Mostar

Il New York Times pubblica un approfondimento su Mostar, una delle città divise dei Balcani. Mi è tornato in mente un vecchio pezzo, che scrissi da lì nel 2009. La situazione a quanto pare non è cambiata da allora. Il reportage uscì su Europa, e fu intitolato Salto nel vuoto. Lo ripropongo qui di seguito.


Salto nel vuoto

A Mostar tra musulmani e croati la convivenza resta impossibile
Europa, 12 settembre 2009

Solita cartolina estiva da Mostar. Sullo Stari Most, il vecchio ponte della città, folto gomitolo di turisti con l’occhio incollato alla macchina fotografica. Tutti a immortalare il tuffatore di turno, che prima di lanciarsi da oltre venti metri d’altezza nelle acque limpide della Neretva, il fiume che taglia la città, tende i muscoli aggrappato al parapetto, pavoneggiandosi.

I tuffatori mostarini sono famosi in tutto il mondo e le loro picchiate a capofitto sono uno dei motivi che spingono sempre più visitatori a inoltrarsi nell’Erzegovina, la porzione meridionale della Bosnia, di cui Mostar è il principale centro urbano. Ma a calamitare i vacanzieri non è la sola spettacolarità dell’esibizione. C’è anche la bellezza magnetica e insieme a essa la storia tragica del trampolino di lancio da cui gli “stuntmen” erzegovesi spiccano il volo. Insieme alla Sarajevo cinta d’assedio e all’eccidio di Srebrenica, il ponte vecchio, risalente alla metà del ’500, barbaramente distrutto nel 1993 dai croato-bosniaci e ricostruito nel 2004, è stato infatti una delle icone del massacro bosniaco, spaventosa guerra civile che vide le tre etnie del paese, musulmani, serbi e croati, combattersi l’una contro l’altra. Senza pietà.

Mostar fu il più importante campo di battaglia del conflitto tra croati e bosgnacchi (i musulmani di Bosnia). Inizialmente i due gruppi unirono le forze per respingere l’offensiva serba. Poi i primi, sostenuti militarmente e politicamente dal presidente croato Franjo Tudjman, accordatosi con Slobodan Milosevic per procedere alla spartizione della Bosnia e coronare i rispettivi sogni di Grande Croazia e Grande Serbia, rivolsero le armi contro i secondi.

La ricostruzione del ponte – annoverato dall’Unesco tra i patrimoni mondiali dell’umanità – e il nuovo statuto varato l’anno prima dall’ex Alto rappresentante Paddy Ashdown, che ha unificato a livello amministrativo la città, abolendo le sei circoscrizioni ritagliate in base a parametri etnici in cui prima risultava suddivisa, sono state percepite come le occasioni buone a sanare i rancori, portato inevitabile del conflitto, che segnano i rapporti tra i croati – in lieve maggioranza – e i bosgnacchi di Mostar. La presenza serba in città, invece, è a dir poco residuale.

Due città in una
Né il ponte, né il nuovo statuto hanno però contribuito a stimolare la riappacificazione. Qui l’eco della guerra continua a rimbombare nella testa. Per disinfettare e cicatrizzare le ferite ci vuole dell’altro. Ma nessuno, ancora, ha capito cosa. La fisionomia urbana conferma le divisioni.
I croati vivono nei quartieri a ovest del boulevard Hrvatskih Branitelja e di via Aleske Santica – le due vie lungo le quali correva il fronte – i bosgnacchi in quelli a est. La divisione è una conseguenza delle vicende belliche.

L’offensiva croata costrinse migliaia di musulmani della parte occidentale di Mostar a lasciare le proprie abitazioni e a riparare sul versante orientale. Dove da allora sono rimasti. In pochi hanno ripreso possesso delle loro vecchie case a ovest della Neretva, molto spesso “scambiate” con i croati che prima risiedevano sulla sponda orientale del fiume.

I due emisferi del capoluogo erzegovese sono due mondi paralleli. Moschee e minareti da una parte, chiese cattoliche e campanili dall’altra. Casupole turcheggianti e palazzine dall’aspetto moderno. Caffè turco e caffè espresso. Mezzelune islamiche e bandierone a scacchi bianco-rossi. Diverse anche le fedi calcistiche. I bosgnacchi parteggiano per il Velez, i croati per lo Zrinjski. Quando c’è il derby la tensione sale alle stelle.

La sola cosa che le due Mostar condividono sono i ruderi di guerra, numerosi, disseminati lungo le strade: edifici pencolanti, caseggiati ridotti a uno scheletro di travi d’acciaio, case con pareti bucherellate come groviere. Case che rimarranno con il marchio della guerra stampato addosso. Chi ha provato a riempire di stucco i fori di proiettile e gli squarci provocati dalle granate passandoci sopra una mano di vernice murale, ha ottenuto infatti uno sgradevolissimo effetto “a pois”.

Musulmani e croati, oggi, continuano fondamentalmente a evitare il contatto e raramente, gli uni sospettosi degli altri, sconfinano nella “tana del lupo”. Il conflitto congelato ha sfiancato anche i pochi che vorrebbero parlare di Mostar anziché delle due Mostar. Dzenan Behmen e Osvit Saferovic, animatori dell’Abrasevic, centro fondato qualche anno fa da giovani croati e bosgnacchi intenzionati a fare a fette la cortina che divide la città con le armi della cultura e del dialogo, hanno riposto le speranze. «Abbiamo provato a connettere, ma siamo rimasti inascoltati. Ormai – dicono all’unisono – lavoriamo quasi esclusivamente sugli eventi culturali. Ci occupiamo più poco di dialogo. È inutile».

Apatia
Oltre ai dissapori etnici c’è da registrare una pesante aridità sociale. «La gente – raccontano Dzenan e Osvit – non intende scuotersi. In questo senso ha ereditato il peggio del socialismo, passività e “lentezza”, a cui s’è aggiunto il peggio del capitalismo, quella smania per i consumi che si materializza nei numerosi centri commerciali sorti ultimamente in città. Ma il problema è che qui in pochi hanno soldi da spendere. Quindi non si consuma e si è sempre più infelici».
Anche Dario Terzic, direttore di Radio X, un’emittente locale, si sofferma sull’apatia dei mostarini. «Questo è a mio avviso il periodo più triste dalla fine della guerra. La rottura tra croati e bosgnacchi è totale. La decadenza pure. Mostar è una città di anime perse, di gente che s’è lasciata andare, che si è arresa.

La frustrazione e l’assenza di prospettive hanno contaminato tutti. A Mostar non abbiamo neanche un cinema. Indicativo, no? Devo dire, comunque, che tra i bosgnacchi l’apatia è più evidente. Sono protesi verso il passato, insistono troppo nel percepirsi come le vittime del conflitto. È verissimo, certo. Ma dovrebbero guardare un po’ avanti. I croati, invece, sentendosi colpevoli per quello che è successo qui a Mostar durante la guerra, hanno limitato al minimo il dibattito sul passato e si sono concentrati sul lavoro. Qualcosa di discreto, sulla loro sponda, sono per lo meno riusciti a combinare».

Senza sindaco
La congiuntura politica, molto delicata, che la città sta attualmente vivendo, è un’altra bella tegola abbattutasi sul centro erzegovese. Dall’ottobre 2008, quando i mostarini andarono alle urne per rinnovare le istituzioni locali, la città è senza sindaco.

In virtù di un gentlemen agreement l’Hdz (Unione democratica croata) e l’Sda (Partito d’azione democratico), i principali raggruppamenti croato e bosgnacco, nominarono nel 2004 un esponente croato a capo della giunta, stabilendo che nella legislatura successiva, sulla base dei criteri d’alternanza previsti dal nuovo statuto, la carica sarebbe toccata a un musulmano. Dopodiché, siglando un’intesa per governare insieme, imbastirono alcune riforme finalizzate a unificare le aziende comunali, che operano ancora secondo criteri etnici (due ospedali, due caserme dei pompieri, etc.).

Riforme di facciata, però. Le divisioni storiche sono tornate subito a galla, annacquando la portata di quei provvedimenti e rendendo sterile il processo di riunificazione cittadina. Croati e bosgnacchi hanno continuato a comportasi come al solito: barricandosi nella propria cittadella e ignorando l’altro.

Ora, la mancata nomina del sindaco dipende dal fatto che l’Hdz, dopo il voto del 2008, ha rinnegato l’accordo, sabotando la nomina di un primo cittadino musulmano e cercando di insediare nuovamente un suo notabile.

Una faccenda etnica
Diversi i motivi dell’arroccamento. È certamente una faccenda etnica. Se serbi e bosgnacchi hanno le loro “capitali”, Banja Luka e Sarajevo, allora è giusto che anche i croati – questo il ragionamento che tiene banco nell’Hdz – rivendichino una loro “fortezza”. Non può che essere Mostar. A tale scopo l’Hdz vorrebbe una modifica allo statuto del 2004 che permetta di eleggere il sindaco direttamente e non più passando dal consiglio municipale. Ma l’Alto rappresentante ha già fatto sapere che la revisione della carta cittadina, suscettibile di incrinare il principio dell’alternanza, è fuori discussione.

Incidono, inoltre, anche le frizioni tra i partiti croati. «Al voto del 2008 il rafforzamento delle altre forze croate, specie il Partito popolare, hanno spinto l’Hdz sulla difensiva », afferma Pedrag Zvijerac, caporedattore del quotidiano Dnevni List, principale foglio della comunità croata. «Bloccare la nomina del sindaco bosgnacco e pretendere la conferma di un primo cittadino in quota Hdz è una prova di forza volta a riaffermarsi sulla concorrenza», ragiona Zvijerac.

Le conseguenze dell’impasse, intanto, stanno diventando allarmanti. La paralisi istituzionale ha impedito l’approvazione del nuovo bilancio. Le casse municipali si sono lentamente ma inesorabilmente svuotate e l’elargizione degli stipendi dei dipendenti pubblici – insegnanti, pompieri, operatori ecologici, impiegati – è arrivata solo grazie allo stanziamento di risorse provvisorie, varato dall’Alto rappresentante. A fine settembre, quando i termini del bilancio d’emergenza scadranno, i consiglieri saranno chiamati a cercare un compromesso per schivare il collasso finanziario nonché la possibile protesta sociale (sempre che la popolazione si svegli dal torpore). Per Mostar sarà un passaggio cruciale. «Adesso – riflette Dario Terzic – è il momento di decidere se provare a unire la città, almeno un po’, o se piuttosto dividerla per sempre. Ma vederla divisa mi fa davvero molto male».

Il rifugio adriatico

Romano Faganel, di Fiume, si è trasferito da cinque anni sull’isola di Cherso, nell’Alto Adriatico. Qui ha ripensato da zero la sua vita. Vive a Lubenizze, un antico borgo praticamente disabitato, e lavora la lana, vecchia tradizione dell’isola ormai quasi scomparsa. Il mio ultimo lavoro per Oltre la News, la sezione di reportage video del sito della RSI.

La Primavera di Praga

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A fine giugno sono stato a Praga per raccogliere una serie di testimonianze sugli eventi eccitanti e drammatici, felici e tristi, di quel memorabile periodo che fu la Primavera di Praga. Iniziò nel gennaio del 1968, con la nomina di Alexander Dubcek alla guida del Partito comunista cecoslovacco, prima guidato da Antonin Novotny, uno stalinista. Dubcek non era un vero riformista radicale, ma con lui, grazie alle pressioni dell'ala liberale del partito e del mondo della cultura, che era in fermento, la musica cambiò di colpo e l'orizzonte cui tendere diventò "il socialismo dal volto umano".

A marzo fu abolita la censura, mentre in aprile fu lanciato un piano di riforme, da approvare al congresso del partito in agenda a settembre. Non ci si arrivò: l'Unione sovietica, assecondata dagli eserciti del Patto di Varsavia, esclusi il romeno e l'albanese, invase la Cecoslovacchia nella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968. E fu la fine. 


Il lavoro più importante che ho prodotto, sulla base delle interviste raccolte a Praga, è il radio documentario La Primavera di Praga: un geyser della fantasia (ascolta il radio doc), messo in onda il 13 agosto da Laser, storico contenitore per l'approfondimento e il reportage della Radio Svizzera Italiana (RSI), curato da Roberto Antonini.

Il lavoro si fonda sulle interviste a Petr Pithart (nella foto in basso a sinistra) e Petruska Sustrova (a destra). Pithart era all'epoca un giornalista di Literarni Noviny, il magazine dell'Unione degli scrittori, una voce importante di quel grande risveglio civile e politico che fu la Primavera di Praga. Per Pithart i sei giorni successivi all'invasione sovietica, giorni di resistenza civile eroica e grande liberà, furono "i più belli della vita" per quella generazione di cecoslovacchi. Ma poi arrivò il grande freddo della normalizzazione, ossia il processo di purghe e licenziamenti che cancellò ogni traccia della Primavera di Praga. "Non ne rimase nulla", sostiene Pithart, che ho sentito anche per Il Foglio (leggi l'intervista). 

Petruska Sustrova resistette ai sovietici, fu tra le tante persone scese in piazza a prendersi gioco dei soldati, a dare loro indicazioni sbagliate per farli perdere per Praga, a spiegare che non era vero che la Germania Ovest aveva invaso la Cecoslovacchia, come dicevano i loro comandi. Durante la primissima fase della normalizzazione, la più dura, Sustrova finì in carcere. "Quando uscii trovai un mondo diverso. I miei compagni, se mi vedevano per strada, cambiavano lato del marciapiede. Ma non perché non volessero parlarmi. Avevano paura". Ecco, la Cecoslovacchia post-primavera fu anche questo: un Paese dove tutti si chiusero nella propria nicchia, dimenticando il fervore irripetibile dei mesi che precedettero l'invasione, dove la politica era al centro di ogni cosa e la speranza di cambiamento galvanizzava tutti. 


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Sempre per la RSI, ho intervistato Jiri Pehe, ex consigliere politico del grande Vaclav Havel, gigante della libertà e protagonista della Rivoluzione di Velluto, che nel 1989 portò alla fine del comunismo a Praga. Pehe, che fu esule negli anni Ottanta, colloca la Primavera di Praga nel più ampio contesto del 1968, per la carica di libertà e innovazione che seppero sprigionare, in quel periodo, il mondo del teatro, del cinema e della cultura in generale. L'intervista è uscita per il radiogiornale, il 21 agosto, ed è stata ripresa dal sito di RSI, che l'ha rielaborata in forma video. Si può ascoltare e vedere da qui. O leggere sul sito di Eastewest, dove Pehe racconta anche i suoi ricordi personali della Primavera di Praga. 


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L'ultimo lavoro, anche questo in forma radiofonica, è la storia di una famiglia al tempo della Primavera di Praga: la famiglia di Rostislav Pietropaolo. Nato in Calabria, ma trasferitosi a Praga dopo la seconda guerra mondiale, il signor Pietropaolo credette fortemente nella Primavera di Praga. E ancor più di lui lo fecero sua moglie Ivona, sindacalista e organizzatrice nel Partito comunista,  e suo fratello, Josef, ufficiale dell'esercito.   

La normalizzazione colpì duramente tutti i Pietropaolo. Ivona, che ebbe un esaurimento nervoso nei giorni successivi all'invasione, fu licenziata ed espulsa dal partito. E tutto questo accadde mentre era in ospedale, ricoverata per via di quell'esaurimento. Josef fu cacciato senza troppi complimento dall'esercito. Il signor Rostislav, che voleva insegnare filosofia all'università, non poté mai concorrere per una cattedra. Riuscì a restare nell'ateneo, ma come ricercatore, per giunta mal pagato. Il lavoro è andato in onda per Radio Colonia, il contenitore in lingua italiana del servizio pubblico tedesco (ascolta il reportage). 


 

Siriani a Berlino

Nell'estate del 2015 mi trovavo al confine tra Serbia e Ungheria, proprio nei giorni in cui iniziarono i lavori per la costruzione del reticolato con cui il governo di Viktor Orban ha sigillato il confine con la Serbia. Incontrai e intervistai moltissimi rifugiati, provenienti soprattutto, e logicamente, dalla Siria (le foto della galleria sono state scattate durante quella trasferta). Feci dei lavori per la Radio svizzera italiana. 

Ci sarebbe voluto ancora un anno per erigere il "muro", com'è più semplicemente chiamata, da molti, quella barriera di metallo e filo spinato. Per altri mesi ancora, dunque, la rotta balcanica rimase aperta, e molta gente ha continuato a percorrerla per giungere in Europa. 

Ancora c'è chi passa da lì, pur se questa via può di fatto considerarsi chiusa. I migranti, a ogni modo, hanno continuato a cercare il varco per l'Europa. Si passa dal Mediterraneo, come è noto. Già ci si passava, a dire il vero, anche prima che quella balcanica diventasse la rotta più interessata dalla questione rifugiati. Viaggio drammatico e rischioso, quello per mare. Ma è l'unico possibile, in assenza di canali legali. I Paesi europei non li vogliono, e proprio per questo, avvitandosi in un paradosso assurdo, favoriscono le attività dei trafficanti: coloro che vorrebbero combattere. 

Noi giornalisti abbiamo il dovere di raccontare queste cose, possibilmente - a mio avviso - senza caricarle di eccessiva enfasi. Non ce n'è bisogno, del resto. Le storie di chi attraversa il mare sui barconi parlano da sole. E proseguono, queste storie, anche dopo lo sbarco sulle coste siciliane. Molte di queste persone ottengono asilo politico o permessi umanitari, o trovano comunque un modo per restare nel vecchio continente e regolarizzare la loro situazione. In Europa stanno riscrivendo e ripensando le loro vite. 

Sin da quei giorni del 2015 passati lungo la frontiera serbo-ungherese mi sono riproposto di raccogliere le storie di chi, lasciandosi dietro una patria fragile o martoriata dalla guerra, passando dal mare o via terra, è giunto in Europa e qui si è stabilito. Finalmente è arrivato il momento per farlo. Negli ultimi dieci giorni di questo mese sarò a Berlino per un lavoro sulla comunità siriana. Ho scelto questa città e questa comunità perché la Germania è il Paese che come noto ha accolto più rifugiati siriani, e perché costoro sono fuggiti dalla più atroce delle guerre di questo nuovo millennio. 

Concentrandomi sui siriani non colgo l'intero spettro della questione rifugiati in Germania, ne sono consapevole. Ma bisogna pur sempre fissare dei limiti a una storia, e credo comunque che questa, tra le tante, sia la vicenda che più merita di essere raccontata. 

Le due Budapest

Sabato 7 aprile alle 12 è andato in onda sulla RSI il mio ultimo reportage televisivo. Il tema sono i senzatetto di Budapest. Quella magiara è considerata la capitale europea con il più alto numero di senzatetto in rapporto alla popolazione complessiva. Se ne stimano diecimila, a fronte dei due milioni di abitanti. Sopra è possibile visualizzare il trailer.

Ho trascorso una settimana con i senzatetto, nei sottopassaggi della metro, nei rifugi diurni e notturni, come nelle foreste, aree non urbanizzate della città. E ho incontrato volontari e dirigenti delle organizzazioni che forniscono loro aiuto e assistenza. Il mio lavoro è un'indagine sulle origini storiche di questo dramma sociale, e sui fattori economici e politici per cui a oggi resta irrisolto, costruita attraverso il racconto di storie personali e situazioni varie.


Bratislava e Budapest

Venerdì parto per l'Europa centrale. Sarò per un paio di giorni a Bratislava, per lavorare a una storia che da tanto penso di fare e che, in un certo senso, mi riporta molto indietro nel tempo, a quando nella seconda metà degli anni '80 io e i miei genitori andammo nell'odierna capitale slovacca. All'epoca esisteva ancora la Cecoslovacchia. Ho due ricordi stampati in testa. Uno è un mercatino, senza pretese, dalle parti della sede della radio. Non c'è più. Un altro sono i grandi condomini del quartiere di Petrzalka: quelli esistono ancora. Ed è lì che si trova la storia che vorrei sviluppare. 

Poi mi sposterò a Budapest, per un lavoro che andrà in onda a inizio aprile su Segni dei Tempi, il magazine della RSI curato da Paolo Tognina. Non si tratta di migranti, né di questioni attinenti alle elezioni politiche, che si tengono l'8 di aprile. Ma è comunque di un modo per raccontare l'Ungheria e Budapest ai tempi di Viktor Orban. 

Storie kosovare

In Kosovo c'ero stato nel 2007, qualche mese prima della proclamazione d'indipendenza del 17 febbraio 2008. Ci sono tornato a inizio febbraio per raccontare il Kosovo odierno, a dieci anni anni dalla sua nascita, come Stato. Sarebbe facile dire che questo è un Paese che non funziona. E basta poco per arrivare a una tale conclusione. Eppure, non ho cercato questo. O solo questo. Mi sono voluto concentrare molto sul dialogo, perché in fin dei conti albanesi e serbi devono trovare il modo di coesistere, è inevitabile. A maggior ragione mentre sullo sfondo il processo è chiaro, per quanto accidentato: Belgrado e Pristina stanno trovando un accordo sullo status del Kosovo (e non è da escludere che la prima riconosca la seconda).

Questo viaggio è stato anche un confronto con me stesso. Il giornalista quarantenne e quello trentenne. Il primo un po' più concreto, con la storia già in testa. Il secondo più esuberante e curioso, ma meno maturo. 

Da questa trasferta sono nate diverse storie per la radio e la televisione della RSI, più altre - scritte o multimediali - firmate con il collega Giorgio Fruscione, che mi ha accompagnato in questo viaggio. Di seguito potete trovare tutti i servizi realizzati. 

TV

Mitrovica, la città divisa 
Serbi nei quartieri nord, albanesi in quelli sud. In mezzo il fiume Ibar, frontiera interna del Kosovo. A dieci anni dall'indipendenza, Mitrovica rimane fonte di tensione. Ma qualche tentativo di dialogo c'è. 

16 febbraio, TG | Vai al servizio 


Questa foto è stata usata come copertina per il servizio che Giorgio Fruscione ha firmato, sullo stesso argomento, per Il Venerdì di Repubblica.

Gracanica, l'albergo multietnico
Nella più grande delle enclave serbe sorge un hotel ecologico e multietnico. I titolari sono l'ex diplomatico svizzero Andreas Wormser e due rom. 

17 febbraio, TG | Vai al servizio 

 

RADIO

Le due Mitrovica 
Un tempo multiculturale e ricca, oggi divisa e povera. Interviste a giornalisti, giovani, analisti, militari NATO e membri di ONG. Un documentario da 25 minuti sulla città più complicata del Kosovo. 

13 febbraio, Laser | Vai al doc


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La fabbrica serbo-albanese
A Klina, nel Kosovo occidentale, alcune donne serbe e albanesi hanno creato una cooperativa per l'allevamento di suoni e la produzione di carni. 

16 febbraio, RG | Vai al servizio
(dal minuto del 13' 19'' del link)


Giovani contro la resa
Paese giovane. La metà della popolazione ha meno di trent'anni. Paese povero: non c'è lavoro. Si può emigrare, ci si può arrendere o si può resistere. Al Termokiss, centro culturale autogestito di Pristina, si è scelto di resistere. Le ragazze che animano questo spazio, una ex fabbrica, raccontano la situazione giovanile in Kosovo. 

17 febbraio, RG | Vai al servizio (dal minuto 12' 19'' del link)


TESTO E MULTIMEDIA

Diario da Mitrovica
Il ponte nuovo, fotogramma chiave di Mitrovica; il caso Oliver Ivanovic; il Besimisao, rifugio culturale dei ragazzi di Mitrovica nord; qualche storia di dialogo e cooperazione. Quattro reportage, a cura mia e di Giorgio Fruscione, in presa diretta dalla città divisa dei Balcani. Uno speciale per EastWest, il sito di politica internazionale diretto da Luigi Spinola.


Works United Women Across Kosovo's Ethnic Divide
Un lungo reportage e due video per raccontare, su Balkan Insight, la storia della Cooperativa Eva: donne serbe e albanesi-cattoliche che hanno creato un impianto per la macellazioni di carni suine e che, attraverso il lavoro, creano le condizioni per riattivare un dialogo interrotto dalla guerra. 

Video 1 | Dalla stalla al prodotto finito. A tu per tu con Tone, la vice presidente albanese della Cooperativa Eva. "Sappiamo cos'è accaduto in passato, ma il passato non si ripete sempre uguale a se stesso". 

Video 2 | "Tutte le donne dovrebbero seguire il nostro esempio, bisogna essere coraggiose e lavorare in un ambiente multietnico". Parla Tatjana, la presidente della Cooperativa. 


Il college multietnico
Serbi e albanesi studiano insieme. Stesse classi, stesse lezioni. Succede all'International Business College di Mitrovica. Un reportage per il sito della RSI

 


 

I Giusti albanesi

Si ritiene che l'Albania, durante la Seconda guerra mondiale, non abbia consegnato un solo ebreo al nazismo. Lo scorso agosto, a Tirana, ho raccolto alcune testimonianze su questa incredibile vicenda. Ho proposto l'articolo al quotidiano "La Stampa" di Torino, per la Giornata della memoria. L'idea è piaciuta. Eppure l'articolo, scritto e inviato via email, non è mai stato pubblicato. Né ho ricevuto in merito alcuna comunicazione. Lo pubblico qui, nella forma in cui l'ho trasmesso alla redazione esteri de "La Stampa".  


Tirana | Nissim Aladjem. Ebreo, come suggerisce il nome. E profugo. Nel 1943 fuggì dalla Bulgaria. Il governo di Sofia aveva effettuato rastrellamenti in Tracia e Macedonia, occupate grazie all’alleanza con la Germania nazista. Avrebbe invece scelto di non deportare gli ebrei della Bulgaria storica, ma Nissim Aladjem, quando se ne andò, non poteva saperlo. Lo scenario, in quel momento, prometteva guai. Riparò in Albania. Non era certo un posto sicuro, essendo controllato dall’Italia fascista. Ma Roma non vi aveva esteso le leggi razziali. Nel resto dei Balcani invece la caccia agli ebrei era già scattata. Ovunque.  

Dopo l’armistizio dell’8 settembre l’Albania fu invasa dalla Germania. Per i circa duemila ebrei presenti nel Paese – trecento autoctoni, gli altri rifugiati dai Paesi limitrofi – giunse il momento di nascondersi. Nissim Aladjem lo fece a casa di Rifat Hoxha, a Tirana. Incontriamo suo figlio, Rexhep. «Papà – ricorda – fu contattato da un conoscente. Gli chiese se poteva ospitare Nissim, la moglie Sarah e il figlio Aron, di dodici anni. Papà disse di sì. Fu d’accordo anche nonno, che era un imam. Cedette persino la sua stanza a quegli ospiti. Li proteggemmo per quattordici mesi, fintanto che, una volta liberata l’Albania, alla fine del ’44, non emigrarono in Palestina».

Rexhep Hoxha, figlio di Rifat, Giusto tra le Nazioni.

Rexhep Hoxha, figlio di Rifat, Giusto tra le Nazioni.

Rifat Hoxha è morto da tempo, ma il suo nome è scolpito nella storia. Per lo Yad Vashem di Gerusalemme è uno dei Giusti tra le nazioni: uomini e donne, ventiseimila in tutto, che durante la Seconda guerra mondiale salvarono vite dall’Olocausto. In Albania accadde il miracolo. Non un solo ebreo, si ritiene, fu consegnato al nazismo.

Per Geront Koreta, presidente della piccola comunità ebraica albanese, due ragioni spiegano questa vicenda eccezionale. «Una è la storia di tolleranza religiosa dell’Albania, per quanto a dare rifugio agli ebrei non furono solo i musulmani, il gruppo maggioritario nel Paese. L’altra è che gli albanesi sono persone perbene, con il senso della solidarietà. Gli ebrei bussarono alle loro porte, e le trovarono aperte».

Molte le storie virtuose da raccontare. «Uno zio di mio padre, per esempio, rimase nascosto da una famiglia a Valona, nonostante quest’ultima avesse un membro in carcere per via della militanza partigiana. Era gente esposta, ma diede ugualmente ospitalità», rivela Koreta.

Parliamo anche con Fatos Qoqja, figlio di Beqir, un altro Giusto tra le nazioni. «Un amico chiese a mio padre se poteva proteggere un ebreo albanese, Avram Eliasaf Gani. Ma gli disse: “Pensaci bene, perché tu sei musulmano”. Papà rispose che la religione non era un problema. Era un essere umano in pericolo, ed era giusto aiutarlo».

Beqir Qoqja, Giusto tra le Nazioni. Foto presa  dal sito dello Yad Vashem di Gerusalemme.

Beqir Qoqja, Giusto tra le Nazioni. Foto presa
dal sito dello Yad Vashem di Gerusalemme.

Beqir Qoqja sistemò Avram nella sua casa di Tirana, ma dopo l’arrivo dei tedeschi lo accompagnò a Mukja, un villaggio dell’interno. Lì conosceva un po’ di gente, e chiese loro di prendersi cura di quell’ebreo. Vi restò per un anno. Qoqja, ogni settimana, gli mandava cibo. «Quanto fatto da papà mi rende orgoglioso», dice il signor Fatos.

Dopo la guerra gli ebrei albanesi restarono in patria. Non poteva essere altrimenti. Quello albanese, il regime più paranoico dell’Est, sigillò i confini isolandosi dal mondo. Nel 1991, quando collassò, molti di loro si trasferirono in Israele. «Sia per una curiosità, sia per cercare opportunità», afferma Koreta.

Fu proprio grazie al dischiudersi delle frontiere che Rexhep Hoxha ha potuto rintracciare in Israele il figlio di Nissim Aladjem, Aron. Gli ha reso visita per portargli i tre libri che ricevette nel 1944 per il bar mitzvah, la cerimonia che per gli ebrei segna il passaggio alla maturità, al compimento dei tredici anni. Quei volumi avevano un valore affettivo di grande importanza. Così Nissim, quando partì per la Palestina, pensando che sarebbe stato un viaggio difficile, chiese a Rifat di conservarli. Assicurò che un giorno sarebbe andato a riprenderli. Ma l’Albania si privò per lungo tempo dei contatti con il mondo, e Nissim nel frattempo passò a miglior vita. Eppure Rexhep Hoxha non ha mai dimenticato la promessa che il padre e il suo ospite si scambiarono. Ed è riuscito a onorarla. Su questa storia è stato girato un documentario nel 2012. Besa, si intitola. Una parola albanese che significa tenere fede a una promessa.

Gli ebrei di Varsavia

Chi sono e cosa fanno i circa duemila ebrei che vivono nella capitale polacca? Come stanno cercando di recuperare il patrimonio di cultura e storia che l'ebraismo ha seminato a Varsavia e in tutta la Polonia, la città e il Paese con la più grande comunità ebraica in Europa fino alla distruzione fisica e umana voluta dal nazismo? E i polacchi non ebrei, come si pongono nei confronti della comunità ebraica? A che punto è oggi il dialogo?

Per la Radio svizzera italiana (RSI) ho lavorato intorno a questi temi. Da oggi a fine mese usciranno diversi miei lavori. "Oltre la news", l'approfondimento video del sito della RSI, pubblicherà una striscia di quattro puntate. Ritratti, storie, progetti per la memoria. Questa stessa striscia lancerà di fatto il reportage televisivo da 18' per il programma "Segni dei Tempi", che andrà in onda il 27 di gennaio. 


Ebrei di Polonia oggi | 1
(5 gennaio) La riscoperta delle radici ebraiche, dopo l'Olocausto e dopo il periodo comunista, durante il quale l'ebraismo fu spinto ai margini. Le storie di Agata Rakowiecka e Maciej Kotlicki. 

Durata: 4' 27'' | Guarda il video


Ebrei di Polonia oggi | 2
(12 gennaio) Fare il rabbino in Polonia non è come farlo in altri Paesi. La Storia è un fardello, ma anche un privilegio. Parla Stas Wojciechowicz, della sinagoga Ec Chaim. 

Durata: 2' 23'' | Guarda il video


Ebrei di Polonia oggi | 3
(19 gennaio) Muranow è il vecchio quartiere ebraico di Varsavia. Poi divenne il ghetto. La giornalista Beata Chomatowska lo ha indagato a fondo, e spiega perché questo è un posto speciale.  

Durata: 4' 24'' | Guarda il video


Ebrei di Polonia oggi | 4
(26 gennaio) A tu per tu con Golda Tencer, direttrice del Teatro ebraico di Varsavia e attivista, impegnata per la tutela e la promozione della cultura e della storia del suo popolo.  

Durata: 3' 47'' | Guarda il video


La comunità ebraica di Varsavia
(27 gennaio) Il giornalista Konstanty Gebert; l'attivista Agata Rakowiecka; il rabbino capo Michael Schudrich; il direttore del Museo della storia degli ebrei polacchi, Dariusz Stola; la direttrice della scuola ebraica Lauder-Morasha, Dorota Wodnicka; l'attrice di teatro Golda Tencer; il rifondatore della polisportiva Makabi Warszawa, Kamil Marczak. Attraverso le loro testimonianze viene ricostruita la storia della comunità ebraica di Varsavia, dal dopoguerra a oggi. Segni dei tempi, RSI LA 1, ore 12:00. In replica lunedì 29 alle 23.15 circa.

Durata: 18' 30'' | Guarda il video

Varsavia, 1939

Nel 1939 il dottor Benjamin Gasul, un pediatra nato in Lettonia da famiglia ebraica e successivamente emigrato negli Stati Uniti, fu invitato in Russia per una serie di conferenze. Filmò in 16 mm il suo viaggio. Passò anche per Varsavia, dove riprese il quartiere ebraico. Al link qui di seguito è possibile vedere le immagini. 

https://collections.ushmm.org/search/catalog/irn1004072

Poco dopo il passaggio di Gasul, avvenuto a giugno, presumibilmente, la Germania di Hitler invase la Polonia e negli anni successivi rase al suolo la sua capitale e fece scomparire dalla storia quasi tutti i tre milioni di ebrei che vivevano nel Paese (350000 nella sola Varsavia). 

Le riprese del dottor Gasul, così, sono una testimonianza importante della vita degli ebrei di Varsavia: una delle ultime, prima del grande buio. Le ho usate per il documentario che sto producendo per la RSI sulla comunità ebraica della capitale polacca. Il file è amministrato dallo United States Holocaust Memorial Museum, nella collezione Steven Spielberg Film and Video Archive. Per richiederlo ho dovuto soltanto firmare un modulo, in cui ho indicato il motivo della richiesta e lo scopo finale. Per molti altri file video non c'è invece nemmeno copyright. Lo stesso vale per quelli fotografici custoditi sempre presso questa struttura: vera e propria miniera per chi fa giornalismo video, dunque, e si deve occupare di Olocausto e storia ebraica.  

Agosto, Srebrenica

Pubblicato su Diario nell'autunno del 2009


Srebrenica, agosto. La terra del genocidio è inverosimilmente normale. È, in apparenza, uno dei tanti ordinari villaggi dell’entroterra bosniaco. Nient’altro che questo. Uno di quei pulviscolari borghi lambiti dalle caratteristiche sagome tarchiate delle alture, in estate velate di verde dalla base fino al cucuzzolo arrotondato, che marcano ogni palmo di questa nazione.

Il centro di gravità del paese: una piazza con un paio di baretti senza pretese. Uomini seduti al tavolo sorseggiano caffè e fumano neghittosamente. Su uno dei lati della piccola spianata campeggia la chiesa ortodossa, con le sue cupole bombate. Accanto c’è la nuova moschea, in costruzione. Il minareto, in cima al quale sventola la bandiera verde dell’Islam, è schermato da un’intelaiatura dove gli operai s’arrampicano con l’abilità degli scalatori.

Nelle vie adiacenti, qualche chiosco dove si vendono frutta, bibite, verdura e tabacco, qualche modesta locanda dal cui interno arrivano odori forti di carne bruciacchiata e dense zaffate di cipolla. Alcuni spartani negozietti, gli uffici di una banca, la sede del municipio e un moderno supermercato a completare il quadro.  

Srebrenica. Una contrada bosniaca come tante. Non si direbbe che questo è il posto del genocidio. Il più grande genocidio del secondo ‘900 europeo. Il massacro avvenne all’indomani dell’11 luglio 1995, giorno in cui i militari serbo-bosniaci, agli ordini del generale Ratko Mladić, aprirono il fuoco sulle postazioni dei caschi blu olandesi che avrebbero dovuto proteggere la città – dichiarata area protetta da una risoluzione Onu – e i 40mila profughi che vi si trovavano. Disattesero le consegne, invece. Bastarono, agli uomini di Mladić, due schioppettate: gli olandesi se la diedero a gambe e lasciarono i bosgnacchi in balia dei conquistatori. Poi andò come tutti sanno: i serbi catturarono vecchi, adulti e ragazzini, trucidandone 8372.

Ci si aspetterebbe, a Srebrenica, di vedere ovunque i segni del massacro, della guerra, della foga assassina. Invece niente. La prima impressione è un’impressione di normalità. Normalità in piazza e normalità negli sguardi della gente. Normalità anche nelle case. A differenza di altri luoghi della Bosnia, ancora disseminati da ruderi di guerra, scheletri d’acciaio, travi sbrindellate e palazzine forellate come una groviera, qui molte delle abitazioni sono state ristrutturate, levigate, lisciate, tinteggiate, messe a punto per il ritorno dei profughi. Ma sono proprio queste dimore a confessare che qualcosa non torna, a dire che la sensazione di apparente tranquillità che si respira da queste parti è ingannevole. Le abitazioni, infatti, sono quasi tutte vuote. Molti, tra quelli che si salvarono la pelle ai tempi dell’eccidio non c’hanno rimesso piede. Difficilmente ce lo rimetteranno. Il loro futuro non è a Srebrenica. È altrove, nei paesi e nelle città dove hanno trovato scampo dalla mattanza. Lì, dopo la guerra, sono rimasti. Lì si sono rifatti una vita. Lì hanno trovato lavoro. Lì restano perché ripartire da Srebrenica è lacerante. «Più ci facciamo vecchi, più è difficile tornare al villaggio. Le case disabitate sono abitate solo dai nostri ricordi», dice la scrittrice bosniaca Jagoda Iličić, una delle personalità che hanno partecipato lo scorso agosto alla Settimana della memoria, iniziativa promossa dalla Fondazione Alexander Langer. Ritorno al futuro è ritorno al dolore.

Ho assistito, a Srebrenica, a dibattiti, seminari e tavole rotonde. Il comune denominatore: il domani si costruisce partendo dal passato, ma se il passato resta solo uno squarcio profondo sulla pelle il futuro rimane a parecchie spanne di distanza, inavvicinabile.

Foto | Filip De Smet

Foto | Filip De Smet

A Srebrenica e in tutta la Bosnia è difficile rielaborare il dolore e il conflitto. «Questo posto e il paese intero – ha spiegato alla Settimana della memoria Enver Kazaz, docente dell’università di Sarajevo – sono permeati di due culture asimmetriche: quella della vittima e quella dell’eroe. La vittima che è un agnello sacrificale, l’eroe che può permettersi di travalicare ogni limite etico».

A Srebrenica, l’11 luglio, si celebra ogni anno la ricorrenza dell’eccidio. A Bratunac, giusto a dieci chilometri di distanza, i serbi di Bosnia, anche loro ogni anno, anche loro nello stesso periodo, rendono omaggio ai propri caduti e inneggiano al generale Mladić.

Secondo Enver Kazaz in Bosnia più si va avanti più si torna indietro. «Non c’è confronto, lentamente si insegna e si impara di nuovo a odiare e lentamente ci si prepara a un nuovo genocidio». Parole forti. Ma è vero che di confronto, nei giorni d’agosto in cui sono transitato nel luogo del genocidio, ce n’è stato poco. Gli esponenti bosgnacchi del consiglio municipale hanno disertato la Settimana della memoria. Dei serbi, che ora a Srebrenica costituiscono la maggioranza etnica, neanche l’ombra. L’unico a bazzicare nella Dom Kulture, una sorta di centro convegni cittadino, è stato un giornalista del posto, Marinko Sekulić, un sacripante, con una pancia tesa come la scorza d’un cocomero, che s’aggirava nei dintorni della Dom Kulture con una jeep fuori moda e un’etichettona gialla – “press” – in bella vista sul parabrezza.  

La normalità apparente di Srebrenica è anche quella dell’orticello di Hatidža, l’anziana signora che mi ha ospitato. Hatidža lo coltiva con grande dedizione. Zappa, semina e raccoglie tutto il giorno, ricurva sulla terra. Alleva anche una capretta e la munge, ogni mattina, imbottigliando poi il latte. Hatidža non è solo l’ordinaria abitante del borgo, la piccola agricoltrice e allevatrice che sgobba, sbuffa e gronda fatica per domare il suo appezzamento e spremere le mammelle della sua capra. La mia padrona di casa è una delle donne di Srebrenica. Donne sole, che hanno perso mariti e figli nel ’95. Il giorno della mia ripartenza, a colazione, davanti a dei dolcetti fatti in casa e a una tazza bollente di caffè turco, Hatidža mi ha sbattuto in faccia i suoi ricordi. Sussurrando qualche parola nella sua lingua – brat (fratello), juli (luglio), Srbija (Serbia) – a me poco comprensibile, rivolgendo gli occhi inumiditi verso l’alto e agitando un ritaglio di giornale incorniciato, che la ritrae accanto a un militare americano all’epoca in cui era profuga.  

Foto | Filip De Smet

Foto | Filip De Smet

Hatidža è una delle tante donne di Srebrenica che attendono che venga fatta giustizia, che Radovan Karadzić, l’ex capo dei serbi di Bosnia, arrestato nel luglio del 2008, venga condannato dal tribunale internazionale dell’Aja, e che Ratko Mladić, ancora latitante, venga catturato. Aspetta anche Amra Begić, dello staff del memoriale di Potočari, località alle porte di Srebrenica dove sorge il grande cimitero delle vittime dell’eccidio. L’ufficio di Amra, che nel ’95 perse il padre, si trova all’interno del grande capannone industriale, un’ex fabbrica di batterie, che svetta di fronte al camposanto e che ospitava all’epoca il quartiere generale dei caschi blu olandesi. Proprio lì davanti, quando i serbo-bosniaci entrarono a Srebrenica, migliaia di persone s’accalcarono chiedendo di essere sottratti dalle grinfie di quelle milizie. Proprio lì davanti, Mladić rassicurò gli ufficiali olandesi che avrebbe scortato i profughi nelle aree controllate dall’esercito bosgnacco. Non andò così.

«La costruzione del memoriale – a detta di Amra Begić – è una prima forma di giustizia, ma la giustizia arriverà solo quando dall’Aja giungerà una condanna e solo quando avremo identificato tutti i resti delle vittime». Ci vorrà del tempo e forse il tempo non sarà necessario, considerato che l’identificazione, che spetta a un’apposita commissione federale, è quanto mai complessa. «Delle 8732 vittime ne sono state finora identificate 3749. Il lavoro è difficile, perché i resti delle persone assassinate sono stati mischiati nelle fosse comuni, poi spostati in altre fosse e rimischiati, dato che i serbi volevano disperdere le tracce delle vittime. Inoltre, ci sono ancora fosse, nei paraggi, che non sono state rinvenute», mi ha spiegato Hasan, anch’egli del personale del memoriale, scortandomi nel cimitero, raccontandomi di come se la svignò attraverso i boschi dopo l’irruzione dei serbi a Srebrenica, e del padre e del gemello trucidati.

Sfiliamo davanti alle tante lapidi islamiche, di marmo bianco, conficcate nella terra Filari di tombe. Ma ne mancano ancora circa cinquemila. Potočari è un cimitero a metà, dove ogni 11 luglio, negli anni a venire, magari con qualche lapide in più, si celebrerà lo stesso rito: centinaia di persone a pregare, tra parenti delle vittime, superstiti e qualche curioso venuto dall’Europa, turista del dolore o pellegrino di verità. A Bratunac, i serbi onoreranno invece i loro morti.

Il futuro, a Srebrenica, va a braccetto col passato anche a livello politico. Ćalim Duraković ha lanciato nel 2007 una campagna politica per riconoscere a Srebrenica uno status speciale, finalizzato a svincolare la città dalla giurisdizione della Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia (l’altra entità è quella croato-musulmana). Duraković, alla testa di un drappello composto da circa cinquanta coetanei, allestì una tendopoli accanto allo stadio di calcio di Sarajevo e alzò la voce per espellere Srebrenica dai confini della Republika Srpska. Adesso che è tornato a casa e che è stato eletto vice sindaco non ha cambiato idea. «Se la Bosnia fosse un paese normale, Srebrenica avrebbe uno statuto speciale. Non è giusto che a scrivere le regole, qui, siano i responsabili, diretti o indiretti, del genocidio», mi ha detto Ćalim, vestito gessato fumé, camicia rosa, capello ingellato e pataccone al polso, aprendomi le porte del suo ufficio.

Sottrarre Srebrenica alla giurisdizione della Republika Srpska è difficile, se non impossibile. Servirebbe una riforma costituzionale, ma le riforme, in Bosnia, sono ferme da tempo, complici i veti incrociati tra serbi, bosgnacchi e croati, il terzo gruppo nazionale del paese, inchiodati al passato e alla cultura della guerra. Però qualcosa s’è mosso. All’ultima tornata amministrativa l’Alto rappresentante della comunità internazionale (la Bosnia è ancora un semi-protettorato sotto la tutela di Onu e Ue) ha permesso a chi è originario di Srebrenica ma vive altrove, in altre parole alla gente che non ha ripreso possesso delle vecchie case, di votare. «Un primo passo che riconosce l’eccezionalità di Srebrenica», a detta di Ćalim.

Non l’unico. Il cimitero di Potočari, a partire dal 2007, è stato sottratto alla competenza di Banja Luka (la capitale dell’entità serbo-bosniaca) e assegnato a quella dello stato centrale su decisione dell’Alto rappresentante.  Nel gennaio scorso, poi, il Parlamento europeo ha proclamato l’11 luglio giornata del ricordo del genocidio di Srebrenica. Un gesto tardivo ma comunque importante. Se è vero che la memoria della carneficina del ’95 non ha mai fatto breccia presso l’opinione pubblica del vecchio continente anche perché i Balcani, causa il solito vecchio pregiudizio, vengono percepiti come un’area franca, avulsa dalla civiltà europea, adesso c’è modo di dare valore a quei fatti, di onorare a dovere quelle vittime, di ricordare le responsabilità della comunità internazionale e l’impotenza ignominiosa dei caschi blu.

La coltre di silenzio e l’imbarazzo con cui finora s’è approcciata la questione Srebrenica s’è un po’ diradata. Tuttavia il futuro cittadino dipende non solo dalle decisioni prese da fuori, da un proconsole e dall’emiciclo di Strasburgo. Qualcosa deve arrivare anche da dentro. Dai serbi e dai musulmani. Michele Biava, responsabile dell’ufficio che la Cooperazione italiana ha aperto da poco a Srebrenica: «In paese non ci sono crinali fisici, il territorio è misto. Ma la coesistenza effettiva è ancora lontana. Ci sono freddezza reciproca, mancanza di disponibilità e situazioni di parte».

Ritorno al passato. Giusto, allora, chiudere con un po’ di futuro. Dario Terzić, giornalista di Mostar, città simbolo della guerra bosniaca, una volta orgogliosamente promiscua, oggi etnicamente divisa lungo le sponde del fiume Neretva (i croati vivono a ovest, i musulmani a est), era di passaggio a Srebrenica lo scorso agosto: «Rispetto all’ultima volta che sono stato qui – mi ha confidato – mi sembra di percepire meno cupezza. Mi è venuto in mente, per un attimo, che questa gente di Srebrenica che si mescola in piazza mi ricorda la Mostar del marzo del ’94, quando al termine delle ostilità tra croati e bosgnacchi uscimmo dai sotterranei e ci fiondammo in strada. Nella mia città la riconciliazione non è andata bene. Qui a Srebrenica è tutto da vedere, ma loro hanno almeno il vantaggio di non avere barriere fisiche, che siano muri o fiumi. C’è la possibilità di comunicare. Non è poco».

Albania: memorie ritrovate

Per il sito della RSI ho prodotto una trilogia sul percorso di riflessione e analisi sul periodo comunista in Albania, che se pur con enorme ritardo sta finalmente prendendo piede. Il primo lavoro ha una doppia ambientazione. Sono stato negli archivi della neonata autorità che ha il compito di desecretare i file della Sigurimi, la polizia segreta del regime, dopodiché mi sono recato al carcere di Spac, dove venivano rinchiusi i prigionieri politici.  

Nel secondo reportage il protagonista è l'artista Lek Pervizi, un sopravvissuto del "gulag" di Tepelene. I suoi disegni sono l'unica memoria visiva di questo posto assurdo, dove morirono 300 bimbi.  Per chiudere, un racconto dai due Bunk'art, musei ricavati nel vecchio bunker anti-nucleare del dittatore Enver Hoxha e in quello del ministero degli Interni. 

Il modello albanese

Dieci giorni di lavoro ad agosto, per 13 minuti di servizio, andato in onda oggi. Sulla RSI la mia inchiesta sulle religioni in Albania. Laicità dello Stato, rispetto e collaborazione tra le confessioni, una fede mai ostentata, più privata che pubblica. All'interno di questo contesto virtuoso, e sorprendente per chi crede che i Balcani siano solo un luogo di conflitto culturale diffuso, sono andato a cercare delle micro-storie. Una è quella di una chiesetta cattolica, distrutta durante il comunismo e ricostruita grazie all'aiuto di musulmani. Una seconda è quella degli albanesi, musulmani ma non solo, che nel 1943 salvarono gli ebrei dai nazisti. Tutti gli ebrei. 

Babisconi

Andrej Babis è il secondo uomo più ricco della Repubblica Ceca. Titolare di un colosso dell'agrochimico, possiede giornali e ha maturato un po' di conflitti di interessi da ministro delle Finanze, carica che ha ricoperto in questi ultimi anni.

Ora il suo partito, ANO (Sì in ceco), da terza forza del Parlamento diverrà alle elezioni del 20-21 ottobre la prima. E Babis, che quando entrò in politica nel 2012 ammirava Obama e adesso Trump, che non nasconde le simpatie per Viktor Orban e vuol chiudere il Paese ai migranti, potrebbe essere nominato Primo ministro.

Praga come Budapest e Varsavia? Secondo me come analisi è un po' pigra, ma Babis non va sottovalutato. Soldi, giornale, potere, logiche padronali. Ricorda qualcosa, qualcuno. Lo hanno chiamato Babisconi, con un po' di azzardo, ma non troppo. Ne scrivo sul nuovo di Pagina99, da oggi in edicola.

Albania: le vite degli altri

Il carcere per dissidenti di Spac, a nord di Tirana.

Il carcere per dissidenti di Spac, a nord di Tirana.

Sul numero del 6 ottobre de Il Venerdì di Repubblica ho scritto un lungo reportage sulla memoria in Albania. Il quadro è quello dell'apertura degli archivi dei servizi di sicurezza del regime comunista. Avviene tardivamente rispetto a tutti gli altri Paesi dell'Est, ma nonostante tutto sta favorendo una scoperta del passato, tragico e misterioso, del regime. Un viaggio per archivi, ex carceri e storie di detenuti politici. 

Sul tema, ho realizzato anche due servizi per la Radio svizzera italiana, che a fine ottobre inizierà a pubblicherà altre storie, sempre sullo stesso tema, anche sul sito. Due riguarderanno le vicende di due ex detenuti, toccate in profondità. Mi piacerebbe continuare a lavorare su questo tema anche nei prossimi tempi, non necessariamente in funzione della stampa. 

Danni di guerra

Il governo polacco rivendica il diritto a chiedere alla Germania un risarcimento per i danni causati durante la seconda guerra mondiale. La capitale Varsavia fu quasi interamente distrutta, per esempio.

Questa vicenda sembrava chiusa formalmente. Ma la destra polacca, che già l'aveva sollevata una dozzina di anni fa, sembra ora volerla riaprire. Il rischio è che i rapporti con Berlino, peggiorati notevolmente negli ultimi tempi, conoscano un picco storico negativo. Intanto i vescovi polacchi scrivono: "La riconciliazione è un valore, ma è facile perderlo". Racconto tutto su EastWest.

Varsavia, 1944.

Varsavia, 1944.