Cadrà il populista di Praga? by Matteo Tacconi

Venerdì 23 novembre il primo ministro ceco Andrej Babis potrebbe essere sfiduciato dal Parlamento. La sua situazione è resa fragile da un’inchiesta per appropriazione indebita di fondi Ue che coinvolge un albergo da lui controllato. E dalle accuse scagliategli contro dal figlio. Ne scrivo per Eastwest.

Mostar by Matteo Tacconi

Il New York Times pubblica un approfondimento su Mostar, una delle città divise dei Balcani. Mi è tornato in mente un vecchio pezzo, che scrissi da lì nel 2009. La situazione a quanto pare non è cambiata da allora. Il reportage uscì su Europa, e fu intitolato Salto nel vuoto. Lo ripropongo qui di seguito.


Salto nel vuoto

A Mostar tra musulmani e croati la convivenza resta impossibile
Europa, 12 settembre 2009

Solita cartolina estiva da Mostar. Sullo Stari Most, il vecchio ponte della città, folto gomitolo di turisti con l’occhio incollato alla macchina fotografica. Tutti a immortalare il tuffatore di turno, che prima di lanciarsi da oltre venti metri d’altezza nelle acque limpide della Neretva, il fiume che taglia la città, tende i muscoli aggrappato al parapetto, pavoneggiandosi.

I tuffatori mostarini sono famosi in tutto il mondo e le loro picchiate a capofitto sono uno dei motivi che spingono sempre più visitatori a inoltrarsi nell’Erzegovina, la porzione meridionale della Bosnia, di cui Mostar è il principale centro urbano. Ma a calamitare i vacanzieri non è la sola spettacolarità dell’esibizione. C’è anche la bellezza magnetica e insieme a essa la storia tragica del trampolino di lancio da cui gli “stuntmen” erzegovesi spiccano il volo. Insieme alla Sarajevo cinta d’assedio e all’eccidio di Srebrenica, il ponte vecchio, risalente alla metà del ’500, barbaramente distrutto nel 1993 dai croato-bosniaci e ricostruito nel 2004, è stato infatti una delle icone del massacro bosniaco, spaventosa guerra civile che vide le tre etnie del paese, musulmani, serbi e croati, combattersi l’una contro l’altra. Senza pietà.

Mostar fu il più importante campo di battaglia del conflitto tra croati e bosgnacchi (i musulmani di Bosnia). Inizialmente i due gruppi unirono le forze per respingere l’offensiva serba. Poi i primi, sostenuti militarmente e politicamente dal presidente croato Franjo Tudjman, accordatosi con Slobodan Milosevic per procedere alla spartizione della Bosnia e coronare i rispettivi sogni di Grande Croazia e Grande Serbia, rivolsero le armi contro i secondi.

La ricostruzione del ponte – annoverato dall’Unesco tra i patrimoni mondiali dell’umanità – e il nuovo statuto varato l’anno prima dall’ex Alto rappresentante Paddy Ashdown, che ha unificato a livello amministrativo la città, abolendo le sei circoscrizioni ritagliate in base a parametri etnici in cui prima risultava suddivisa, sono state percepite come le occasioni buone a sanare i rancori, portato inevitabile del conflitto, che segnano i rapporti tra i croati – in lieve maggioranza – e i bosgnacchi di Mostar. La presenza serba in città, invece, è a dir poco residuale.

Due città in una
Né il ponte, né il nuovo statuto hanno però contribuito a stimolare la riappacificazione. Qui l’eco della guerra continua a rimbombare nella testa. Per disinfettare e cicatrizzare le ferite ci vuole dell’altro. Ma nessuno, ancora, ha capito cosa. La fisionomia urbana conferma le divisioni.
I croati vivono nei quartieri a ovest del boulevard Hrvatskih Branitelja e di via Aleske Santica – le due vie lungo le quali correva il fronte – i bosgnacchi in quelli a est. La divisione è una conseguenza delle vicende belliche.

L’offensiva croata costrinse migliaia di musulmani della parte occidentale di Mostar a lasciare le proprie abitazioni e a riparare sul versante orientale. Dove da allora sono rimasti. In pochi hanno ripreso possesso delle loro vecchie case a ovest della Neretva, molto spesso “scambiate” con i croati che prima risiedevano sulla sponda orientale del fiume.

I due emisferi del capoluogo erzegovese sono due mondi paralleli. Moschee e minareti da una parte, chiese cattoliche e campanili dall’altra. Casupole turcheggianti e palazzine dall’aspetto moderno. Caffè turco e caffè espresso. Mezzelune islamiche e bandierone a scacchi bianco-rossi. Diverse anche le fedi calcistiche. I bosgnacchi parteggiano per il Velez, i croati per lo Zrinjski. Quando c’è il derby la tensione sale alle stelle.

La sola cosa che le due Mostar condividono sono i ruderi di guerra, numerosi, disseminati lungo le strade: edifici pencolanti, caseggiati ridotti a uno scheletro di travi d’acciaio, case con pareti bucherellate come groviere. Case che rimarranno con il marchio della guerra stampato addosso. Chi ha provato a riempire di stucco i fori di proiettile e gli squarci provocati dalle granate passandoci sopra una mano di vernice murale, ha ottenuto infatti uno sgradevolissimo effetto “a pois”.

Musulmani e croati, oggi, continuano fondamentalmente a evitare il contatto e raramente, gli uni sospettosi degli altri, sconfinano nella “tana del lupo”. Il conflitto congelato ha sfiancato anche i pochi che vorrebbero parlare di Mostar anziché delle due Mostar. Dzenan Behmen e Osvit Saferovic, animatori dell’Abrasevic, centro fondato qualche anno fa da giovani croati e bosgnacchi intenzionati a fare a fette la cortina che divide la città con le armi della cultura e del dialogo, hanno riposto le speranze. «Abbiamo provato a connettere, ma siamo rimasti inascoltati. Ormai – dicono all’unisono – lavoriamo quasi esclusivamente sugli eventi culturali. Ci occupiamo più poco di dialogo. È inutile».

Apatia
Oltre ai dissapori etnici c’è da registrare una pesante aridità sociale. «La gente – raccontano Dzenan e Osvit – non intende scuotersi. In questo senso ha ereditato il peggio del socialismo, passività e “lentezza”, a cui s’è aggiunto il peggio del capitalismo, quella smania per i consumi che si materializza nei numerosi centri commerciali sorti ultimamente in città. Ma il problema è che qui in pochi hanno soldi da spendere. Quindi non si consuma e si è sempre più infelici».
Anche Dario Terzic, direttore di Radio X, un’emittente locale, si sofferma sull’apatia dei mostarini. «Questo è a mio avviso il periodo più triste dalla fine della guerra. La rottura tra croati e bosgnacchi è totale. La decadenza pure. Mostar è una città di anime perse, di gente che s’è lasciata andare, che si è arresa.

La frustrazione e l’assenza di prospettive hanno contaminato tutti. A Mostar non abbiamo neanche un cinema. Indicativo, no? Devo dire, comunque, che tra i bosgnacchi l’apatia è più evidente. Sono protesi verso il passato, insistono troppo nel percepirsi come le vittime del conflitto. È verissimo, certo. Ma dovrebbero guardare un po’ avanti. I croati, invece, sentendosi colpevoli per quello che è successo qui a Mostar durante la guerra, hanno limitato al minimo il dibattito sul passato e si sono concentrati sul lavoro. Qualcosa di discreto, sulla loro sponda, sono per lo meno riusciti a combinare».

Senza sindaco
La congiuntura politica, molto delicata, che la città sta attualmente vivendo, è un’altra bella tegola abbattutasi sul centro erzegovese. Dall’ottobre 2008, quando i mostarini andarono alle urne per rinnovare le istituzioni locali, la città è senza sindaco.

In virtù di un gentlemen agreement l’Hdz (Unione democratica croata) e l’Sda (Partito d’azione democratico), i principali raggruppamenti croato e bosgnacco, nominarono nel 2004 un esponente croato a capo della giunta, stabilendo che nella legislatura successiva, sulla base dei criteri d’alternanza previsti dal nuovo statuto, la carica sarebbe toccata a un musulmano. Dopodiché, siglando un’intesa per governare insieme, imbastirono alcune riforme finalizzate a unificare le aziende comunali, che operano ancora secondo criteri etnici (due ospedali, due caserme dei pompieri, etc.).

Riforme di facciata, però. Le divisioni storiche sono tornate subito a galla, annacquando la portata di quei provvedimenti e rendendo sterile il processo di riunificazione cittadina. Croati e bosgnacchi hanno continuato a comportasi come al solito: barricandosi nella propria cittadella e ignorando l’altro.

Ora, la mancata nomina del sindaco dipende dal fatto che l’Hdz, dopo il voto del 2008, ha rinnegato l’accordo, sabotando la nomina di un primo cittadino musulmano e cercando di insediare nuovamente un suo notabile.

Una faccenda etnica
Diversi i motivi dell’arroccamento. È certamente una faccenda etnica. Se serbi e bosgnacchi hanno le loro “capitali”, Banja Luka e Sarajevo, allora è giusto che anche i croati – questo il ragionamento che tiene banco nell’Hdz – rivendichino una loro “fortezza”. Non può che essere Mostar. A tale scopo l’Hdz vorrebbe una modifica allo statuto del 2004 che permetta di eleggere il sindaco direttamente e non più passando dal consiglio municipale. Ma l’Alto rappresentante ha già fatto sapere che la revisione della carta cittadina, suscettibile di incrinare il principio dell’alternanza, è fuori discussione.

Incidono, inoltre, anche le frizioni tra i partiti croati. «Al voto del 2008 il rafforzamento delle altre forze croate, specie il Partito popolare, hanno spinto l’Hdz sulla difensiva », afferma Pedrag Zvijerac, caporedattore del quotidiano Dnevni List, principale foglio della comunità croata. «Bloccare la nomina del sindaco bosgnacco e pretendere la conferma di un primo cittadino in quota Hdz è una prova di forza volta a riaffermarsi sulla concorrenza», ragiona Zvijerac.

Le conseguenze dell’impasse, intanto, stanno diventando allarmanti. La paralisi istituzionale ha impedito l’approvazione del nuovo bilancio. Le casse municipali si sono lentamente ma inesorabilmente svuotate e l’elargizione degli stipendi dei dipendenti pubblici – insegnanti, pompieri, operatori ecologici, impiegati – è arrivata solo grazie allo stanziamento di risorse provvisorie, varato dall’Alto rappresentante. A fine settembre, quando i termini del bilancio d’emergenza scadranno, i consiglieri saranno chiamati a cercare un compromesso per schivare il collasso finanziario nonché la possibile protesta sociale (sempre che la popolazione si svegli dal torpore). Per Mostar sarà un passaggio cruciale. «Adesso – riflette Dario Terzic – è il momento di decidere se provare a unire la città, almeno un po’, o se piuttosto dividerla per sempre. Ma vederla divisa mi fa davvero molto male».

Il rifugio adriatico by Matteo Tacconi

Romano Faganel, di Fiume, si è trasferito da cinque anni sull’isola di Cherso, nell’Alto Adriatico. Qui ha ripensato da zero la sua vita. Vive a Lubenizze, un antico borgo praticamente disabitato, e lavora la lana, vecchia tradizione dell’isola ormai quasi scomparsa. Il mio ultimo lavoro per Oltre la News, la sezione di reportage video del sito della RSI.

Amministrative in Polonia by Matteo Tacconi

Forte nelle campagne, in caduta libera nelle città, ma Diritto e Giustizia (PiS) resta la prima forza del Paese. L’alleanza liberale non sfonda. Ottimo risultato del Partito popolare, ex alleato della sinistra e dei liberali nelle passate legislature. Questo l’esito delle elezioni locali in Polonia. Prima e dopo il primo turno ne ho scritto per Eastwest.

La Primavera di Praga by Matteo Tacconi

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A fine giugno sono stato a Praga per raccogliere una serie di testimonianze sugli eventi eccitanti e drammatici, felici e tristi, di quel memorabile periodo che fu la Primavera di Praga. Iniziò nel gennaio del 1968, con la nomina di Alexander Dubcek alla guida del Partito comunista cecoslovacco, prima guidato da Antonin Novotny, uno stalinista. Dubcek non era un vero riformista radicale, ma con lui, grazie alle pressioni dell'ala liberale del partito e del mondo della cultura, che era in fermento, la musica cambiò di colpo e l'orizzonte cui tendere diventò "il socialismo dal volto umano".

A marzo fu abolita la censura, mentre in aprile fu lanciato un piano di riforme, da approvare al congresso del partito in agenda a settembre. Non ci si arrivò: l'Unione sovietica, assecondata dagli eserciti del Patto di Varsavia, esclusi il romeno e l'albanese, invase la Cecoslovacchia nella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968. E fu la fine. 


Il lavoro più importante che ho prodotto, sulla base delle interviste raccolte a Praga, è il radio documentario La Primavera di Praga: un geyser della fantasia (ascolta il radio doc), messo in onda il 13 agosto da Laser, storico contenitore per l'approfondimento e il reportage della Radio Svizzera Italiana (RSI), curato da Roberto Antonini.

Il lavoro si fonda sulle interviste a Petr Pithart (nella foto in basso a sinistra) e Petruska Sustrova (a destra). Pithart era all'epoca un giornalista di Literarni Noviny, il magazine dell'Unione degli scrittori, una voce importante di quel grande risveglio civile e politico che fu la Primavera di Praga. Per Pithart i sei giorni successivi all'invasione sovietica, giorni di resistenza civile eroica e grande liberà, furono "i più belli della vita" per quella generazione di cecoslovacchi. Ma poi arrivò il grande freddo della normalizzazione, ossia il processo di purghe e licenziamenti che cancellò ogni traccia della Primavera di Praga. "Non ne rimase nulla", sostiene Pithart, che ho sentito anche per Il Foglio (leggi l'intervista). 

Petruska Sustrova resistette ai sovietici, fu tra le tante persone scese in piazza a prendersi gioco dei soldati, a dare loro indicazioni sbagliate per farli perdere per Praga, a spiegare che non era vero che la Germania Ovest aveva invaso la Cecoslovacchia, come dicevano i loro comandi. Durante la primissima fase della normalizzazione, la più dura, Sustrova finì in carcere. "Quando uscii trovai un mondo diverso. I miei compagni, se mi vedevano per strada, cambiavano lato del marciapiede. Ma non perché non volessero parlarmi. Avevano paura". Ecco, la Cecoslovacchia post-primavera fu anche questo: un Paese dove tutti si chiusero nella propria nicchia, dimenticando il fervore irripetibile dei mesi che precedettero l'invasione, dove la politica era al centro di ogni cosa e la speranza di cambiamento galvanizzava tutti. 


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Sempre per la RSI, ho intervistato Jiri Pehe, ex consigliere politico del grande Vaclav Havel, gigante della libertà e protagonista della Rivoluzione di Velluto, che nel 1989 portò alla fine del comunismo a Praga. Pehe, che fu esule negli anni Ottanta, colloca la Primavera di Praga nel più ampio contesto del 1968, per la carica di libertà e innovazione che seppero sprigionare, in quel periodo, il mondo del teatro, del cinema e della cultura in generale. L'intervista è uscita per il radiogiornale, il 21 agosto, ed è stata ripresa dal sito di RSI, che l'ha rielaborata in forma video. Si può ascoltare e vedere da qui. O leggere sul sito di Eastewest, dove Pehe racconta anche i suoi ricordi personali della Primavera di Praga. 


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L'ultimo lavoro, anche questo in forma radiofonica, è la storia di una famiglia al tempo della Primavera di Praga: la famiglia di Rostislav Pietropaolo. Nato in Calabria, ma trasferitosi a Praga dopo la seconda guerra mondiale, il signor Pietropaolo credette fortemente nella Primavera di Praga. E ancor più di lui lo fecero sua moglie Ivona, sindacalista e organizzatrice nel Partito comunista,  e suo fratello, Josef, ufficiale dell'esercito.   

La normalizzazione colpì duramente tutti i Pietropaolo. Ivona, che ebbe un esaurimento nervoso nei giorni successivi all'invasione, fu licenziata ed espulsa dal partito. E tutto questo accadde mentre era in ospedale, ricoverata per via di quell'esaurimento. Josef fu cacciato senza troppi complimento dall'esercito. Il signor Rostislav, che voleva insegnare filosofia all'università, non poté mai concorrere per una cattedra. Riuscì a restare nell'ateneo, ma come ricercatore, per giunta mal pagato. Il lavoro è andato in onda per Radio Colonia, il contenitore in lingua italiana del servizio pubblico tedesco (ascolta il reportage)


 

Siriani a Berlino by Matteo Tacconi

Nell'estate del 2015 mi trovavo al confine tra Serbia e Ungheria, proprio nei giorni in cui iniziarono i lavori per la costruzione del reticolato con cui il governo di Viktor Orban ha sigillato il confine con la Serbia. Incontrai e intervistai moltissimi rifugiati, provenienti soprattutto, e logicamente, dalla Siria (le foto della galleria sono state scattate durante quella trasferta). Feci dei lavori per la Radio svizzera italiana. 

Ci sarebbe voluto ancora un anno per erigere il "muro", com'è più semplicemente chiamata, da molti, quella barriera di metallo e filo spinato. Per altri mesi ancora, dunque, la rotta balcanica rimase aperta, e molta gente ha continuato a percorrerla per giungere in Europa. 

Ancora c'è chi passa da lì, pur se questa via può di fatto considerarsi chiusa. I migranti, a ogni modo, hanno continuato a cercare il varco per l'Europa. Si passa dal Mediterraneo, come è noto. Già ci si passava, a dire il vero, anche prima che quella balcanica diventasse la rotta più interessata dalla questione rifugiati. Viaggio drammatico e rischioso, quello per mare. Ma è l'unico possibile, in assenza di canali legali. I Paesi europei non li vogliono, e proprio per questo, avvitandosi in un paradosso assurdo, favoriscono le attività dei trafficanti: coloro che vorrebbero combattere. 

Noi giornalisti abbiamo il dovere di raccontare queste cose, possibilmente - a mio avviso - senza caricarle di eccessiva enfasi. Non ce n'è bisogno, del resto. Le storie di chi attraversa il mare sui barconi parlano da sole. E proseguono, queste storie, anche dopo lo sbarco sulle coste siciliane. Molte di queste persone ottengono asilo politico o permessi umanitari, o trovano comunque un modo per restare nel vecchio continente e regolarizzare la loro situazione. In Europa stanno riscrivendo e ripensando le loro vite. 

Sin da quei giorni del 2015 passati lungo la frontiera serbo-ungherese mi sono riproposto di raccogliere le storie di chi, lasciandosi dietro una patria fragile o martoriata dalla guerra, passando dal mare o via terra, è giunto in Europa e qui si è stabilito. Finalmente è arrivato il momento per farlo. Negli ultimi dieci giorni di questo mese sarò a Berlino per un lavoro sulla comunità siriana. Ho scelto questa città e questa comunità perché la Germania è il Paese che come noto ha accolto più rifugiati siriani, e perché costoro sono fuggiti dalla più atroce delle guerre di questo nuovo millennio. 

Concentrandomi sui siriani non colgo l'intero spettro della questione rifugiati in Germania, ne sono consapevole. Ma bisogna pur sempre fissare dei limiti a una storia, e credo comunque che questa, tra le tante, sia la vicenda che più merita di essere raccontata. 

Nagorno Karabakh by Matteo Tacconi

La frontiera è vicina, e un certo punto ci viene chiesto di spegnere il cellulare: il nemico potrebbe individuare il segnale. Procediamo per qualche minuto ancora su una strada sterrata, molto accidentata. La jeep militare su cui viaggiamo cigola e sobbalza. Eccoci alla “linea di contatto”, il fronte. A qualche centinaio di metri, l’Azerbaigian. Qui sul nostro lato, il Nagorno Karabakh. 

[...]

Vista dal vivo, la linea di contatto somiglia alle trincee della prima guerra mondiale. Terrapieni, cunicoli, filo spinato. Molti dei soldati della postazione che visitiamo, dalle parti del villaggio di Madaghis, sono ragazzi di vent’anni. Stanno facendo la leva. Qui dura due anni.

[...]

Sulla linea di contatto ci si spara periodicamente addosso. Ogni anno cadono dozzine di militari. Gli scontri più gravi dal 1994 sono stati quelli dell’aprile 2016, quando gli azeri scatenarono una grossa offensiva. Da allora, da questa parte del fronte si sta ancora più in guardia. “Siamo pronti a tutto”, dice Ruzik Hakopyan, l’ufficiale, rigido e di poche parole, che comanda questo fortino. 


Quelli che avete letto qui sopra sono tre brevi passaggi del reportage dal Nagorno Karabakh, terra contesa da trent'anni da Armenia e Azerbaigian, che ho appena consegnato a un magazine qui in Italia. Presto dovrebbe andare in edicola. Sul lungo conflitto che influenza storia e vite di questo fazzoletto di terra nel Caucaso, dove Europa e Asia si sfiorano e confondono, sto producendo anche un radio documentario lungo. Vi terrò informati dell'uscita di entrambi i lavori. Nella foto, militari armeni sulla linea di contatto, una delle tre aree più militarizzate al mondo. 

Le due Budapest by Matteo Tacconi

Sabato 7 aprile alle 12 è andato in onda sulla RSI il mio ultimo reportage televisivo. Il tema sono i senzatetto di Budapest. Quella magiara è considerata la capitale europea con il più alto numero di senzatetto in rapporto alla popolazione complessiva. Se ne stimano diecimila, a fronte dei due milioni di abitanti. Sopra è possibile visualizzare il trailer. Per vedere l'intero reportage cliccare qui.

Ho trascorso una settimana con i senzatetto, nei sottopassaggi della metro, nei rifugi diurni e notturni, come nelle foreste, aree non urbanizzate della città. E ho incontrato volontari e dirigenti delle organizzazioni che forniscono loro aiuto e assistenza. Il mio lavoro è un'indagine sulle origini storiche di questo dramma sociale, e sui fattori economici e politici per cui a oggi resta irrisolto, costruita attraverso il racconto di storie personali e situazioni varie.

Per esempio, ci sono Marton, Tibor e Gyula che raccontano la loro Budapest; Kinga che vive in una tende in un bosco umido; Irma che è stata senzatetto per 28 anni e ora ha finalmente trovato una casa; i Budapest Bike Maffia, che preparano panini e li portano ai senzatetto nei sottopassaggi della metro; il Fedel Nelkul, il giornale di strada dei clochard, distribuito da loro stessi. Nel montaggio, per rafforzare la struttura narrativa, ho giocato un po' sul contrasto tra le due Budapest. Quella delle luci, dei divertimenti, della grande scenografia, e quella della povertà estrema.