehe, che fu esule negli anni Ottanta, colloca la Primavera di Praga nel più ampio contesto del 1968, per la carica di libertà e innovazione che seppero sprigionare, in quel periodo, il mondo del teatro, del cinema e della cultura in generale. L'intervista è uscita per il radiogiornale, il 21 agosto, ed è stata ripresa dal sito di RSI, che l'ha rielaborata in forma video. Si può ascoltare e vedere da qui. O leggere sul sito di Eastewest, dove Pehe racconta anche i suoi ricordi personali della Primavera di Praga. 


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L'ultimo lavoro, anche questo in forma radiofonica, è la storia di una famiglia al tempo della Primavera di Praga: la famiglia di Rostislav Pietropaolo. Nato in Calabria, ma trasferitosi a Praga dopo la seconda guerra mondiale, il signor Pietropaolo credette fortemente nella Primavera di Praga. E ancor più di lui lo fecero sua moglie Ivona, sindacalista e organizzatrice nel Partito comunista,  e suo fratello, Josef, ufficiale dell'esercito.   

La normalizzazione colpì duramente tutti i Pietropaolo. Ivona, che ebbe un esaurimento nervoso nei giorni successivi all'invasione, fu licenziata ed espulsa dal partito. E tutto questo accadde mentre era in ospedale, ricoverata per via di quell'esaurimento. Josef fu cacciato senza troppi complimento dall'esercito. Il signor Rostislav, che voleva insegnare filosofia all'università, non poté mai concorrere per una cattedra. Riuscì a restare nell'ateneo, ma come ricercatore, per giunta mal pagato. Il lavoro è andato in onda per Radio Colonia, il contenitore in lingua italiana del servizio pubblico tedesco (ascolta il reportage). 


 

Siriani a Berlino

Nell'estate del 2015 mi trovavo al confine tra Serbia e Ungheria, proprio nei giorni in cui iniziarono i lavori per la costruzione del reticolato con cui il governo di Viktor Orban ha sigillato il confine con la Serbia. Incontrai e intervistai moltissimi rifugiati, provenienti soprattutto, e logicamente, dalla Siria (le foto della galleria sono state scattate durante quella trasferta). Feci dei lavori per la Radio svizzera italiana. 

Ci sarebbe voluto ancora un anno per erigere il "muro", com'è più semplicemente chiamata, da molti, quella barriera di metallo e filo spinato. Per altri mesi ancora, dunque, la rotta balcanica rimase aperta, e molta gente ha continuato a percorrerla per giungere in Europa. 

Ancora c'è chi passa da lì, pur se questa via può di fatto considerarsi chiusa. I migranti, a ogni modo, hanno continuato a cercare il varco per l'Europa. Si passa dal Mediterraneo, come è noto. Già ci si passava, a dire il vero, anche prima che quella balcanica diventasse la rotta più interessata dalla questione rifugiati. Viaggio drammatico e rischioso, quello per mare. Ma è l'unico possibile, in assenza di canali legali. I Paesi europei non li vogliono, e proprio per questo, avvitandosi in un paradosso assurdo, favoriscono le attività dei trafficanti: coloro che vorrebbero combattere. 

Noi giornalisti abbiamo il dovere di raccontare queste cose, possibilmente - a mio avviso - senza caricarle di eccessiva enfasi. Non ce n'è bisogno, del resto. Le storie di chi attraversa il mare sui barconi parlano da sole. E proseguono, queste storie, anche dopo lo sbarco sulle coste siciliane. Molte di queste persone ottengono asilo politico o permessi umanitari, o trovano comunque un modo per restare nel vecchio continente e regolarizzare la loro situazione. In Europa stanno riscrivendo e ripensando le loro vite. 

Sin da quei giorni del 2015 passati lungo la frontiera serbo-ungherese mi sono riproposto di raccogliere le storie di chi, lasciandosi dietro una patria fragile o martoriata dalla guerra, passando dal mare o via terra, è giunto in Europa e qui si è stabilito. Finalmente è arrivato il momento per farlo. Negli ultimi dieci giorni di questo mese sarò a Berlino per un lavoro sulla comunità siriana. Ho scelto questa città e questa comunità perché la Germania è il Paese che come noto ha accolto più rifugiati siriani, e perché costoro sono fuggiti dalla più atroce delle guerre di questo nuovo millennio. 

Concentrandomi sui siriani non colgo l'intero spettro della questione rifugiati in Germania, ne sono consapevole. Ma bisogna pur sempre fissare dei limiti a una storia, e credo comunque che questa, tra le tante, sia la vicenda che più merita di essere raccontata. 

Le due Budapest

Sabato 7 aprile alle 12 è andato in onda sulla RSI il mio ultimo reportage televisivo. Il tema sono i senzatetto di Budapest. Quella magiara è considerata la capitale europea con il più alto numero di senzatetto in rapporto alla popolazione complessiva. Se ne stimano diecimila, a fronte dei due milioni di abitanti. Sopra è possibile visualizzare il trailer.

Ho trascorso una settimana con i senzatetto, nei sottopassaggi della metro, nei rifugi diurni e notturni, come nelle foreste, aree non urbanizzate della città. E ho incontrato volontari e dirigenti delle organizzazioni che forniscono loro aiuto e assistenza. Il mio lavoro è un'indagine sulle origini storiche di questo dramma sociale, e sui fattori economici e politici per cui a oggi resta irrisolto, costruita attraverso il racconto di storie personali e situazioni varie.


Bratislava e Budapest

Venerdì parto per l'Europa centrale. Sarò per un paio di giorni a Bratislava, per lavorare a una storia che da tanto penso di fare e che, in un certo senso, mi riporta molto indietro nel tempo, a quando nella seconda metà degli anni '80 io e i miei genitori andammo nell'odierna capitale slovacca. All'epoca esisteva ancora la Cecoslovacchia. Ho due ricordi stampati in testa. Uno è un mercatino, senza pretese, dalle parti della sede della radio. Non c'è più. Un altro sono i grandi condomini del quartiere di Petrzalka: quelli esistono ancora. Ed è lì che si trova la storia che vorrei sviluppare. 

Poi mi sposterò a Budapest, per un lavoro che andrà in onda a inizio aprile su Segni dei Tempi, il magazine della RSI curato da Paolo Tognina. Non si tratta di migranti, né di questioni attinenti alle elezioni politiche, che si tengono l'8 di aprile. Ma è comunque di un modo per raccontare l'Ungheria e Budapest ai tempi di Viktor Orban. 

Storie kosovare

In Kosovo c'ero stato nel 2007, qualche mese prima della proclamazione d'indipendenza del 17 febbraio 2008. Ci sono tornato a inizio febbraio per raccontare il Kosovo odierno, a dieci anni anni dalla sua nascita, come Stato. Sarebbe facile dire che questo è un Paese che non funziona. E basta poco per arrivare a una tale conclusione. Eppure, non ho cercato questo. O solo questo. Mi sono voluto concentrare molto sul dialogo, perché in fin dei conti albanesi e serbi devono trovare il modo di coesistere, è inevitabile. A maggior ragione mentre sullo sfondo il processo è chiaro, per quanto accidentato: Belgrado e Pristina stanno trovando un accordo sullo status del Kosovo (e non è da escludere che la prima riconosca la seconda).

Questo viaggio è stato anche un confronto con me stesso. Il giornalista quarantenne e quello trentenne. Il primo un po' più concreto, con la storia già in testa. Il secondo più esuberante e curioso, ma meno maturo. 

Da questa trasferta sono nate diverse storie per la radio e la televisione della RSI, più altre - scritte o multimediali - firmate con il collega Giorgio Fruscione, che mi ha accompagnato in questo viaggio. Di seguito potete trovare tutti i servizi realizzati. 

TV

Mitrovica, la città divisa 
Serbi nei quartieri nord, albanesi in quelli sud. In mezzo il fiume Ibar, frontiera interna del Kosovo. A dieci anni dall'indipendenza, Mitrovica rimane fonte di tensione. Ma qualche tentativo di dialogo c'è. 

16 febbraio, TG | Vai al servizio 


Questa foto è stata usata come copertina per il servizio che Giorgio Fruscione ha firmato, sullo stesso argomento, per Il Venerdì di Repubblica.

Gracanica, l'albergo multietnico
Nella più grande delle enclave serbe sorge un hotel ecologico e multietnico. I titolari sono l'ex diplomatico svizzero Andreas Wormser e due rom. 

17 febbraio, TG | Vai al servizio 

 

RADIO

Le due Mitrovica 
Un tempo multiculturale e ricca, oggi divisa e povera. Interviste a giornalisti, giovani, analisti, militari NATO e membri di ONG. Un documentario da 25 minuti sulla città più complicata del Kosovo. 

13 febbraio, Laser | Vai al doc


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La fabbrica serbo-albanese
A Klina, nel Kosovo occidentale, alcune donne serbe e albanesi hanno creato una cooperativa per l'allevamento di suoni e la produzione di carni. 

16 febbraio, RG | Vai al servizio
(dal minuto del 13' 19'' del link)


Giovani contro la resa
Paese giovane. La metà della popolazione ha meno di trent'anni. Paese povero: non c'è lavoro. Si può emigrare, ci si può arrendere o si può resistere. Al Termokiss, centro culturale autogestito di Pristina, si è scelto di resistere. Le ragazze che animano questo spazio, una ex fabbrica, raccontano la situazione giovanile in Kosovo. 

17 febbraio, RG | Vai al servizio (dal minuto 12' 19'' del link)


TESTO E MULTIMEDIA

Diario da Mitrovica
Il ponte nuovo, fotogramma chiave di Mitrovica; il caso Oliver Ivanovic; il Besimisao, rifugio culturale dei ragazzi di Mitrovica nord; qualche storia di dialogo e cooperazione. Quattro reportage, a cura mia e di Giorgio Fruscione, in presa diretta dalla città divisa dei Balcani. Uno speciale per EastWest, il sito di politica internazionale diretto da Luigi Spinola.


Works United Women Across Kosovo's Ethnic Divide
Un lungo reportage e due video per raccontare, su Balkan Insight, la storia della Cooperativa Eva: donne serbe e albanesi-cattoliche che hanno creato un impianto per la macellazioni di carni suine e che, attraverso il lavoro, creano le condizioni per riattivare un dialogo interrotto dalla guerra. 

Video 1 | Dalla stalla al prodotto finito. A tu per tu con Tone, la vice presidente albanese della Cooperativa Eva. "Sappiamo cos'è accaduto in passato, ma il passato non si ripete sempre uguale a se stesso". 

Video 2 | "Tutte le donne dovrebbero seguire il nostro esempio, bisogna essere coraggiose e lavorare in un ambiente multietnico". Parla Tatjana, la presidente della Cooperativa. 


Il college multietnico
Serbi e albanesi studiano insieme. Stesse classi, stesse lezioni. Succede all'International Business College di Mitrovica. Un reportage per il sito della RSI

 


 

I Giusti albanesi

Si ritiene che l'Albania, durante la Seconda guerra mondiale, non abbia consegnato un solo ebreo al nazismo. Lo scorso agosto, a Tirana, ho raccolto alcune testimonianze su questa incredibile vicenda. Ho proposto l'articolo al quotidiano "La Stampa" di Torino, per la Giornata della memoria. L'idea è piaciuta. Eppure l'articolo, scritto e inviato via email, non è mai stato pubblicato. Né ho ricevuto in merito alcuna comunicazione. Lo pubblico qui, nella forma in cui l'ho trasmesso alla redazione esteri de "La Stampa".  


Tirana | Nissim Aladjem. Ebreo, come suggerisce il nome. E profugo. Nel 1943 fuggì dalla Bulgaria. Il governo di Sofia aveva effettuato rastrellamenti in Tracia e Macedonia, occupate grazie all’alleanza con la Germania nazista. Avrebbe invece scelto di non deportare gli ebrei della Bulgaria storica, ma Nissim Aladjem, quando se ne andò, non poteva saperlo. Lo scenario, in quel momento, prometteva guai. Riparò in Albania. Non era certo un posto sicuro, essendo controllato dall’Italia fascista. Ma Roma non vi aveva esteso le leggi razziali. Nel resto dei Balcani invece la caccia agli ebrei era già scattata. Ovunque.  

Dopo l’armistizio dell’8 settembre l’Albania fu invasa dalla Germania. Per i circa duemila ebrei presenti nel Paese – trecento autoctoni, gli altri rifugiati dai Paesi limitrofi – giunse il momento di nascondersi. Nissim Aladjem lo fece a casa di Rifat Hoxha, a Tirana. Incontriamo suo figlio, Rexhep. «Papà – ricorda – fu contattato da un conoscente. Gli chiese se poteva ospitare Nissim, la moglie Sarah e il figlio Aron, di dodici anni. Papà disse di sì. Fu d’accordo anche nonno, che era un imam. Cedette persino la sua stanza a quegli ospiti. Li proteggemmo per quattordici mesi, fintanto che, una volta liberata l’Albania, alla fine del ’44, non emigrarono in Palestina».

Rexhep Hoxha, figlio di Rifat, Giusto tra le Nazioni.

Rexhep Hoxha, figlio di Rifat, Giusto tra le Nazioni.

Rifat Hoxha è morto da tempo, ma il suo nome è scolpito nella storia. Per lo Yad Vashem di Gerusalemme è uno dei Giusti tra le nazioni: uomini e donne, ventiseimila in tutto, che durante la Seconda guerra mondiale salvarono vite dall’Olocausto. In Albania accadde il miracolo. Non un solo ebreo, si ritiene, fu consegnato al nazismo.

Per Geront Koreta, presidente della piccola comunità ebraica albanese, due ragioni spiegano questa vicenda eccezionale. «Una è la storia di tolleranza religiosa dell’Albania, per quanto a dare rifugio agli ebrei non furono solo i musulmani, il gruppo maggioritario nel Paese. L’altra è che gli albanesi sono persone perbene, con il senso della solidarietà. Gli ebrei bussarono alle loro porte, e le trovarono aperte».

Molte le storie virtuose da raccontare. «Uno zio di mio padre, per esempio, rimase nascosto da una famiglia a Valona, nonostante quest’ultima avesse un membro in carcere per via della militanza partigiana. Era gente esposta, ma diede ugualmente ospitalità», rivela Koreta.

Parliamo anche con Fatos Qoqja, figlio di Beqir, un altro Giusto tra le nazioni. «Un amico chiese a mio padre se poteva proteggere un ebreo albanese, Avram Eliasaf Gani. Ma gli disse: “Pensaci bene, perché tu sei musulmano”. Papà rispose che la religione non era un problema. Era un essere umano in pericolo, ed era giusto aiutarlo».

Beqir Qoqja, Giusto tra le Nazioni. Foto presa  dal sito dello Yad Vashem di Gerusalemme.

Beqir Qoqja, Giusto tra le Nazioni. Foto presa
dal sito dello Yad Vashem di Gerusalemme.

Beqir Qoqja sistemò Avram nella sua casa di Tirana, ma dopo l’arrivo dei tedeschi lo accompagnò a Mukja, un villaggio dell’interno. Lì conosceva un po’ di gente, e chiese loro di prendersi cura di quell’ebreo. Vi restò per un anno. Qoqja, ogni settimana, gli mandava cibo. «Quanto fatto da papà mi rende orgoglioso», dice il signor Fatos.

Dopo la guerra gli ebrei albanesi restarono in patria. Non poteva essere altrimenti. Quello albanese, il regime più paranoico dell’Est, sigillò i confini isolandosi dal mondo. Nel 1991, quando collassò, molti di loro si trasferirono in Israele. «Sia per una curiosità, sia per cercare opportunità», afferma Koreta.

Fu proprio grazie al dischiudersi delle frontiere che Rexhep Hoxha ha potuto rintracciare in Israele il figlio di Nissim Aladjem, Aron. Gli ha reso visita per portargli i tre libri che ricevette nel 1944 per il bar mitzvah, la cerimonia che per gli ebrei segna il passaggio alla maturità, al compimento dei tredici anni. Quei volumi avevano un valore affettivo di grande importanza. Così Nissim, quando partì per la Palestina, pensando che sarebbe stato un viaggio difficile, chiese a Rifat di conservarli. Assicurò che un giorno sarebbe andato a riprenderli. Ma l’Albania si privò per lungo tempo dei contatti con il mondo, e Nissim nel frattempo passò a miglior vita. Eppure Rexhep Hoxha non ha mai dimenticato la promessa che il padre e il suo ospite si scambiarono. Ed è riuscito a onorarla. Su questa storia è stato girato un documentario nel 2012. Besa, si intitola. Una parola albanese che significa tenere fede a una promessa.